Stellantis, paura per Cassino: si prevede poca produzione

L’operazione Stellantis non è stata una fusione tra due gruppi ma “una vendita di Fca ai francesi di Psa al cui interno la sigla ‘Fiat’ scompare del tutto. A puntare il dito è stata la videoconferenza promossa oggi dal senatore Adolfo Urso, responsabile nazionale del Dipartimento Impresa di Fratelli d’Italia. Un confronto che ha visto nella sostanza sulla stessa lunghezza d’onda sia i sindacati che gli industriali, i politici e gli amministratori pubblici.

Lo Stato entri nella società

Adolfo Urso (Foto: Livio Anticoli / Imagoeconomica)

Il senatore chiede allo Stato italiano di entrare nel capitale Stellantis. È un segno dei tempi: nel passato erano i comunisti a volere lo Stato imprenditore mentre la destra era per il libero capitalismo. Ora è cambiato tutto: il mondo è globale, l’Automotive come l’abbiamo conosciuto per più di un secolo sta scomparendo per lasciare il posto alla mobilità sostenibile.

L’ex ministro Urso sostiene che «Lo Stato italiano, tramite Cassa Depositi e Prestiti deve entrare nel capitale, come ha fatto quello francese. Deve farlo per riequilibrare i rapporti di forza e scongiurare rischi per i nostri stabilimenti». Già ma come stanno i nostri Plant? Per Adolfo Urso Melfi passerebbe da due linee di produzione a una sacrificando Jeep Renegade; Cassino Plant e Pomigliano perderebbero altra capacità produttiva, visto il precedente di Termini Imerese. «Nel caso, quindi, si usino anche i fondi del Recovery».

La tappa del 15 aprile

C’è una tappa fondamentale. È il 15 aprile e per quel giorno l’azienda ha convocato i sindacati a Torino.

Le preoccupazioni non mancano e anzi crescono. Anche tra gli industriali, come conferma il presidente di Confindustria Lombardia Marco Bonometti. «Non vorremmo – dice su Stellantis – affrontare un’altra storia come quella dell’Ilva, dove emergono tutti i limiti di una parte importante della politica italiana. Il settore dell’auto a livello nazionale vale 400 miliardi di euro di fatturato e 27 miliardi di salari, pari al 20% del Pil. Ma l’Italia non l’ha mai considerato strategico. Non discutiamo il libero mercato, un’impresa ha ragione di muoversi come vuole; la responsabilità è quella di non aver creato le condizioni affinché le aziende italiane dell’auto fossero competitive in modo strutturale. Bene gli incentivi, ma dobbiamo togliere burocrazia e rendere attrattiva l’Italia».

Jean-Philippe Imparato visita lo stabilimento Stellantis Cassino Plant

Per Bonometti, dunque, il problema oggi sul tavolo è di competitivita’: “Perché – si chiede – un prodotto Psa costa meno di quello realizzato da noi? E attenzione che in Italia i siti produttivi Fca sono tutti al sud, bisogna difendere il Mezzogiorno“.

Industriali preoccupati

Sulla stessa linea Francesco Somma, presidente di Confindustria Basilicata: «L’addio alla Fiat– osserva amaro Somma- l’abbiamo dato già da qualche anno, ora speriamo di non dirlo anche a Fca. Il ministro Giorgetti e il premier Draghi danno garanzie, comunque, e confidiamo in loro».

E se la Basilicata registra un indotto Fca di 3.000 occupati e 50 imprese come indotto, continua il presidente degli industriali lucani: «Si parlava di attivare una terza linea di produzione e ora invece si teme, anche se al momento restano ‘boatos’, di ridurre tutto a una sola linea. Mi accontenterei quindi nella partita Stellantis – conclude Somma – di uno Stato stakeholder, che faccia valere gli interessi nazionali: gli incentivi per lo svecchiamento del parco auto vadano allora a produzioni che riguardano gli Euro 6, e non solo all’elettrico».

Anche secondo Cesare Pozzi, docente di Economia Industriale alla Luiss, senza svolte a favore dell’Italia «un settore fondamentale e strategico per questa nazione, l’indotto, la componentistica, i dealer rischiano di entrare in una crisi davvero profonda, vista anche la contingenza della pandemia».

Lavoratori Fca all’esterno di cassino Plant

Intanto, si dice inquieta anche anche Elena Chiorino, assessore al Lavoro della Regione Piemonte. «Non esiste più neanche il nome Fiat, in Fca almeno era mantenuto: rischiamo che ci venga cancellato tutto».

Lo stesso fa Hella Colleoni, presidente di Confimi Industria, ricordando come circoli «che pure Alfa Romeo si trasferirà in Francia».

In questo quadro, spezza una lancia a favore di Stellantis Roberto Vavassori, del consiglio direttivo Clepa, associazione europea di imprese automotive. nel suo intervento assicura: «Dal punto di vista del mercato, l’operazione va nella giusta direzione certamente. Solo con almeno 250.000 veicoli una linea può considerarsi efficiente, per questo Stellantis pone una sfida importante ai siti italiani». 

Gli errori Stellantis su Cassino

Per tutti i sindacati, invece, proprio non ci siamo. Fabio Bernardini, segretario provinciale dei metalmeccanici Cisl di Frosinone, concorda che «l’operazione Stellantis non è una fusione, ma un’acquisizione: gli investimenti previsti a Melfi sull’ibrido sono tuttora in carico, a Cassino gli asset assegnati non permetteranno la saturazione degli impianti, e il disimpegno su Giulietta è un errore strategico. I rapporti tra Draghi e Macron ci fanno stare un po’ piu’ tranquilli, ma servono – raccomanda Bernardini – un protagonismo diverso, capacità di progettazione, una riconversione di lavoratori e siti, una riforma degli ammortizzatori“. (Leggi anche Stellantis, si inizia a ballare. La sfida Green alle eco mafie).

Si dice «molto preoccupato» per Melfi anche Vincenzo Tortorelli, segretario regionale Uil Basilicata. «A Melfi abbiamo fatto di tutto sulla flessibilità in questi anni, se l’Ad Carlos Tavares vuole ridurre i costi ci confrontiamo, ma questo non può significare non pulire uno stabilimento, ad esempio“.

Il segretario generale Fim-Cisl della provincia di Frosinone Fabio Bernardini

Stessa linea per Angelo Summa, segretario regionale della Cgil Basilicata. «Le attuali 440.000 vetture prodotte a Melfi all’anno verrebbero dimezzate. I siti italiani oggi sono tutti sottodimensionati, dobbiamo usare le risorse del Recovery Plan per un settore strategico come il nostro“.

Tullia Bevilacqua di Ugl Emilia-Romagna a sua volta incalza: «Qual e’ l’idea di politica industriale dell’Italia? Non è chiara. Sosteniamo la partecipazione dei lavoratori alla gestione d’impresa ma in Italia c’è una resistenza su questo da parte di aziende e Confindustria. Invece, potrebbe dare ottimi risultati come successo in Europa. Manca una certa capacità di osare a protezione delle nostre aziende, quindi».