
C’è un dettaglio che racconta più di ogni analisi: il sottosegretario Claudio Durigon, leghista, vicesegretario nazionale e uomo di governo, apre la conferenza stampa a Napoli con parole precise: “Io vengo dal Lazio”. È una dichiarazione identitaria, quasi un richiamo d’appartenenza più che un posizionamento politico. E non è un caso. Perché mentre la Zona Economica Speciale viene estesa a Marche e Umbria con un disegno di legge approvato il 4 agosto, il Lazio resta fuori. Ancora una volta. E stavolta la politica regionale e nazionale, per una volta unita nel disagio, alza la voce. (Leggi qui: Il Sud Lazio isolato nella mappa Meloni: Zes ovunque, tranne dove servono).
L’imbarazzo della destra
Durigon lo dice chiaramente: “Abbiamo presentato emendamenti già nella scorsa finanziaria, chiederemo che anche le aree di crisi di Latina, Frosinone e Rieti possano rientrare nella ZES.” È una rivendicazione tardiva o una mossa preventiva per arginare l’imbarazzo? Forse entrambe. Ma è anche un segnale. Perché l’esclusione delle province del Basso Lazio brucia – a destra come a sinistra – più della solita bega territoriale.
Claudio Fazzone, coordinatore regionale di Forza Italia, rincara la dose con linguaggio istituzionale ma tono inequivocabile: “Presenterò emendamenti per includere Latina, Frosinone e Rieti. Quelle province soffrono da anni. Senza sostegni, la loro ricchezza si sta disperdendo”. Fa una chiamata alle armi il deputato Nicola Ottaviani: “Sull’inserimento del Lazio meridionale all’interno della nuova perimetrazione della Zes ci giochiamo il futuro dei nostri territori e, soprattutto, la credibilità dell’intera nostra classe dirigente, intendendosi per tale non solo quella politica, ma anche quella imprenditoriale e sindacale. Solo se saremo in grado di fare tutti fronte comune, sarà possibile emendare il disegno di legge”.
Il punto è proprio questo: la ricchezza si sta disperdendo. E chi resta fuori dai benefici della ZES rischia di restare anche fuori dalla ripresa. È una condanna silenziosa, che pesa soprattutto sulle aree che più avrebbero bisogno di defiscalizzazione, incentivi e sburocratizzazione. Come Frosinone, come Latina. E non solo secondo chi governa.
La rabbia della sinistra
Il Partito Democratico non si fa attendere: “Meloni decide, Rocca tace” – attacca Daniele Leodori, segretario regionale dem – “Mentre Marche e Umbria entrano nella Zona economica speciale unica, il Lazio viene ignorato. Un silenzio assordante accompagna l’ennesima esclusione, con la destra al governo regionale incapace di difendere il nostro territorio.” Sara Battisti, Consigliere regionale del Lazio eletta in provincia di Frosinone denuncia “una beffa per il Lazio, mentre il governo pensa solo a raccogliere consenso in vista delle elezioni nelle Marche”. Per Emanuela Droghei è una “scelta che ci penalizza”. Il termine che ricorre, nel centrosinistra, è uno solo: propaganda.
E infatti il sospetto aleggia ovunque: che l’inclusione di Marche e Umbria sia figlia del calendario elettorale, più che di una strategia industriale. Lo dice senza giri di parole Matteo Ricci, candidato presidente PD alle prossime regionali nelle Marche: “Non è un decreto, è un disegno di legge. Non entrerà in vigore prima del voto. Non c’è un euro stanziato. È l’ennesima finzione.” E rilancia con sarcasmo: “Altro che Zona Economica Speciale. Questa è una Zona Elettorale Speciale”.
Il versante sindacale
A inchiodare la narrazione governativa ci pensa anche la CGIL interprovinciale Frosinone-Latina. La nota è durissima: “La ZES è diventata un bancomat elettorale. L’esclusione del Basso Lazio compromette interi distretti produttivi. Serve una strategia, non pioggia clientelare”. Giuseppe Massafra, Segretario generale, denuncia: “Si ignorano territori che ospitano filiere strategiche come farmaceutica, agroalimentare e automotive. Un danno per il lavoro e la coesione sociale.”
Sempre sul versante sindacale ma con tono più costruttivo, già ieri era arrivata la voce della Cisl Lazio. Il Segretario generale Enrico Coppotelli, che da mesi lavora sul dossier, accoglie con pragmatismo l’estensione alle Marche e all’Umbria, ma insiste: “È fondamentale che anche il Lazio sia pienamente agganciato ai benefici previsti per il Sud. La crisi industriale, soprattutto nel settore automotive, rischia di esplodere. Serve un’azione decisa. Ben venga l’allargamento, ma non si può lasciare indietro una Regione come la nostra.”
Su un punto le due sigle sindacali sono d’accordo: “senza una ZES anche per il Lazio, aumenterà la fragilità industriale e diminuirà l’attrattività per nuovi investimenti. I dati parlano chiaro. Non c’è più tempo da perdere”.
Il Segretario Regionale della Ugl Armando Valiani ritiene “indispensabile aprire tavoli di confronto a livello regionale e nazionale, affinché dalle parole si passi ai fatti. Il Lazio ha estremo e urgente bisogno di entrare nella zona economica speciale al pari di altre regioni. I problemi sono molteplici sia sotto il punto di vista industriale che infrastrutturale e il rischio di un crac economico è dietro l’angolo”.
Il mondo delle imprese
Non manca l’allarme delle imprese. Per Domenico Beccidelli, presidente di Federlazio, l’esclusione del Lazio è “incomprensibile” dal punto di vista industriale: “Ci sono territori che hanno gli stessi identici problemi delle aree ZES già incluse, ma restano fuori per ragioni che a questo punto non sembrano né economiche né strategiche. Se si parla di sviluppo, allora si includano i territori in sofferenza, e non solo quelli con scadenze elettorali”.
Beccidelli aggiunge: “Le nostre PMI stanno già pagando un prezzo altissimo: tra burocrazia, crisi di liquidità e concorrenza sleale. Vedere i territori vicini ottenere agevolazioni fiscali e noi no, rischia di creare una frattura che il sistema produttivo non può permettersi”.
Sulla stessa linea anche Guido D’Amico, presidente nazionale di Confimprese Italia: “Le province del Lazio meridionale, da anni penalizzate da disattenzione e mancanza di infrastrutture, ora vengono tagliate fuori anche dai benefici ZES. È un errore strategico che rischia di desertificare il tessuto economico locale. Non servono promesse, ma scelte nette”. Per D’Amico “Non si può fare sviluppo a macchia di leopardo. L’estensione a Marche e Umbria sia l’inizio di un riequilibrio, non l’ennesima dimostrazione che la politica industriale italiana si muove a colpi di propaganda. Le imprese non vivono di annunci ma di condizioni reali”.
Una geografia improbabile
Il presidente della provincia di Frosinone Luca Di Stefano non ci sta. Insieme al consigliere delgato al Comitato per lo Sviluppo Andrea Amata ha scritto alla regione Lazio. Evidenzia che “Questa configurazione produce un effetto paradossale: le province del Lazio – pur vicine e strutturalmente integrate con le aree ZES – sono escluse dai benefici e rischiano, per questo motivo, di subire una migrazione progressiva di imprese e investimenti verso territori limitrofi più attrattivi”.
A questo quadro si aggiunge un ulteriore elemento di squilibrio che il Presidente della Provincia evidenzia: i principali indicatori socio-economici del Lazio sono fortemente influenzati dal peso di Roma Capitale, che con la sua concentrazione di risorse, servizi e funzioni amministrative, alterano la lettura statistica delle reali condizioni economiche delle altre province. In altre parole, la statistica regionale è alterata dai numeri prodotti da Roma ma la realtà di Frosinone, Latina, Rieti e Viterbo è ben diversa ed è da Zes.
Nel frattempo, a Latina e Frosinone, si fa sempre più evidente lo scollamento tra la politica nazionale e i bisogni locali. Omar Sarubbo, segretario provinciale PD, va dritto al cuore: “Il governo ignora le aree in crisi. Rocca resta in silenzio. La filiera istituzionale è una bugia estiva”. La replica non arriva. E in assenza di parole, parlano i numeri: industria in calo, cassa integrazione in crescita, NEET in aumento.
I dimenticati
Il paradosso è che proprio nel Lazio, cuore geografico e spesso simbolico della nazione, si manifesta ora la marginalità amministrativa. Una Regione dimenticata dai bonus, dagli incentivi, dalle riforme strutturali. E con una classe dirigente regionale che, nel migliore dei casi e tranne poche eccezioni, si limita a commentare a giochi fatti.
Così la questione della ZES diventa cartina di tornasole di una frattura più ampia: quella tra territori e governo, tra propaganda e progetto, tra urgenza sociale e visione strategica. E in questo vuoto si muovono tutti: chi prova a recuperare, chi accusa, chi nega. Ma resta il fatto: la ZES c’è, e il Lazio no. E forse è proprio questa l’immagine più chiara del presente.



