Fca, effetto ecobonus: la paura della Fim Cisl per Cassino Plant

Un governo che non si preoccupa e lascia correre, un’azienda che investe a parole, mentre i numeri picchiano duro e lo fanno sulla pelle e sulle buste paga dei lavoratori Fca Fiat Chrysler Automobiles. Ora la Fim Cisl comincia a preoccuparsi. Il sindacato, che ha sempre mostrato un ottimismo che a confronto quello di Mike Manley è roba da dilettanti, stavolta si dice preoccupato per i dati specifici di Cassino Plant e per il futuro dell’automotive in Italia. Lo fa citando i numeri, contando i pezzi che escono dalle linee e non solo.

I numeri da incubo

           L’analisi l’ha fatta il segretario provinciale Fabio Bernardini e parte dai numeri che avevano fatto ben sperare lo scorso anno. Nel 2018 lo stabilimento cassinate di Fca ha prodotto quasi 100 mila autovetture, in larga parte Stelvio (39.782), poi Giulietta (30.826) e Giulia (28.546), con una forza lavoro di 4.150 addetti e con 1000 ore totali di cassa, tutte negli ultimi quattro mesi dell’anno.

I primi quattro mesi del 2019 sono invece da incubo e ci fanno tornare indietro di anni: appena 24.500 unità prodotte, con 300 operai in meno a causa dei pensionamenti con quota 100 e ben 55 giorni di cassa integrazione. «Anche prevedendo una ripresa della domanda – sottolinea Bernardini – difficilmente nel 2019 vedremo i volumi del 2018».

I responsabili

           E non c’è un solo responsabile, per il sindacato ogni componente ha fatto la sua parte, come in un pestaggio in cui il branco si suddivide i pugni da tirare sulla vittima. C’è la contrazione del mercato inequivocabile, ma ci sono pure le politiche messe in campo dal governo, così come sono gravi i ritardi di Fca, negli investimenti verso l’ibrido e nel lancio di nuovi modelli: di fatto la macchina più nuova prodotta a Cassino ha più di due anni. «Il 2019 sarà critico e difficile da gestire» afferma Bernardini. (leggi qui I silenzi imbarazzanti sul futuro di Fca Cassino Plant)

Ed il Governo quante colpe ha? Dalla Cisl, sul tema ecotassa ed ecobonus, si sottolinea come il provvedimento è chiaro a tutti che stia condizionando la libera concorrenza, visto che FCA non ha auto di questo genere di motori da mettere sul piatto. E quindi non usufruisce dei bonus. Uno scenario che Bernardini definisce evidente per tutti e poi tira la stoccata: «Probabilmente a chi ha legiferato questo fatto non era evidente».

I ritardi

           Ora però è arrivato il momento di investire e quindi dalla Cisl arriva prima una stoccata all’azienda: «Occorrono certezze, tempi e modalità chiari per gli investimenti». Poi un’altra botta al Governo: «occorre anche una capacità politica di costruire condizioni adatte per investire, una volontà chiara nelle dichiarazioni FCA, ma non sostenuta dal Governo».

Proprio per questo la Fim Cisl, insieme a Fiom e Uilm, sciopererà il prossimo 14 giugno. Perché lo scenario in Italia è a nero: nel 2019 è previsto un calo degli investimenti nell’acquisto di auto e c’è bisogno di una risposta seria e concreta, una risposta da chi governa l’azienda e da chi governa il paese. «O si cambia strategia – conclude Bernardini – o la crisi questa volta avrà effetti più devastanti dell’ultima».

Sarà un anno di sofferenza

Il 2019 sarà un anno di sofferenza per Cassino Plant come per l’intero comparto automotive italiano: ne è certo Ferdinando Uliano, il segretario nazionale della Fim Cisl.

Rischi di licenziamenti e tagli? No. Ad escluderli sono i 5 miliardi di investimenti confermati da Fca. Per Uliano «i primi effetti positivi degli investimenti ci saranno dal 2020, ma la prospettiva industriale e occupazionale è messa in sicurezza dai 5 miliardi di investimenti».

Partita chiusa? «La partita non è chiusa, non lo è mai, i continui cambiamenti nell’industria della quarta rivoluzione industriale, nell’automotive sono tali che è una continua lotta per l’occupazione e lo sviluppo. La strada giusta è investire, investire nel cambiamento senza paure e solo questo può dare una possibilità di futuro positivo».

Il vero problema sarà dopo. Con l’arrivo dell’ibrido e dell’elettrico su strada. Perché? «I cambiamenti sulle motorizzazioni – spiega Ferdinando Ulianorischiano di avere un impatto occupazionale pesante nei prossimi anni, soprattutto per il minor apporto di manodopera richiesto per i motori elettrici. E questo impatto sarà più pesante per i nostri industriali del centro nord che forniscono le case automobilistiche tedesche di componenti per i motori a combustione. L’ortodossia sull’elettrico non è ecologica e rischia di ammazzare l’occupazione e il settore automotive in Europa».