
Una data che vale come premessa: 1876. L’anno in cui nasceva Assopopolari, l’Associazione Nazionale fra le Banche Popolari. L’Italia era unita da quindici anni, il sistema bancario era ancora un cantiere aperto e l’idea che le banche dovessero avere radici nei territori, conoscere i volti dei propri clienti, capire le esigenze delle comunità locali, non era ancora un’ideologia conservatrice, ma semplicemente il modo in cui funzionava il credito.
Centocinquant’anni dopo, quella stessa idea è diventata il terreno di una delle battaglie più interessanti e meno discusse della finanza italiana. Ed è in questo contesto che va letta la riconferma del professor Vincenzo Formisano, presidente della Banca Popolare del Cassinate e titolare di cattedra all’Università di Cassino, alla vicepresidenza di Assopopolari, insieme agli avvocati Nicola Luigi Giorgi e Leonardo Patroni Griffi, sotto la presidenza confermata di Vito Antonio Primiceri.
Il fronte della difesa e i numeri che fanno riflettere
La conferma di Formisano, che dal 2020 ricopre questo incarico, arriva in un momento in cui il sistema delle banche popolari italiane si trova a difendere non tanto la propria sopravvivenza, quanto la propria ragione d’essere.
I numeri di Assopopolari sono tutt’altro che marginali: 24 banche associate, oltre 3.700 sportelli, 500mila soci, 6,5 milioni di clienti, 36mila dipendenti e un attivo aggregato che supera i 213 miliardi di euro. Non è, evidentemente, un settore in via di estinzione. Eppure il dibattito su cosa debbano fare le banche di territorio nell’era della concentrazione bancaria, della vigilanza europea sempre più centralizzata e della digitalizzazione dei servizi finanziari non si è mai chiuso davvero.
La tesi dei fautori della grande banca è nota: le economie di scala, la diversificazione del rischio, la solidità patrimoniale e la capacità di investimento tecnologico richiedono strutture di dimensioni importanti. Le banche piccole, in questa visione, sono destinate a confluire nelle grandi o a diventare irrilevanti. Formisano respinge questa lettura. Non lo fa per sentimentalismo ma con un argomento preciso: la prossimità territoriale è un vantaggio competitivo che i grandi gruppi faticano a replicare. Conoscere un imprenditore, capire un mercato locale, saper valutare un’azienda che non ha rating ma ha trent’anni di storia: sono competenze che si costruiscono sul campo, non si importano da una centrale acquisita in un’altra regione.
Il profilo di Formisano: il confine tra cattedra e sportello
Ciò che rende la posizione di Formisano interessante non è soltanto il ruolo istituzionale. È la combinazione rara tra competenza accademica e gestione operativa di un istituto di credito radicato in un territorio specifico: il Cassinate, area della Ciociaria meridionale con una vocazione industriale significativa, sede dello stabilimento Stellantis e di un tessuto di piccole e medie imprese che dipendono in larga misura dal credito locale.
In questa posizione di confine, Formisano rappresenta un tipo di banchiere che il sistema finanziario italiano ha prodotto in quantità decrescente: capace di leggere un bilancio con gli strumenti dell’analisi accademica, ma anche di conoscere i nomi degli imprenditori che chiedono un affidamento.
Nell’epoca in cui il rischio principale per le banche di territorio non è solo quello di mercato, ma quello reputazionale (apparire come strutture obsolete, inefficienti, legate a logiche localistiche nel senso deteriore del termine) la scelta di mantenere ai vertici di Assopopolari figure con questo profilo ibrido risponde a una strategia precisa: dimostrare che il localismo bancario può essere, al tempo stesso, rigoroso e innovativo.
La sfida vera: non sopravvivere, ma restare rilevanti
La questione centrale che la riconferma di Formisano pone non è se le banche popolari esisteranno ancora tra dieci anni: probabilmente sì, visto il peso che ancora esprimono nel tessuto del credito italiano. La questione è se riusciranno a restare rilevanti in un sistema in cui le grandi banche hanno ormai capacità tecnologiche, masse gestite e reti distributive che rendono la competizione asimmetrica per definizione. La sfida che il professor Vincenzo Formisano ha lanciato negli ultimi anni è esattamente questa.
Assopopolari celebra i suoi 150 anni in un contesto che avrebbe sorpreso profondamente i suoi fondatori: un mercato bancario dominato da pochi grandissimi gruppi, una vigilanza accentrata a Francoforte, tassi d’interesse in costante movimento e una clientela che sempre più spesso gestisce il proprio rapporto con la banca attraverso uno schermo. In questo scenario, il modello popolare fondato sul voto capitario, sulla prossimità territoriale e sul rapporto diretto con soci e clienti, ha bisogno di rinnovarsi senza tradire se stesso.
È questa la scommessa che Formisano porta in dote alla vicepresidenza. Non la difesa di un passato glorioso, ma la costruzione di un argomento competitivo per il futuro. Se ci riuscirà, la storia di Assopopolari avrà un capitolo centocinquantunesimo degno dei precedenti. Non riuscirci è una fattispecie non prevista. Proprio per questo ci si è affidati a quel board carico di esperienza, visione, trasversalità. E soprattutto proiezione nel futuro.



