Perché Fca rischia di lasciare il deserto a Cassino

In questi giorni c’è chi ha sostenuto che Fca sia un ‘azienda in ritardo. E che pagherà le conseguenze dell’Ecotassa proprio per il suo ritardo nell’elettrificazione dei modelli. Qualcuno ha anche riesumato i miliardi di lire dati agli Agnelli, reclamandone la restituzione. Si tratta di economisti da Bar dello Sport. Tra i quali ci sono anche alcuni nostri politici.

Il futuro di Cassino Plant

Non è possibile capire il futuro dello stabilimento Cassino Plant se non si comprende che Fiat Chrysler Automobiles è un’azienda globale, la più piccola dei tre grandi produttori americani di auto dopo General Motors e Ford. Non è più un’azienda italiana: non ha quasi più niente a che vedere con la Fiat degli Agnelli.

Lo scenario diventa comprensibile solo se lo si analizza tutto insieme. Perché si stanno realizzando tutte le condizioni profetizzate lo scorso novembre dal professor Giuseppe Berta. (leggi qui Il guru della Bocconi che ha predetto la crisi di Fca Cassino).E cioè si  sta andando verso una rivoluzione totale del settore; le grandi città avranno sempre più abitanti e meno auto perché cambierà il modo di muoversi; si ridurrà il numero delle case automobilistiche mondiali perché ci saranno aggregazioni e fusioni.

Sergio Marchionne ebbe un mandato preciso dalla proprietà: azzerare il debito e lasciare un’impresa forte finanziariamente. Missione che ha centrato in pieno. In pratica Fca oggi è un’azienda sana ed appetibile: che può essere facilmente venduta ad uno degli attuali competitor oppure può fondersi con uno di loro diventando ancora più grande. E meno italiana.

Cassino Plant è diventata meno centrale. Doveva essere uno dei pilastri del futuro ‘polo del lusso’ da generare fondendo Alfa Romeo con Maserati. Quel polo non rientra negli attuali piani Fca, al punto che nell’ultima mappa degli incarichi disegnata dall’erede di Marchionne Mike Manley ci sono due amministratori e due strutture separate per i due marchi.

In ritardo? Macché: in pieno orario

Chi diventato centrale al posto di Cassino Plant? Per comprenderlo bisogna capire dove sta andando Fca. Che non è affatto un gruppo in ritardo. Tutt’altro. È quello che ha capito meglio e prima degli altri cosa sta accadendo al mercato mondiale e ci si è adattata più velocemente.

Lo dimostra un dato: General Motors e Ford hanno registrato un calo delle vendite sul mercato Usa pari all’1,6% GM ed al 3,5% Ford. Nello stesso momento Fca ha chiuso l’anno registrando un +8,5%. La più piccola delle “Big Three” è quella andata meglio perché è stata la prima a mollare la produzione di berline per puntare invece sui segmenti più redditizi e cioè i suv Jeep ed i pickup Ram.

Il principio è sempre lo stesso: un’automobile è composta da un pianale, due assi, quattro ruote, un motore, una scocca e tanta tecnologia; e le macchine si fabbricano tutte allo stesso modo. Quindi se produco una Panda devo farne e venderne a migliaia per guadagnarci qualche cosa, se su quelle stesse linee ci metto il pianale ed i pezzi della Compass ne devo produrre e vendere molte meno per iniziare a guadagnare. È il principio in base al quale la Multipla è stata prodotta in Serbia e non a Melfi. Se l’avessimo fabbricata in Italia, con i costi di produzione italiani, non sarebbe mai stata un’auto in condizione di sostenere le sfide del mercato e dei suoi prezzi.

La lezione di Multipla

La lezione della Multipla ora è valida in maniera globale. È per quel principio che Fca ha cambiato il baricentro dei propri interessi. Ha abbandonato del tutto il progetto di riportare in Usa il marchio Fiat che è sempre meno strategico ed ha puntato tutto su Alfa Romeo. Per nostra fortuna, sulle produzioni di Cassino Plant: è questo ad avere tenuto in piedi lo stabilimento di Piedimonte San Germano. (leggi qui Giulia e Stelvio, la salvezza arriverà dagli Usa).È solo per quei volumi di vendita realizzati all’estero da Giulia e Stelvio che c’è stata cassa integrazione ma molto meno che altrove.

La conferma arriva osservando i numeri del mercato italiano: volumi modesti. Fca qui ha chiuso il 2018 in recessione: – 3,1% delle immatricolazioni, più drammatico il dato di produzione in Italia: sotto il mezzo milione di vetture prodotte. Perché ha ricentrato la sua offerta puntando sui prodotti Jeep e le super utilitarie come Panda (che, abbiamo visto, sono a bassissima redditività e infatti la linea è destinata ad abbandonare l’Italia, con un ulteriore calo dei volumi prodotti nel nostro Paese).

Il nuovo baricentro

Fca sta procedendo verso l’estinzione naturale di alcuni marchi storici e di alcune intere linee di prodotto. Ormai Lancia è limitata alla Ypsilon ed all’estro nemmeno esiste più; Fiat è ristretta alla Cinquecento ed alla Panda.

Sta puntando sul nuovo mercato. Anzi già è presente. Tra un paio di giorni a Las Vegas si apre il Consumer Electronic Show 2019. È lì che verrà presentato il minivan ibrido Chrysler Pacifica con sistema a guida autonoma di Waymo. È il risultato di una partnership lanciata nel 2016 e che oggi ha portato Fca ad avere il minivan tra i più avanzati, dotati di una suite hardware impressionante.

Fca è sempre meno italiana, sempre meno in ritardo, sempre più appetibile (per acquisto o partnership).

E Cassino Plant? Dipende tutto dal baricentro e dalla mission. In questo scenario è chiaro che l’Ecotassa ha effetti su un mercato che non è più centrale. Sul quale però Fca aveva fatto dei calcoli e previsto l’investimento di 5 miliardi. Che ora ha congelato come diretta conseguenza della decisione del governo.

Politici inadeguati

Ciò che colpisce è l’inadeguatezza della classe politica locale. Sulla vicenda del futuro della Fca di Cassino Anna Teresa Formisano si sarebbe fatta letteralmente “reggere”. Anche Francesco De Angelis e Antonello Iannarilli. Qualunque ruolo avessero ricoperto: assessore regionale o parlamentare. Per loro parla il Polo Logistico che ha contribuito a far diventare centrale Cassino e non Pomigliano d’Arco: quella struttura organizzativa strategica è stata progettata e realizzata da De Angelis (e Mario Abbruzzese) dialogando con Fiat.

Oggi ci si giustifica sostenendo che le dinamiche Fca sono tali che non passano più per il territorio. Falso. Ci passavano molto meno prima: fino ad una ventina di anni fa Cassino era nulla di più che una gigantesca officina alle dipendenze di Torino. Oggi è una capitale: in declino. Ma con grandi potenzialità.

In ogni caso l’intera questione pone un problema vero: che senso hanno le elezioni dei parlamentari sui singoli territori se poi non si interviene per difendere quelle realtà? Che senso ha fare le “crociate” contro i catapultati o i paracadutati se poi non si riesce ad incidere su niente? Che senso ha sedere in Parlamento o in consiglio regionale quando si è tagliati fuori dalle grandi questioni?

Il Governo ha riscritto la manovra con l’unico obiettivo di evitare la procedura di infrazione da parte dell’Unione Europea. Aveva ragione il ministro dell’economia Giovanni Tria e, dopo tanti proclami ed esibizioni di muscoli, Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno effettuato una marcia indietro alla fast and furious.

Nella manovra molti capitoli sono stati completamente “dati per letti”, ma nel caso dell’ecotassa no, perché la Fca aveva subito lanciato l’allarme. Invece si è andati avanti. Lo stabilimento di Cassino Plant è vitale per il territorio, ma nessuno è stato capace di fermare la volontà dell’esecutivo.

Anzi, la si giustifica pure. Sostenendo che Fca è in ritardo. E che ha avuto miliardi di soldi dei contribuenti e pertanto ha degli obblighi morali.

Discorsi non da politici preparati ma da Bar dello Sport.