
Mentre il sistema bancario nazionale occupa le prime pagine dei giornali con i colossi Intesa Sanpaolo, Monte dei Paschi, Banco BPM e UniCredit impegnati in ipotesi di fusione, in provincia di Frosinone si certifica il tracollo del credito alle imprese. È quello che emerge dall’ultimo rapporto della CGIA di Mestre, che analizza l’andamento degli impieghi vivi alle imprese tra marzo 2025 e marzo 2026 e fotografa un’Italia a due velocità: da una parte le grandi imprese che tornano a ottenere credito, dall’altra la sterminata platea di micro e piccole attività — il 98% del tessuto produttivo nazionale — che continua a essere penalizzata.
Il credito complessivo alle imprese italiane cresce di 9,7 miliardi (+1,5%), ma questo aumento è interamente assorbito dalle aziende con più di 20 addetti (+14,5 miliardi). Le piccole, invece, perdono 4,7 miliardi (-4,8%). Un paradosso che rischia di scavare un solco profondo tra chi può investire e chi è costretto a rallentare.
Il Lazio guida la crescita ma è tutta merito di Roma
A livello territoriale, il Lazio registra il maggiore aumento di credito alle imprese di tutta Italia: +7,36 miliardi di euro in un anno, pari a una crescita dell’11,5%. Nessun’altra regione si avvicina a questi numeri. La Calabria cresce del 5%, la Sicilia del 3,3%, mentre molte regioni del Nord continuano addirittura a perdere finanziamenti.
Ma basta andare oltre il dato aggregato per scoprire una realtà molto diversa. A trascinare il Lazio è quasi esclusivamente Roma, che da sola registra un aumento di 7,576 miliardi di euro (+13,5%), risultando la provincia italiana con la crescita più elevata in assoluto. Le altre province laziali raccontano invece una storia profondamente diversa:
- Frosinone: -138,5 milioni di euro (-5,4%)
- Rieti: -17,7 milioni (-4,5%)
- Latina: -48,1 milioni (-1,5%)
- Viterbo: -13 milioni (-0,8%)
- Roma: +7,576 miliardi (+13,5%)
In altre parole, senza l’effetto della Capitale, il Lazio non sarebbe affatto la locomotiva del credito italiano.
Frosinone all’11° posto nella graduatoria
Il dato che deve far riflettere maggiormente riguarda proprio la provincia di Frosinone. Secondo la CGIA, gli impieghi vivi alle imprese sono passati da 2,569 miliardi a 2,431 miliardi di euro: in dodici mesi il sistema produttivo ciociaro ha perso 138,5 milioni di credito bancario, con una flessione del 5,4%. Non si tratta di una semplice correzione statistica. Nella graduatoria nazionale delle 102 province italiane, Frosinone compare all’11° posto assoluto tra quelle che hanno registrato le peggiori contrazioni del credito. Peggio hanno fatto soltanto realtà come Aosta, Lodi, Asti, Fermo, Biella e Genova. La Ciociaria è quindi la provincia laziale con il peggior andamento del credito alle imprese.
Le piccole imprese perdono il 7,5%
Il quadro si fa ancora più preoccupante quando si osservano i dati relativi alle imprese con meno di 20 addetti. A livello nazionale il credito alle imprese cresce dell’1,5%, ma l’intera crescita viene assorbita dalle aziende medio-grandi. Le micro e piccole imprese perdono complessivamente 4,7 miliardi (-4,8%). Nel Lazio la diminuzione è più contenuta ma resta significativa: -187,2 milioni di euro (-2,9%). A Frosinone la situazione è decisamente peggiore. Anzi, la peggiore.Gli impieghi vivi alle imprese sotto i 20 addetti passano da 413,6 a 382,5 milioni di euro, con una perdita di 31,1 milioni di euro, pari al -7,5% in un solo anno. Il confronto regionale è eloquente:
- Roma: -1,5%
- Latina: -5,4%
- Viterbo: -5,8%
- Rieti: -7,5%
- Frosinone: -7,5%
Mentre nella Capitale il sistema economico riesce ancora ad attrarre risorse finanziarie, nelle province — in Ciociaria più che altrove — il credito alle piccole attività continua a restringersi.
Senza credito non ci sono investimenti
Per comprendere la portata di questi numeri bisogna ricordare che la struttura economica della provincia di Frosinone è composta in larga parte da artigiani, commercianti, aziende familiari, imprese manifatturiere di media e piccola dimensione e lavoratori autonomi. Quando il credito diminuisce, queste realtà incontrano maggiori difficoltà ad acquistare nuovi macchinari, investire in innovazione, assumere personale, affrontare aumenti dei costi energetici e sostenere programmi di crescita.
Il rischio è quello di una progressiva perdita di competitività. Le grandi aziende riescono più facilmente a reperire risorse sui mercati finanziari o attraverso rapporti consolidati con gli istituti di credito. Le piccole imprese, invece, dipendono quasi esclusivamente dalla banca. Quando il rubinetto si restringe, il sistema produttivo locale rallenta.
Per la politica, le istituzioni, le parti datoriali e sociali locali la sfida diventa non più rinviabile. Se i numeri continueranno a peggiorare, il tema dell’accesso al credito potrebbe diventare uno dei principali fattori di frenata dello sviluppo economico della provincia di Frosinone — forse persino più della mancanza di infrastrutture, della burocrazia e della mancata previsione della fiscalità di vantaggio come la ZES. Come disse uno dei padri fondatori degli Stati Uniti, Benjamin Franklin: «Se ti togli il denaro dalle tasche e lo metti nella tua testa, la tua testa riempirà di nuovo le tue tasche». Perché senza credito non ci sono investimenti. E senza investimenti non c’è crescita.



