
La sfida del cambiamento non passa solo sulle autostrade, non sfreccia solo sui tracciati dell’Alta velocità, non ormeggia esclusivamente nei porti per le merci. Sono i dettagli a fare la differenza. Importantissima. Immaginate un top manager arrivato in volo nella Business Class all’aeroporto di Fiumicino e da qui su un’auto (rigorosamente asiatica) fino al polo Automotive di Piedimonte San Germano. Ora premiamo il pulsante con le due barrette verticali e mettiamo in pausa.
Pigiamo il comando che ormai è quasi dimenticato: il picture in picture che consente di vedere in un quadratino, contemporaneamente anche un’altra trasmissione. Quello stesso top manager è già stato a Francoforte in Germania, a Barcellona e Villaverde in Spagna, a Luton e Sunderland nel Regno Unito. Sono tutte realtà gemelle di Piedimonte San Germano: un passato industriale glorioso, un ruolo importante nella produzione dei veicoli a motore, un presente schiacciato dalla crisi del comparto.
Ora rimettiamo a Play il nostro film principale ed immaginiamolo anticipato di qualche anno: quando non c’era ancora Stellantis e nemmeno Fca, cioè quando sulla strada che il manager cinese sta per percorrere c’erano crateri grandi quanto una corsia, capaci di far vibrare e compromettere la componentistica delicata a bordo dei container in arrivo. Niente luci dei lampioni, signorine in biancheria intima a passeggio sotto i pochi punti luce, vegetazione amazzonica a coprire gli incroci.
Se vi ricordate questa situazione, allora è chiaro che gli investitori leggono nell’asfalto, nelle potature, nei lampioni e nella segnaletica il termometro di un territorio. È questa la scommessa implicita ma non troppo che Il governatore del Lazio Francesco Rocca e la sua vice Roberta Angelilli provano a fare attraverso una serie di cantieri finanziati dalla Legge Regionale 60. I primi tre sono già partiti in questi giorni: un incrocio da mettere in sicurezza a Piedimonte San Germano, una strada da riqualificare a Cisterna di Latina, un impianto di illuminazione da ammodernare nell’area industriale di Rieti-Cittaducale.
L’incrocio di Piedimonte come metafora del Cassinate
A Piedimonte San Germano l’intervento riguarda la messa in sicurezza dell’accesso all’agglomerato automotive, lo stesso comparto che ospita lo stabilimento Stellantis e l’indotto che da mesi vive sospeso tra fermi produttivi e attesa dei nuovi modelli Maserati.
Non è un dettaglio da poco, se si considera il momento che il Cassinate sta attraversando: mentre le organizzazioni sindacali denunciano un anno segnato da cassa integrazione e contratti di solidarietà, la Regione sceglie di intervenire non sulla produzione (che non è nella sua disponibilità) ma su un elemento più defilato eppure decisivo: la capacità del territorio di dimostrarsi affidabile agli occhi di chi, a Torino o altrove, deve decidere dove concentrare i prossimi investimenti.
Un’infrastruttura viaria sicura non crea, da sola, un ordine di produzione. Ma segnala che le istituzioni locali presidiano il perimetro entro cui quell’ordine, se arriverà, potrà essere lavorato. È la stessa strategia che si rivelò vincente negli anni in cui doveva nascere Fiat Chrysler Automobiles: chi governava queste dinamiche a Cassino disse “Non sappiamo cosa ci faranno a Piedimonte ma quando verranno a vederlo è meglio se gli facciamo trovare tutto funzionante”. Funzionò. Anche per gli anni successivi.
Cisterna e Rieti: la stessa logica, due latitudini diverse
Il ragionamento si ripete, con accenti diversi, negli altri due interventi. A Cisterna di Latina la manutenzione straordinaria di via Grotte di Nottola risponde a una logica esplicitamente logistica: ridurre i costi di trasporto per le imprese già insediate nell’area industriale. E insieme mandare un segnale a chi valuta di insediarvisi.
A Rieti-Cittaducale, l’ammodernamento dell’illuminazione pubblica tocca un registro apparentemente più marginale: la sicurezza notturna, il decoro. Che tuttavia si inserisce nello stesso vocabolario: quello di un territorio che vuole apparire ordinato, sorvegliato, presente a se stesso. Nessun investitore sceglierà di portare i propri dollar, yen, yuan o qualsiasi altra valuta in un posto buio e dimenticato.
Tre interventi, tre aree del Lazio distanti tra loro per storia industriale e per vocazione produttiva ma accomunati da un’unica premessa: che la competitività di un territorio si costruisce anche, se non soprattutto, attraverso segnali che non compaiono direttamente nei bilanci delle imprese ma che le imprese leggono con estrema attenzione.
Il vero soggetto della storia
Se si guarda a questi tre cantieri isolatamente, si rischia di scambiarli per ordinaria manutenzione infrastrutturale. Il loro peso politico emerge però se li si legge insieme alla trasformazione che sta attraversando, in questi stessi mesi, il Consorzio Industriale del Lazio: la riforma già approvata, il commissariamento affidato al professor Raffaele Trequattrini (l’economista dell’università di Cassino prestato al mondo della politica industriale), l’ingresso della Regione al 51% del capitale, un bilancio parificato senza rilievi che ne certifica, almeno sulla carta, la tenuta contabile.
In questo contesto, i tre interventi finanziati dalla legge regionale 60 non sono soltanto opere pubbliche assegnate a un ente esecutore: sono la prima traduzione concreta di un disegno più ampio, quello di trasformare il Consorzio da semplice gestore di aree industriali a soggetto che custodisce (è la parola che meglio rende l’ambizione dell’operazione) il capitale materiale e immateriale dei territori produttivi del Lazio.
Il salto di funzione
È un salto di funzione non banale. Per decenni i Consorzi Industriali italiani hanno vissuto, nella percezione pubblica, come enti tecnici: assegnavano lotti, gestivano fognature e viabilità interna, timbravano pratiche urbanistiche. La scommessa che la Regione Lazio sembra voler fare attraverso questi tre cantieri è diversa: rendere il Consorzio l’interlocutore che tiene insieme la programmazione regionale e la vita quotidiana delle imprese, l’ente che trasforma gli annunci politici in strade percorribili, incroci sicuri, lampioni accesi.
Un compito che si misura non tanto nell’importo dei singoli interventi (cifre che, prese singolarmente, restano modeste rispetto ai grandi capitoli di spesa regionale) quanto nella loro capacità di sommarsi in una narrazione coerente, quella di un ente che sta imparando a essere presente prima ancora che a essere grande.
Il rischio implicito in ogni scommessa sulla fiducia
Resta, naturalmente, un margine di scetticismo che la storia di questi territori insegna a non abbandonare mai del tutto. La fiducia industriale non si costruisce con tre cantieri, per quanto ben scelti: si costruisce con la continuità, con la capacità di ripetere l’intervento anche quando l’attenzione mediatica si sposta altrove, con la tenuta nel tempo di un ente (il Consorzio) che fino a pochi mesi fa attraversava esso stesso una fase di commissariamento e ridefinizione degli assetti proprietari.
Il vero banco di prova, per Piedimonte San Germano come per Cisterna e per Rieti, non sarà l’inaugurazione dell’incrocio messo in sicurezza o l’accensione dei nuovi lampioni ma la capacità della Regione e del Consorzio di dimostrare che quella logica (infrastrutture come credito di fiducia verso le imprese) non si esaurisce in tre cantieri isolati. Ma diventa il metodo ordinario con cui il Lazio prova a tenere insieme, in un momento di crisi diffusa dell’automotive e non solo, i pezzi sparsi della propria vocazione industriale.




