L’acqua non aspetta. Non aspetta i piani, non aspetta le valutazioni, non aspetta che la politica trovi il momento giusto. Cade quando vuole, scarseggia quando non serve, allaga quando non ci si aspetta. Il Lazio ha deciso di smettere di subirla e ha portato alla Camera dei Deputati una risposta da 333 milioni di euro in 18 progetti. Non è una promessa. È un piano.
Il contesto: perché l’acqua è diventata una questione strategica

Per capire il peso di questa iniziativa, bisogna partire dal quadro in cui si inserisce. L’Italia è un Paese che spreca acqua in modo sistematico e strutturale: le perdite nelle reti idriche nazionali sfiorano il 40% in media, con punte ancora più alte in alcune aree del Centro-Sud. Il cambiamento climatico ha reso questa inefficienza ancora più costosa: le stagioni asciutte si alternano a piogge alluvionali sempre più intense. Il tutto unito ad un sistema idrico inadeguato, che non riesce a capitalizzare i momenti di abbondanza né a tamponare quelli di scarsità: mancano le vasche in cui raccogliere l’acqua quando cade a catinelle e gli impianti per ridistribuirla durante i mesi di siccità.
In questo contesto, il Piano Nazionale di Interventi Infrastrutturali e per la Sicurezza del Settore Idrico — il PNIISSI — rappresenta il tentativo dello Stato di mettere ordine in un settore che, per decenni, è stato gestito con logiche emergenziali piuttosto che con una visione di lungo periodo. I Consorzi di bonifica e irrigazione — enti spesso poco conosciuti dal grande pubblico ma fondamentali per la gestione del territorio agricolo e idraulico — hanno risposto con una progettualità che ha sorpreso per quantità e qualità: oltre 260 progetti a livello nazionale, di cui 18 dalla sola regione Lazio.
I numeri del Lazio: cosa significano davvero

I 333 milioni di euro dei progetti laziali non sono una cifra astratta. Dietro ogni euro c’è un problema reale che si intende risolvere, un’inefficienza che si vuole eliminare, un rischio che si cerca di prevenire. Vale la pena scomporla.
1.700 ettari di nuova superficie irrigata: è l’equivalente di oltre duemila campi di calcio che passeranno da una condizione di dipendenza dalla pioggia a una gestione idrica controllata e programmabile. Per gli agricoltori che lavorano quelle terre, significa la differenza tra un raccolto incerto e uno pianificabile.
18 milioni di metri cubi di risparmio idrico annuo: è l’acqua che oggi viene dispersa nelle perdite delle reti, nei sistemi di distribuzione obsoleti, nelle pratiche irrigue inefficienti. Recuperarla significa avere più risorsa disponibile senza prelevarne di nuova dalle falde o dai corsi d’acqua — con tutto il sollievo che questo comporta per gli ecosistemi fluviali e lacustri della regione.
2,8 milioni di kWh di energia rinnovabile prodotta ogni anno: i nuovi invasi e le infrastrutture idrauliche non serviranno solo a conservare l’acqua ma anche a produrre energia pulita attraverso sistemi di mini-idroelettrico integrati nelle strutture. È la dimostrazione che un’infrastruttura idrica moderna non è solo un costo ma può diventare un generatore di valore.

145 milioni di euro di impatto economico annuo sui territori a regime: è la ricaduta sull’economia locale di un sistema agricolo più efficiente, più produttivo, meno esposto alle variazioni climatiche. Un moltiplicatore che parte dall’acqua e arriva sui banconi dei mercati, nei bilanci delle cooperative, nelle buste paga degli addetti.
3.400 nuove unità lavorative: in un momento in cui il tema occupazionale domina il dibattito pubblico — soprattutto in aree come il Frusinate, dove la crisi dell’automotive ha lasciato ferite profonde — la capacità di un piano infrastrutturale di generare lavoro diretto e indiretto è un dato che merita di essere sottolineato.
600 tonnellate di CO₂ risparmiate ogni anno: la riduzione delle emissioni non è un dato decorativo da aggiungere in fondo al comunicato. È la misura dell’impatto ambientale reale di un sistema che smette di pompare acqua con energia fossile e comincia a produrne con fonti rinnovabili.
Il progetto di Cerveteri: un caso di studio

Tra i 18 progetti presentati, uno merita una descrizione più dettagliata perché esemplifica la logica che dovrebbe guidare tutta la pianificazione idrica del futuro. Il Consorzio di Bonifica Litorale Nord di Roma ha proposto la realizzazione di invasi multifunzionali nell’area di Cerveteri, con un volume utile di regolazione di circa 1,68 milioni di metri cubi.
Non si tratta di un semplice bacino di raccolta dell’acqua. L’aggettivo multifunzionale è la chiave: l’invaso servirà contemporaneamente ad aumentare la capacità di accumulo idrico per l’irrigazione, a migliorare l’efficienza del sistema distributivo riducendo le perdite, a produrre energia rinnovabile attraverso sistemi idroelettrici integrati, e a svolgere una funzione di laminazione delle piene nelle stagioni piovose — riducendo cioè il rischio idraulico per i territori a valle.
È un approccio che rompe la logica dei silos — quella che vuole le infrastrutture irrigue separate da quelle energetiche, e quelle energetiche separate da quelle di difesa idraulica — per sostituirla con una visione integrata in cui ogni investimento produce valore su più fronti contemporaneamente.
Chi ha fatto il lavoro: i protagonisti

La presentazione romana ha portato alla Camera i vertici del sistema consortile laziale: Andrea Renna, direttore di ANBI Lazio e del Consorzio di Bonifica Litorale Nord; Aurelio Tagliaboschi, direttore dei Consorzi di Bonifica del Frusinate; Lino Conti, presidente del Consorzio di Bonifica Lazio Sud Ovest, con il direttore generale Tullio Corbo; Gianluca Pezzotti, presidente del Consorzio di Bonifica Etruria Meridionale e Sabina, con il direttore generale Vincenzo Gregori.
Un dettaglio che vale la pena segnalare: il quadro di sintesi della presentazione è stato coordinato da due giovani ingegnere del Consorzio di Bonifica Litorale Nord — Arianna Manoni e Sara Bartoletta. Non è un dato marginale. In un settore tradizionalmente dominato da figure maschili e da una cultura tecnica conservativa, la presenza di giovani professioniste in ruoli di coordinamento strategico dice qualcosa sulla direzione in cui si stanno muovendo i Consorzi del Lazio.
La voce di Renna: orgoglio e responsabilità

Il direttore Andrea Renna ha sintetizzato il senso dell’operazione con una frase che vale la pena riportare: «Non si tratta solo di progetti, ma di risposte operative e misurabili alle esigenze dell’agricoltura e delle comunità». È una distinzione importante, in un paese in cui i progetti abbondano e i cantieri scarseggiano.
L’obiettivo dichiarato è trasformare quella progettualità in opere reali — «il Lazio è pronto a trasformare queste progettualità in cantieri» — con la consapevolezza che la fase di valutazione da parte delle autorità nazionali competenti è il prossimo passaggio obbligato.
Renna ha anche sottolineato il valore della collaborazione istituzionale, ringraziando la Regione Lazio e in particolare l’assessore Giancarlo Righini per «la sinergia costruita e per la sensibilità dimostrata verso il mondo della bonifica», nonché il Segretario Generale dell’AUBAC, Marco Casini, per il supporto su un tema che — come ha ricordato — è «fondamentale come l’acqua per l’agricoltura».
Righini e la visione di lungo periodo

L’assessore regionale all’Agricoltura, alla Sovranità Alimentare e al Bilancio della Regione Lazio, Giancarlo Righini, ha inquadrato l’iniziativa in una prospettiva più ampia che merita attenzione. La presentazione dei 18 progetti non è — nelle sue parole — un episodio isolato ma «ancora una volta la dimostrazione della capacità del sistema di fare sinergia e concertazione». Una capacità che non è automatica: richiede coordinamento tra enti diversi, tra livelli istituzionali diversi, tra logiche tecniche e logiche politiche che non sempre si parlano facilmente.
Il riferimento al supporto della Regione Lazio e di AUBAC non è retorica istituzionale. Dietro quella frase c’è un lavoro di mesi di raccordo tra le strutture regionali e i Consorzi. Di verifica della cantierabilità dei progetti, di allineamento con gli obiettivi nazionali ed europei. È il tipo di lavoro che non fa notizia ma che determina se un piano resta sulla carta o diventa realtà.
Righini ha anche collocato l’iniziativa nel quadro delle sfide climatiche: «il cambiamento climatico impone spazi, risposte e fatti concreti in un territorio bellissimo ma anche davvero molto delicato per la salvaguardia idrogeologica». Il Lazionon è una regione qualunque da questo punto di vista: ha coste lunghe e vulnerabili, pianure alluvionali, bacini idrografici complessi, aree montane soggette a dissesto. La gestione idrica non è qui una questione puramente agricola: è una questione di sicurezza del territorio in senso lato.
Il quadro nazionale: il Lazio tra i protagonisti

Nel contesto dei 260 progetti presentati a livello nazionale, il contributo laziale — 18 interventi per 333 milioni — posiziona la regione tra i protagonisti di questa stagione di pianificazione infrastrutturale idrica. Non è un primato assoluto, ma è un segnale significativo in un paese dove le capacità progettuali dei territori variano enormemente.
La presentazione nella Nuova Aula dei Gruppi Parlamentari ha confermato che i Consorzi di bonifica stanno rivendicando un ruolo. Che va oltre la gestione ordinaria delle reti irrigue. Proprio la scelta di quell’Aula fornisce un elemento: è una sede che ha un peso simbolico preciso. È il luogo dove il Parlamento ospita le presentazioni di maggiore rilievo istituzionale. Sono soggetti capaci di pianificazione strategica, di progettazione tecnica complessa, di dialogo con le istituzioni nazionali ed europee.
La posta in gioco

C’è una domanda finale che questa vicenda pone, e che sarebbe disonesto non formulare. I 333 milioni di progetti presentati dal Lazio devono ancora passare la fase di valutazione e approvazione nazionale. Non tutti i 260 progettipresentati a livello nazionale riceveranno il via libera. La concorrenza è reale, le risorse sono finite, le priorità dovranno essere stabilite.
La qualità della progettualità laziale — attestata dalla presenza di progetti cantierabili, finanziariamente solidi, coerenti con gli obiettivi del piano — è un vantaggio competitivo reale. Ma non è una garanzia.
Quello che è certo è che il Lazio si è presentato al tavolo nazionale con un piano serio, con numeri verificabili. Con una visione che integra efficienza idrica, produzione energetica, sviluppo agricolo e benefici ambientali. Ha fatto, come dice Righini, la sua parte.
Ora tocca allo Stato fare la propria. Trasformare quei 333 milioni di progetti in 333 milioni di cantieri. L’acqua aspetta.








