Nella storia delle aziende pubbliche italiane esiste un paradosso ricorrente che potremmo chiamare il paradosso del bilancio: i numeri migliorano, i conti quadrano, i comunicati parlano di «percorso di rilancio consolidato» ma il consenso politico peggiora. Acqualatina, il gestore del servizio idrico dell’ATO4 pontino, ha appena offerto un’illustrazione da manuale di questo schema.

L’Assemblea dei Soci ha approvato il Bilancio 2025. Utile netto di 8,5 milioni di euro. Margine operativo lordo di 42,7 milioni. Investimenti per 38,5 milioni nell’ultimo anno, 82 milioni nel biennio 2024-2025, con una intensità pro capite di 68,5 euro per abitante all’anno che supera di oltre due volte e mezza la media dei ventidue anni precedenti. Indebitamento finanziario netto sceso da 27,4 a 19,1 milioni. Sono, oggettivamente, numeri che raccontano un’azienda diversa da quella che un anno fa rischiava di portare i propri libri contabili in tribunale.

Eppure una quota significativa dei sindaci soci (i sindaci dei Comuni amministrati da Partito Democratico, Forza Italia, liste civiche) ha votato contro. Trasversalmente, senza distinzione di colore politico. È un voto che va oltre gli schieramenti, oltre l’alleanza che fino a qualche mese fa ha governato la Provincia di Latina e dice qualcosa che i numeri non dicono.

Cosa i numeri non dicono

Chi ha osservato la vicenda Acqualatina negli ultimi anni conosce la distanza strutturale tra i bilanci della società e l’esperienza quotidiana dei suoi utenti. Una distanza che ha radici profonde: perdite idriche che hanno viaggiato per anni intorno al 70% della risorsa immessa in rete, un’elusione tributaria (i cittadini che non pagano le bollette) che aveva superato i 100 milioni di euro, interruzioni del servizio, manutenzioni giudicate insufficienti, tempi di intervento che i Comuni consideravano incompatibili con un servizio essenziale.

I 38,5 milioni di investimenti del 2025 sono reali. Ma è altrettanto reale il dato che emerge dalla relazione di bilancio: di quei 38,5 milioni, 27,4 provengono da contributi pubblici e 21,6 dal PNRR. La quota finanziata con risorse proprie è inferiore a un terzo del totale. E il piano originario prevedeva 46,8 milioni: con uno scostamento di 8,3 milioni che la società attribuisce a tensioni di liquidità. In altri termini: i numeri migliorano, ma la capacità autonoma di investire resta limitata, e il miglioramento è in larga parte dipendente da risorse esterne che hanno una scadenza.

È questo il cuore del problema che il voto contrario dei sindaci ha voluto segnalare. Non una contestazione dei dati contabili in sé ma il rifiuto di accettare che quei dati esauriscano il giudizio su una gestione che i cittadini continuano a valutare negativamente nella loro esperienza diretta.

Il nodo tariffario e la sua logica implacabile

Un passaggio in particolare della relazione di Bilancio merita di essere approfondito: contiene una tensione che la politica pontina dovrà affrontare prima o poi. Acqualatina segnala che, con la progressiva esaurienza dei fondi PNRR, la sostenibilità finanziaria futura dipenderà da un aggiornamento tariffario. Così come sono oggi i conti serve, in sostanza, un aumento delle bollette per continuare a finanziare gli investimenti sulla rete.

È una posizione che ha la sua logica industriale interna: senza entrate adeguate non ci sono investimenti, senza investimenti le perdite idriche rimangono elevate, senza riduzione delle perdite la risorsa si spreca e le bollette devono comunque salire per coprire i costi operativi. È un circolo vizioso che si conosce da decenni nel settore idrico italiano, e che l’Authority (l’ARERA) ha più volte indicato come risolvibile solo attraverso un adeguamento tariffario progressivo. Una visione basata sui numeri: i conti non quadrano, le bollette aumentano per farli quadrare.

(Foto © DepositPhotos.com)

Ma la logica della politica è diversa: punta a conciliare i punti di vista differenti e ad evitare di spremere i cittadini. Perché aumentare le bollette a cittadini che già subiscono interruzioni del servizio e vedono le strade allagarsi per rotture nelle condutture equivale a chiedere di pagare di più per un servizio che non funziona. È la posizione che i sindaci contrari al bilancio esprimono, implicitamente, con il loro voto.

La contraddizione non è risolvibile sul piano contabile. È risolvibile solo sul piano della fiducia: un aggiornamento tariffario diventa politicamente accettabile nel momento in cui i cittadini percepiscono un miglioramento reale e misurabile del servizio. E quella percezione, per ora, non c’è.

Il contesto che il bilancio non racconta

Per capire il peso del voto contrario di oggi, bisogna ricordare da dove viene questa vicenda. Meno di un anno fa, Acqualatina era paralizzata da assemblee deserte: i sindaci di FdI e Lega, insieme al socio privato Italgas (che detiene il 49% delle quote) si astenevano sistematicamente dal partecipare, impedendo il raggiungimento del numero legale e bloccando la ricapitalizzazione da 30 milioni che il CdA aveva dichiarato necessaria per evitare il default. La sindaca di Latina Matilde Celentano aveva chiesto 120 giorni di rinvio. Il PD accusava FdI di ostruzionismo. I sindaci civici chiedevano le dimissioni del CdA. Il comune di Nettuno aveva impugnato al TAR il verbale di un’assemblea.

Il sindaco di Latina Matilde Celentano con il presidente della Provincia Federico Carnevale

Era, in sintesi, una guerra totale in cui la gestione del servizio idrico era diventata lo specchio e al tempo stesso la posta di una partita politica più ampia: quella per il controllo della Provincia di Latina, le cui elezioni coincidevano con la scadenza dei fatidici 120 giorni richiesti da Celentano.

Il bilancio approvato oggi certifica che quella fase acuta è stata superata. L’assemblea si è tenuta, il voto c’è stato, i numeri sono stati discussi. È già un progresso rispetto al caos di fine 2025. Ma il voto contrario di PD, FI e civici dice che la normalizzazione formale non ha prodotto una normalizzazione sostanziale: la frattura tra chi gestisce la società e chi la giudica dalla prospettiva dei cittadini-utenti è ancora aperta.

La domanda che il bilancio pone

C’è una domanda, in chiusura, che il voto di oggi rende inevitabile. Acqualatina gestisce un servizio essenziale per oltre mezzo milione di persone distribuite in trentotto Comuni. Ha appena chiuso un bilancio in attivo, dopo anni di difficoltà. Ha investito più di quanto abbia mai fatto nei ventidue anni precedenti. Eppure una parte significativa dei suoi soci pubblici ha scelto di votare contro.

Il problema non è chi ha ragione nel merito, se i numeri del bilancio siano sufficienti a giustificare un giudizio positivo sulla gestione, o se le criticità operative denunciate dai sindaci siano abbastanza gravi da prevalere sui dati contabili. Il problema è che su una questione così fondamentale (la qualità dell’acqua che arriva nelle case) il sistema di governance non riesce a produrre un giudizio condiviso, e continua a funzionare secondo la logica degli schieramenti politici piuttosto che secondo quella dell’interesse dei cittadini.

Il voto di oggi fotografa un’azienda che sta meglio dei mesi scorsi, ma non abbastanza da convincere chi la guarda dal basso. E quella distanza, tra i numeri di un bilancio e la fiducia di chi beve quell’acqua, è la vera sfida che Acqualatina non ha ancora risolto.

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