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Un anno d’acqua ogni ora: ecco perché il Pontino si è allagato

30 Ottobre 20267 minuti di lettura
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Quindicimilacinquecento campi di calcio messi uno accanto all’alto, ciascuno sommerso da un metro d’acqua: è accaduto questo sul comprensorio di Latina all’inizio della settimana. Un secolo in sedici ore: l’evento che statisticamente accade una volta ogni cento anni si è concretizzato in un solo pomeriggio, dando vita al diluvio che nessun Servizio Meteo aveva previsto in queste dimensioni. La catastrofe è stata evitata per un soffio: se avesse piovuto un solo giorno in più saremmo stati sommersi come l’Emilia Romagna qualche anno fa. Ad evitarlo sono state le idrovore ed i canali concepiti agli inizi de Novecento: hanno retto, evitato il peggio, smaltito l’acqua di quei 15.500 campi di pallone in soli tre giorni.

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A tenere i conti, ieri, è stato Lino Conti, presidente di Anbi Lazio e del Consorzio di bonifica Lazio Sud Ovest, che comprende quasi tutta la provincia di Latina. Con lui il direttore generale di Anbi Lazio Andrea Renna, in presenza, l’assessore regionale all’Agricoltura Giancarlo Righini in collegamento, Niccolò Sacchetti, presidente dei consorzi Lazio Nord, e Gianluca Pezzotti, collegati da remoto, mentre sul posto c’erano i Comuni tra cui il Comune di Latina ed il sindaco di Terracina. Sono intervenuti anche il direttore generale nazionale di Anbi Massimo Gargano ed il commissario dei consorzi della provincia di Frosinone Daniele Pili. 

La tesi è una, ripetuta con parole diverse: un evento fuori misura, un sistema che ha funzionato, un territorio che conserva le opere di un tempo ma non è più quello di un tempo. Nel racconto c’è però anche una parte che chiama in causa l’uomo, e una parola, boicottaggio, evocata e subito ridimensionata.

I numeri

L’acqua è scesa giù a catinelle tra le 13 e le 5 del mattino, con la fase più intensa concentrata in circa quattro ore: 140 milioni di metri cubi in provincia, 110 nel solo comprensorio di Latina. Per Conti è stato un evento «al di là di ogni misura ed ogni portata»: da 160 a 199 millimetri di pioggia, un nubifragio duratoquasi cinque ore, con intensità fino a 70 millimetri all’ora, peggiore perfino delle previsioni più nere. Secondo i calcoli probabilistici,un evento simile può ripresentarsi una volta ogni cento anni.

Per misurarlo basta un confronto: nell’intera pianura pontina si usano per l’agricoltura, in dodici mesi, 40 milioni di metri cubi, mentre in quelle poche ore ne sono scesi 110 milioni, quasi tre volte tanto. Nella ricostruzione di Conti, a ogni ora è corrisposto un anno d’acqua.

Il preavviso

Le sei Idrovore degli Anni 30 di Mazzocchio

A fronteggiarli, sono stati 33 impianti idrovori sparsi per la provincia: pompe capaci di 125mila litri al secondo, cioè 10,8 milioni di metri cubi in una giornata. Roba che sta lì dai tempi in cui l’Italia era un Impero: ma a nessuno venga in mente che si tratti di ferraglia; quelle idrovore sono state manutenute ed aggiornate in maniera costante, facendo quello che oggi si chiama revamping tecnologico. Il risultato: macchinari del 1934 con tecnologia dei giorni nostri. Quando partono si sente lo stesso rumore delle turbine dei Boeing al decollo: ma questa volta hanno dovuto ‘volare basso’. Perché? Il livello dei fiumi si era talmente ingrossato che se le sei pompe di Mazzocchio avessero lavorato a pieno regime avrebbero provocato esondazioni ed allagamenti. Di più ancora: oltre i fiumi, il mare era ‘grosso’ con onde di 4 metri. La tempesta perfetta.

Un’avvisaglia, ricordano, c’era già stata: la stessa quantità d’acqua era già caduta nei giorni precedenti. Ma nessuno se n’era accorto perché era venuta giù diluita in quattro giorni. La stessa acqua, in quattro giorni, era stata solo un campanello; in meno di un giorno è diventata un’alluvione.

Progettata per cinque anni

L’intensità dell’acqua

Il direttore generale del Consorzio, Natalino Corbo, aggiunge che non va dimenticato un dettaglio: da Ardea in giù l’intero territorio è di bonifica e senza le idrovore quell’area finirebbe sott’acqua. La rete dei canali, risalente agli anni Trenta, fu progettata, ricorda, con un tempo di ritorno calcolato in cinque anni: cinque anni, dunque, contro i cento di questo evento. Negli annuari idrogeologici, dice, non c’è traccia di un evento di una portata simile, e un evento così non può essere assorbito dalla rete dei canali: «Se ci fosse stato un giorno di pioggia in più, sarebbe stato un vero disastro».

Il guaio non è stato soltanto quanta acqua è arrivata, ma in che condizioni il sistema ha dovuto smaltirla. I fiumi stavano troppo in alto: l’Amaseno a più 4,58 rispetto allo zero idrometrico, il riferimento convenzionale che, in teoria, equivale al mare, il Sisto a più 4 metri. Con i fiumi a quelle quote, le idrovore hanno dovuto girare a regime ridotto.

Il sistema idraulico è un anello di pompe e canali, di scoline e di acque alte e basse, e secondo i dati presentati ha fatto il suo mestiere: i 110 milioni di metri cubi scesi nel comprensorio sono stati, a quanto si è detto, sollevati e smaltiti, e dalla sola Mazzocchio ne sono usciti 10 milioni. Il quadro non è stato però dipinto senza ombre: l’anello, si è detto, potrebbe funzionare meglio.

Il fattore umano

Il Consorzio di Bonifica di Mazzocchio

C’è poi ciò che nessun calcolo probabilistico contempla. Il problema creato dall’uomo, nella ricostruzione della conferenza, ha tre volti: i detriti nei canali; gli argini manomessi e bruciati come a Borgo Hermada, che hanno complicato il lavoro; le paratoie da tenere chiuse, risultate invece aperte. Boicottaggio? La domanda è stata posta e la risposta è più prosaica e più amara: cattiva educazione, la convinzione che non sarebbe successo niente.

Il territorio, ricordano, custodisce le opere di bonifica del passato ma non è più lo stesso: oggi è più urbanizzato. Soprattutto è circondato da montagne più spoglie su cui gli incendi accelerano la corsa dell’acqua. Contro i detriti, intanto, c’è un presidio che non va in ferie: cinquemila chilometri di canali puliti secondo un programma di manutenzione. E Pezzotti ricorda che il Consorzio fa manutenzione dodici mesi l’anno, senza interruzioni. Sacchetti ne dà la misura in geografia: il sistema di canali nella provincia di Latina è lungo come la strada per andare a Stoccolma e tornare.

Conti ha ringraziato i dipendenti per aver gestito l’emergenza con professionalità, malgrado le critiche circolate sui social. Ha espresso vicinanza a chi è stato colpito: «Il clima è già cambiato». Nella disgrazia, è la lettura emersa, ci è andata comunque meglio di quanto potesse: «ci sono stati danni ad aziende agricole e abitazioni, per i quali si auspica un ristoro, ma un evento del genere non si era mai visto».

La Regione c’è

Giancarlo Righini

Anche l’assessore regionale all’Agricoltura Giancarlo Righini ha parlato di dati incontrovertibili: un evento contro il quale non c’erano alternative. Sottolinea che gli impianti erano tutti funzionanti, le manutenzioni eseguite con regolarità. Controprove, ha osservato, non esistono mai, ma ci si può chiedere che cosa sarebbe accaduto senza gli interventi messi in campo in questi anni dai Consorzi di Bonifica. 

La Regione, ha assicurato, è pronta a intervenire per gli indennizzi e, se serve, con finanziamenti straordinari. Quanto ai detrattori? Li ha definiti irresponsabili. E chiede un cambio di passo: un cambio di mentalità e di cultura. Perché se non fossero stati incendiati quegli argini la vegetazione avrebbe trattenuto l’acqua, se le paratoie fossero rimaste al loro posto ci sarebbero stati meno problemi.

Pili ha invitato alla coesione: cercare responsabilità puntando il dito contro altri, ha detto, è sbagliato. Pezzotti ha ricordato che ora è capitato a Latina ma poteva capitare ovunque. Anbi Lazio ha sottolineato in positivo la rotta tracciata in questi anni dall’assessore Righini e la scelta coraggiosa di incrementare i finanziamenti. Con loro – ha detto – è stato possibile realizzare i progetti che hanno permesso di contenere l’ondata di maltempo.

Il bersaglio mobile

È Gargano a portare Latina fuori da Latina. Viviamo, dice, in «un ambiente malato», «il bersaglio è mobile» e «nessuno sa dove cadrà la prossima bomba d’acqua». Mitigare il clima, osserva, tocca alle Cop annuali; ai territori tocca l’adattamento. Cosa intende? Fare in modo che il modo dell’Uomo di gestire il suolo sia compatibile cone le risorse. E quello messo in campo da questo Consorzio è, per lui, «un adattamento di portata monumentale». 

Bisogna, dice, «ridare dignità alla parola manutenzione». E rivedere un criterio: la popolazione cala ma si costruiscono più case, le zone artigianali entrano in crisi e se ne aprono di nuove. Si fa tutto «come se non ci fosse un domani». Serve, conclude anche lui, una «rigenerazione culturale».

La prossima bomba d’acqua non ha un indirizzo. Le paratoie, sì.

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