Da piccolo mi quoto in Borsa

Aziende  a gestione famigliare o costituite da diversi soci. Poche, pochissime, quelle quotate in borsa. Non è la situazione solo delle piccole realtà ciociare, ma è una caratteristica tutta italiana. Lo chiamano Capitalismo di famiglia e gli analisti lo indicano come il principale responsabile di in sistema asfittico e rachitico. Fuori dai nostri confini non è così, anzi. In Gran Bretagna, solo per fare un esempio, praticamente tutte le start up hanno nel loro piano industriale l’obiettivo di essere quotate in borsa entro cinque anni. In Italia no.

Piazza Affari © Imagoeconomica, Sergio Oliverio

Eppure la borsa è una risorsa: significa liquidità immediata. E può garantire una serie di altri benefici. Ovviamente ci vogliono dei requisiti, si deve seguire un percorso in cui la quotazione è solo l’ultimo passaggio: perché durante quell’iter si devono adottare delle strategie per il management aziendale che già di per sé significano miglioramento. È a Frosinone una delle 4 o 5 realtà italiane che accompagnano le “piccole” aziende (con un fatturato di almeno 5 o 6 milioni di euro)  verso questo obiettivo: se ne occupa Profima, società di consulenza per le imprese. Agisce in particolare nel settore IAM, riservato proprio alle realtà di dimensioni minori rispetto alle grandi società per azioni. E non solo: la stessa Profima, specializzata nel reperimento di risorse finanziarie a fondo perduto o agevolato, ha già avviato questo percorso per arrivare ad essere quotata in Borsa.

Perché fare una scelta di questo tipo? Intanto per avere subito risorse da investire, magari per ampliare il proprio business. Perché per reperire fondi, non ci sono solo banche, crowdfounding, intervento di soci. E la quotazione in borsa in Italia non è abbastanza sfruttata, forse perché guardata con un po’ di timore. C’è paura di perdere quel controllo che invece viene garantito attraverso il capitalismo di famiglia.

Il Ceo di Profima Enzo Altobelli

Il Ceo e fondatore di Profima Enzo Altobelli sottolinea come il percorso per raggiungere la meta possa sembrare difficoltoso. La sua società si pone a disposizione di quelle realtà che vogliano intraprenderlo, innanzitutto avviando contatti con Nomad, che è una sorta di intermediario, fornendo poi una serie di altri servizi: dall’assistenza nella presentazione della documentazione alle authorities, alla verifica del rispetto dei requisiti,  dall’aiuto nella stesura dell’equity story destinata agli investitori istituzionali e agli intermediari finanziari fino al supporto nei rapporti con gli organi istituzionali (Consob e Borsa Italiana) durante ogni fase operativa della quotazione. C’è poi la questione dei costi che si sostengono per arrivare alla quotazione, magari soprattutto per le consulenze: le imprese potranno usufruire di un credito d’imposta pari al 50% delle spese sostenute, fino a un massimo di 500mila euro.

Tornando invece ai benefici che questo percorso comporta per le imprese: innanzitutto ci sono subito risorse per finanziare progetti di crescita; la società poi aumenta la propria credibilità e, per poter ottenere l’accesso, segue una serie di best practice, legate alla trasparenza o alla ricerca per esempio. E poi sbarcare in borsa significa allargare le proprie vedute, capire di poter sconfinare, puntare ad ampliare l’orizzonte.  Perché allora restare nel nido, quando si può spiccare il volo? Certo, bisogna prepararsi e strutturarsi, ma perché non sognare in grande?