C’è un confine silenzioso. Tracciato non su una carta geografica ma su quella delle opportunità. A sud del Lazio, nelle province di Frosinone e Latina oggi si ha la conferma che la politica industriale nazionale si fa anche (e forse soprattutto) per esclusione.

La premier Giorgia Meloni ha annunciato con grande enfasi l’allargamento delle Zone Economiche Speciali (Zes) a Marche e Umbria, riconoscendo giustamente le difficoltà di due regioni che da anni chiedevano pari dignità competitiva. Il problema è che, nel farlo, il Governo ha consegnato un altro colpo sotto la cintola al basso Lazio. Non un errore ma una scelta.

Le province di Frosinone e Latina non sono state inserie in quelle Zone Economiche Speciali dove sono previsti importanti sostegni economici: No nonostante avessero tutti i requisiti economici per starci, No perché Roma con i suoi parametri pompati dal Giubileo ribalta i risultati di tutta la regione, No perché si diceva che non era possibile a questo punto fare allargamenti. Invece, per Marche ed Umbria è stato possibile.

Ma voi No

Enrico Coppotelli

Le province di Frosinone e Latina restano escluse. Rimangono fuori nonostante siano schiacciate da una crisi industriale strutturale, con un tasso di disoccupazione giovanile allarmante, infrastrutture carenti e una perdita cronica di capitale umano. Avvilente il fatto che restino fuori nonostante abbiano chiesto l’inclusione a gran voce.

A farlo non sono stati solo amministratori locali e imprenditori ma soggetti come la Cisl Lazio per bocca del suo Segretario Generale Enrico Coppotelli. E la Lega, l’unico Partito della coalizione di Governo ad aver sostenuto coerentemente questa battaglia in Parlamento. Il deputato Nicola Ottaviani è arrivato a minacciare il ricorso alla Corte Europea. Ma nulla da fare: “non è possibile”, era stata la risposta. Peccato che ora, con una semplice girata di timone, lo sia diventato per altri.

Nicola Ottaviani (Foto © Stefano Strani)

Il paradosso è evidente: le province pontina e ciociara possiedono tutti i requisiti oggettivi per entrare nella Zes, ma a tradirle sono i numeri “drogati” della Capitale. La presenza di Roma – con il suo PIL drogato da eventi come il Giubileoe i grandi flussi turistici – ribalta la media regionale, facendo apparire il Lazio come terra ricca. Ma chi conosce i territori sa che tra i colli imperiali e le periferie industriali del Sud c’è un divario più profondo del Tevere.

Il cortocircuito

Il risultato? Un cortocircuito grottesco: mentre le imprese delle Marche potranno attrarre investimenti con credito d’impostasnellimento burocraticosgravi fiscali e accesso agevolato all’export, quelle di Sora o di Aprilia si troveranno circondate da competitor privilegiati. Concorrenza sleale per decreto.

(Foto © DepositPhotos.com)

Non è questione di invidia territoriale. È questione di equità e logica: come può ripartire un’area se viene lasciata fuori dal solo strumento di politica industriale attualmente disponibile nel Paese? Come si può parlare di coesione quando si acuisce il divario tra chi sta dentro la Zes e chi ne resta escluso, per colpa di una capitale che tutto include e nulla redistribuisce?

C’è un senso di esclusione sistemica in questo ennesimo silenzio istituzionale. Ed è difficile non leggerci un retrogusto di cinismo politico. Il Lazio Sud, ancora una volta, paga la sua irrilevanza nei tavoli che contano. Buono a farsi notare soltanto per le zuffe e le gazzarre all’interno dei Partiti per dimostrare chi conta di più.

Il richio è che la frustrazione possa diventare rancore. E il rancore, in politica, prima o poi presenta il conto.

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