Le 17 di oggi. Un edificio bianco su una collina. Le bandiere mosse dal vento, una accanto all’altra. Dentro, voci che rimbombano in stanze appena restaurate. Tre piani. Vetrate grandi. Una targa del 1932 che nessuno aveva mai letto fino a poco fa. Gente che sale le scale. Strette di mano. Foto.

Giovanni Acampora la chiama «casa delle imprese». Lo ha già detto in privato, lo ripeterà oggi, davanti a tutti. Un edificio che torna a respirare. Centinaia di persone ogni settimana, da adesso in poi, dentro quelle mura che per anni hanno visto passare solo polvere. Un palazzo recuperato. Pregiato. Restituito. È la sede storica della Camera di Commercio di Frosinone: riaperta alla città quasi un secolo dopo la sua prima inaugurazione e dopo avere scritto tra le sue stanze la storia dello sviluppo di questo territorio.

Giovanni Acampora

Ma quella di oggi non è solo un’inaugurazione. Dall’alto di quella collina che lancia lo sguardo su Frosinone, il presidente Giovanni Acampora accende un faro: un segnale chiaro all’industria, all’economia, alla politica. A tutti gli uomini e le donne che hanno la possibilità e sono nella condizione di fare qualcosa per questa terra.

Ma è una casa per cosa?

Una casa, va bene. Ma una casa serve a chi ci abita. E chi abita oggi la Ciociaria produttiva sta attraversando tre crisi insieme, lo dice Federlazio: il costo dell’energia, il rallentamento della domanda, la guerra in Iran che ha fatto crollare l’export regionale dell’11,4% nel primo trimestre. Più della metà delle imprese di trasporti e logistica nel 2025 ha visto calare il fatturato. Più di un’azienda su tre dice di reggere solo grazie a quella che il presidente Alessandro Sbordoni chiama «resilienza forzata». Resistere senza crescere. Non perdere senza guadagnare.

Antonio Tajani

È in questo clima che riapre un palazzo. È un segnale che arriva nel momento esatto in cui il territorio ne ha più bisogno. Per dire che si può fare: basta avere il coraggio necessario per gettare il cuore oltre l’ostacolo, abbandonare gli schemi del passato per correre incontro ad un futuro nel quale molto poco rimarrà come prima. L’automotive, l’energia, la carta geografica con la mappa dell’economia mondiale: la nuova Camera di Commercio di Frosinone dice questo. E non è un caso che per tagliare il nastro, Giovanni Acampora abbia chiamato il Ministro degli Esteri Antonio Tajani.

L’energia che manca

Cosa vuol dire avere coraggio? Qual è l’ostacolo oltre il quale gettare il cuore? Com’è fatto il futuro da abbracciare? A Cassino, tanto per dare un esempio, un’idea aspetta da anni. Una Comunità Energetica per l’area industriale, proposta dal professor Raffaele Trequattrini, già scritta in un piano consegnato alla vicepresidente regionale Roberta Angelilli. Prima di lui l’aveva indicata Marco Delle Cese. Nel mezzo, l’ex amministratore delegato di Stellantis Carlos Tavares, in visita allo stabilimento, aveva detto la frase che pesa più di tutte: produrre auto qui costa troppo, l’energia elettrica è sproporzionata. Risposta? Silenzio. Nella sua forma più istituzionale. (Leggi qui: L’energia che manca a Cassino: l’idea c’era, il coraggio no).

Al tempo stesso a Turano Lodigiano, mille e cinquecento abitanti in provincia di Lodi, ci hanno pensato due tetti fotovoltaici e una sindaca determinata. Qui, niente. Il Consorzio Industriale ora sta bruciando le tappe, con una Cer già in cantiere a Latina. Ma l’energia resta il nodo che nessuno ha ancora sciolto.

La sfida di Cassino Plant

E proprio a Cassino si gioca la partita più grande. Stellantis tratta con due colossi cinesi, Huawei e JAC, per salvare Cassino Plant. Una partnership che può riempire i capannoni vuoti. E che può, allo stesso tempo, lasciare fuori l’indotto: centinaia di aziende ciociare che per decenni hanno fornito lo stabilimento, che hanno brevetti, tecnici, competenze. È esattamente questo che dice la Camera di Commercio: superare gli schemi aggrappati ai quali siamo cresciuti per oltre 50 anni. (Leggi qui: Ceccano e le terre rare: un capannone diventa un pezzo di sovranità europea).

(Foto © DepositPhotos.com)

L’alternativa esiste. Si chiama Magna Steyr, è a Graz, in Austria, e dal 1979 assembla auto per chiunque glielo chieda: Mercedes, BMW, Jaguar, Aston Martin. Tredicimila addetti, duecentomila vetture l’anno. Un modello che la Ciociaria avrebbe le competenze per replicare. Manca solo chi abbia il coraggio di proporlo ad alta voce. (Leggi qui: Cassino Plant tra Huawei e Jac: la sfida oltre la Cina che può salvare l’indotto).

A Ceccano, in un capannone della Itelyum l’Europa intera prova a liberarsi dalla Cina. Si chiama LIFE INSPIREE: il primo impianto industriale del continente per recuperare le terre rare dai rifiuti elettronici. Uno dei 47 progetti che Bruxelles considera strategici per l’autonomia industriale europea. Non un’eccezione, ma la prova: quando la visione c’è, la Ciociaria sa stare al centro delle partite che contano.

Il filo di Acampora che lega tutto

La targa della prima pietra

Un palazzo del 1932 restaurato. Un’energia che manca da anni. Uno stabilimento automobilistico alla ricerca del proprio futuro. Un capannone che produce sovranità europea. Quattro storie diverse. Una sola domanda dietro tutte: la Ciociaria ha le carte in regola per pensare in grande. Ha le competenze, ha la storia industriale, ha anche la capacità di stare tra i protagonisti d’Europa quando serve e di essere attrattiva per i nuovi signori del vapore orientali.

Quello che ancora manca, in troppi casi, è il coraggio di scegliere. Di decidere chi ricordare, dove investire, quale strada percorrere prima che la finestra si chiuda.

La pietra del 1932 con cui si scolpiva per sempre che a Frosinone quel palazzo era la casa di chi produce sotto qualsiasi forma, torna a vivere oggi alle 17. Il resto della provincia aspetta ancora il suo turno.

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