
Negli ultimi vent’anni in Italia sono scomparse oltre 400 banche. Non per fallimento, ma per fusione, acquisizione, incorporazione. Il sistema creditizio si è consolidato attorno a pochi grandi poli: Intesa Sanpaolo, UniCredit, Banco BPM. E il territorio, quello fatto di piccole imprese, artigiani, famiglie e professionisti, ha perso progressivamente interlocutori locali capaci di conoscerne le specificità. In questo contesto, la sopravvivenza delle banche popolari di provincia è stato messo in discussione: c’è stato chi ne voleva la progressiva fusione creando la nascita di nuovi grandi poli. Grandi ma distanti: governati da algoritmi e non dalla conoscenza personale dei clienti. Le Popolari che stanno resistendo non sono un fatto scontato. È una scelta. E vale la pena di analizzarla con i numeri in mano.
L’altro pomeriggio al Teatro Manzoni di Cassino, la Banca Popolare del Cassinate ha tenuto la sua assemblea ordinaria dei soci, approvando il bilancio del 2025: è il settantesimo esercizio della sua storia. La partecipazione è stata, secondo quanto riferito dalla banca, «record». I dati presentati sono solidi. Le domande che questi dati suscitano meritano altrettanta attenzione.
Il dato che colpisce: un CET1 al 22,44%
Partiamo dal numero più significativo. Il Common Equity Tier 1: l’indicatore di solidità patrimoniale che misura il rapporto tra patrimonio e rischi bancari nell’investimento. Quello della Banca Popolare del Cassinate si attesta al 22,44%. La media nazionale per le banche della stessa categoria — le cosiddette LSI, Less Significant Institutions, ovvero gli istituti non sottoposti alla vigilanza diretta della BCE — si aggira tra il 16% e il 18%. Quello della BPC è quasi il doppio del minimo regolamentare fissato da Basilea III, che per le banche meno complesse è intorno all’8-10%.
Cosa significa nella pratica? Che per ogni 100 euro di attività ponderate per il rischio, la banca tiene accantonati 22,44 euro di capitale di massima qualità. È un cuscinetto che protegge depositanti e soci da scenari avversi — crediti deteriorati, recessione, crisi di liquidità — con un margine ampio. Troppo ampio, direbbero alcuni analisti: un CET1 così elevato può indicare una politica di impiego del credito eccessivamente prudente, con la conseguenza di lasciare risorse «ferme» invece di destinarle all’economia reale. È la tensione classica tra sicurezza e rendimento che ogni banca gestisce con un proprio equilibrio.
Il quadro generale
Al 30 giugno 2025 il totale dell’attivo della BPC si attesta a 1,188 miliardi di euro. Il prodotto bancario lordo (la somma di raccolta e impieghi) è di 2,034 miliardi, sostanzialmente stabile (-0,85%). La raccolta globale cresce all’1,18%; gli impieghi alla clientela si attestano a 753 milioni di euro. Il risultato netto del primo semestre 2025 è di 5,033 milioni di euro con valori del tutto sostenibili.
Il cost-income ratio — il rapporto tra costi operativi e ricavi — a quella data si attesta al 50,7%. Significa che – in base a quelle cifre – ogni 100 euro di ricavi operativi, la banca ne spende circa 51 per funzionare. Per il settore bancario italiano, e in particolare per le banche di piccola taglia, è un risultato buono: la media delle LSI italiane si colloca spesso sopra il 60%. I costi operativi crescono di appena lo 0,53% nonostante il rinnovo del contratto collettivo nazionale.
Il principale generatore di reddito della banca — il margine di interesse (cioè la differenza tra tassi attivi sui prestiti e tassi passivi sulla raccolta) è sceso. La causa è il calo dei tassi BCE: il tasso ufficiale è passato dal 4,25% di luglio 2024 al 2,15% di giugno 2025, comprimendo i rendimenti sugli impieghi. È un fenomeno che riguarda tutto il sistema bancario europeo, non solo la BPC. La Cassinate ha compensato con la crescita delle commissioni nette (+4,96%) e con un risultato positivo dell’area finanza.
Sul fronte del funding istituzionale,la BPC ha azzerato integralmente la propria esposizione verso la BCE: i 45 milioni di finanziamenti TLTRO presenti a fine 2024 sono stati interamente rimborsati, con un risparmio di circa 2,4 milioni di euro in interessi passivi.
100 milioni di dividendi in 25 anni: a chi vanno davvero
L’altro dato su cui vale la pena fermarsi è la politica dei dividendi. In 25 anni la BPC ha distribuito ai soci oltre 100 milioni di euro. L’assemblea del 9 maggio 2026 ha deliberato la distribuzione di 6,5 milioni di euro, con un incremento del 20% rispetto all’anno precedente, accreditati sui conti correnti il 15 maggio.
Cifre importanti. Ma chi sono i beneficiari? Il presidente Vincenzo Formisano lo spiega senza ambiguità: «I nostri soci sono per la stragrande maggioranza persone fisiche, piccoli risparmiatori, professionisti, famiglie, molti dei quali residenti sul nostro territorio».In cinque anni il numero dei soci è cresciuto da 1.839 a 2.108. Si tratta dunque di una distribuzione di ricchezza che rimane sul territorio: non va a fondi di investimento, non premia azionisti esteri, non finanzia operazioni di finanza straordinaria lontane dalla provincia di Frosinone.
I 6,5 milioni di dividendi rappresentano una parte dell’utile: il resto viene accantonato a patrimonio netto, contribuendo ad alimentare quel CET1 del 22,44%.
La rete sul territorio: filiali e ATM come presidio sociale
In un’epoca in cui le grandi banche chiudono sportelli a ritmo sostenuto — Bankitalia ha documentato la perdita di oltre 8.000 filiali bancarie in Italia nell’ultimo decennio — la BPC mantiene una presenza capillare sul territorio attraverso filiali e postazioni Bancomat ad alta automazione nei piccoli centri. È un costo operativo rilevante, non sempre compensato dalla redditività immediata di quegli sportelli. Ma è anche, come sottolinea il direttore generale Roberto Caramanica, una scelta consapevole: «Non c’è redditività senza attenzione al sociale, non c’è ricchezza senza crescita culturale, non c’è sviluppo senza sostenibilità».
La metafora della bicicletta usata da Caramanica è istruttiva: «Le ruote di una bici, i cui numerosi raggi rappresentano le varie dimensioni operative e sociali: se i raggi non sono tra loro armonici e tesi allo stesso modo le ruote prima o poi si deformano». È una visione sistemica della gestione bancaria che — al di là della retorica — corrisponde a un approccio concreto: dal 2016, su base volontaria e quindi prima che diventasse obbligatorio per legge, la BPC redige un report di sostenibilità ESG. In un settore dove molte banche di ben altra dimensione si sono adeguate ai criteri ambientali, sociali e di governance solo sotto la pressione normativa, questo è un dato che traccia una rotta.
Torre del Greco, Gamalife e la fintech FX12
Il 2025 ha segnato anche alcune scelte di espansione che meritano attenzione critica. La prima: la BPC è entrata tra i soci finanziatori della Banca di Credito Popolare di Torre del Greco, la popolare campana con una lunga storia ma alcune fragilità storiche nel suo percorso. È la prima volta che una banca popolare italiana utilizza lo strumento delle azioni di finanziamento: uno strumento che consente di apportare risorse patrimoniali preservando la natura cooperativa e mutualistica dell’istituto destinatario. Un’operazione innovativa nel panorama delle banche popolari, che apre alla BPC un mercato nuovo — dalla Campania — senza rinunciare alla propria identità territoriale. (Leggi qui: Cosa c’è dietro l’operazione di BpC sul Credito Popolare).
La seconda mossa: l’accordo con Gamalife per la distribuzione di prodotti assicurativi e di investimento. È una scelta che risponde a un’esigenza reale: i margini di interesse — la differenza tra tassi attivi e passivi — si sono ristretti nell’era dei tassi bassi, e ora che i tassi sono risaliti il rischio è inverso, con la pressione sui depositanti. Le commissioni da prodotti assicurativi e di investimento rappresentano per le banche di territorio una fonte di ricavo stabile e crescente. La sfida nella quale la BPC oggi è impegnata sta nello rapida costruzione di una struttura commerciale capace di collocare questi prodotti in modo adeguato. E la risposta si leggerà nel Bilancio 2026.
La terza: la partnership con FX12, fintech specializzata nell‘asset management e nella finanza digitale. Qui il terreno è più scivoloso. Le fintech della «finanza digitale complessa» sono un universo variegato, non privo di rischi reputazionali. Anche in questo caso, una valutazione approfondita sarà possibile alla luce dei dati del Bilancio ’26.
Cosa dicono i numeri: il modello regge
I numeri dicono che la BPC è una banca solida patrimonialmente, efficiente nei costi, capace di generare reddito anche in un contesto di tassi in calo. Il CET1 è un cuscinetto reale, non di facciata. Le commissioni crescono, la raccolta indiretta pure. Il rimborso integrale dei finanziamenti BCE è un segnale di autonomia finanziaria apprezzabile. Nel corso dell’esercizio BPC ha avuto la visita ispettiva di Banca d’Italia, sono stati apportati alcuni aggiustamenti alla cartolarizzazione del 2018.
Settant’anni sono un traguardo che poche banche popolari italiane possono vantare ancora in piena autonomia. Il modello della BPC — radicamento territoriale, governance cooperativa, crescita prudente, dividendi costanti — ha funzionato. I numeri lo dicono con chiarezza.
Ma il contesto sta cambiando. La Banca Centrale Europea spinge da anni verso la concentrazione del settore, convinta che le banche più grandi siano più efficienti e più resistenti agli shock. Le nuove normative di Basilea IV impongono requisiti patrimoniali più stringenti anche per le banche di piccola taglia. La digitalizzazione sta modificando i comportamenti dei clienti, specialmente i più giovani. E la concorrenza dei grandi player — che possono investire in tecnologia su scala che le banche locali non possono eguagliare — non si ferma.
La BPC sembra consapevole di tutto questo. Le partnership con la Popolare di Torre del Greco, con Gamalife e con FX12 vanno in questa direzione: crescere senza perdere l’identità, innovare senza rinunciare al territorio. È una scommessa difficile. Non impossibile. Ma richiede scelte strategiche da fare nel 2026. Lo studio avviato sui modelli asiatici è un segnale: fa capire che la Popolare del Cassinate non intende rimanere ferma e meno ancora intende rimanere ancorata a modelli che non siano proiettati verso il futuro.
Il resto è lavoro quotidiano. Quello della formica citata sempre dal compianto fondatore Donato Formisano: ricordava che nella smania di crescere la formica mette le ali ma subito dopo muore. Per questo volle una banca con pochi grilli per la testa e la solidità nelle gambe. I tempi oggi sono diversi. E l’uomo che l’assemblea all’epoca ha scelto per la successione, il professore Vincenzo Formisano, suo figlio, mantiene quella convinzione. Con uno sguardo attentissimo alle nuove tecnologie, ai nuovi mercati, alle opportunità che offrono. Ma con gambe robuste e niente ali.




