
Gli faceva «molto male» guardarlo dalla Litoranea, abbandonato com’era. Angelo Rainone ha trovato il modo di cambiare vista: la sua Rn Consulting & Development ha comprato lo storico pastificio Paone, marchio compreso, insieme ai debiti che si portava dietro. Quella struttura ha incarnato per 132 anni il sogno industriale di Formia e dell’intero sud pontino: certificati della Camera di Commercio alla mano è l’attività produttiva più longeva di quella che è diventata poi la provincia di Latina.
Anno di inizio attività il 1878, 17 anni dopo l’unità d’Italia e la presa di Gaeta da parte delle truppe sabaude del generale Enrico Cialdini ed 8 anni dopo l’arrivo dei bersaglieri a Porta Pia. Si è adeguato alle lente e graduali trasformazioni del ciclo produttivo ed ha resistito anche alle bombe alleate arrivate dal mare durante i terribili bombardamenti della primavera 1944. Nel secondo dopoguerra ha poi dato lavoro a centinaia di persone e sfamato quelle famiglie che avevano perso tutto.
Il passaggio di mano
Ora il vecchio pastificio Paone in piazza Risorgimento non è più formiano. L’originaria proprietà, la «Domenico Paone fu Erasmo spa», dopo una lunga trattativa ha deciso di vendere il marchio e lo storico opificio alla «Rn Consulting & Development srl» di Sarno, in provincia di Salerno. È una realtà consolidata nel settore della Consulenza imprenditoriale e gestionale.
Il passaggio delle consegne è avvenuto davanti al notaio Raffaele Tamburrino di Giugliano, in provincia di Napoli. In quell’occasione la società acquirente, oltre al valore dell’immobile, si è accollata anche i debiti che la Domenico Paone fu Erasmo SpA aveva maturato soprattutto con l’erario e con un istituto di credito emiliano, erogatore di un significativo mutuo nel 2010, quando la famiglia Paone decise di interrompere la produzione della pasta nel sito di piazza Risorgimento per delocalizzarla nel nuovo stabilimento realizzato nella zona industriale di Penitro.
Sigilli, inchieste e debiti
All’epoca si progettò di trasformare il vecchio stabilimento in un mini centro commerciale e proprio quell’attività commerciale avrebbe dovuto pagare, attraverso gli incassi, una parte del mutuo per il nuovo pastificio a Penitro. Ma il piano conobbe un brusco stop il 9 marzo 2012: i Carabinieri ed il Nipaf della Guardia Forestale vi apposero i sigilli ravvisando, per conto del sostituto procuratore Giuseppe Miliano, le ipotesi di lottizzazione abusiva ed irregolarità in alcuni lavori di riqualificazione e recupero urbanistico autorizzati dal Comune di Formia nel 2008.
La Procura di via Ezio fece un ragionamento: sarebbe stata necessaria l’approvazione di un Piano particolareggiato per trasformare un sito industriale in un mini centro direzionale. La proprietà impugnò il sequestro affermando chr il pastificio, costruito nel 1878, non dovesse sottostare ad alcunché in quanto il piano regolatore di Formia, redatto da un commissario ad acta di nomina regionale, entrò in vigore quasi un secolo dopo, nel 1980.
Delle sorti del pastificio formiano si occuparono alcune delicatissime inchieste penali, tra tutte quella denominata «Sistema Formia» e quella che coinvolse il giudice fallimentare del Tribunale di Latina Antonio Lollo.
La Cassazione annulla
Un fatto è certo. I sigilli apposti nel 2012 furono revocati dalla Terza Sezione Penale della Cassazione che, applicando la sentenza numero 2 del 30 gennaio di quell’anno delle Sezioni Unite, prese atto dell’avvenuta prescrizione maturata nel processo in corso davanti al Tribunale di Latina e dispose «la restituzione di quanto in sequestro all’avente diritto», cancellando lo spettro della confisca dell’ex pastificio per acquisirlo al patrimonio dello Stato.
Il sequestro disposto dal Pm Miliano aveva nel frattempo acuito i problemi economico-finanziari della «Domenico Paone fu Erasmo spa». Fu costretta a chiedere di accedere al concordato preventivo, da cui furono esclusi però i crediti vantati dall’erario e dall’istituto bancario che aveva concesso il mutuo per completare il nuovo stabilimento di Penitro.
Ora la vendita alla società di Sarno. Il primo atto dei nuovi proprietari del pastificio Paone è stato un blitz all’alba. Chiamati dagli operai arrivati a mettere in sicurezza lo stabilimento dopo 14 anni e mezzo di fermo, i poliziotti del Commissariato hanno trovato dentro immigrati e senza tetto: l’ex pastificio era diventato un dormitorio illegale.
La nuova proprietà
Se l’amministratore è Ciro Rainone (gestisce un ristorante nella storica via Indipendenza a Gaeta) l’anima della società è suo padre, il 62enne Angelo.
Mette subito i puntini sulle «i» ribadendo il suo feeling, familiare e professionale, con il territorio, con Gaeta in particolare: «Mia moglie, pur se trasferita a Venezia, fa di cognome Mancini. Mio padre, costruttore, ha edificato le chiese parrocchiali di San Paolo a Gaeta e di Sperlonga. Vedere in questi anni dalla strada Litoranea il pastificio Paone abbandonato mi faceva molto male», ha detto Angelo Rainone.
Un incontro di cortesia con il Comune c’è stato a luglio. L’amministrazione comunale era rappresentata dal sindaco Gianluca Taddeo, dall’assessore e dal dirigente del settore urbanistico, Mario Martino e Pietro D’Orazio. La società di Sarno ha chiesto che ci fossero due tecnici di Formia e Gaeta, Marco Pietrosanto e Luca Tallaro.
Il progetto
L’ex pastificio per l’ex sindaco Pd Sandro Bartolomeo poteva diventare un ospedale: «in attesa del Policlinico del Golfo» era il luogo perfetto per garantire il potenziamento del dirimpettaio Dono Svizzero. Infatti «il presidente Piero Marrazzo e l’Asl di Latina erano pronti per acquistarlo».
Oggi si parla di un piano di rigenerazione urbana. Prevede l’insediamento al piano terra di un centro commerciale, la realizzazione di un ristorante di medie dimensioni sul terrazzo, la cessione al Comune per finalità sociali e aggregative di metà dell’ex primo piano («mi piacerebbe che a usufruirne fossero i bambini», ribadisce Angelo Rainone) e la realizzazione di un parcheggio «oltre 100 posti auto» nei due piani interrati da destinare alla città ed agli utenti del vicino ospedale.
«Il nostro progetto, rispetto a quello oggetto di indagine della Procura diversi anni fa, è davvero ridotto all’osso», spiega l’architetto Pietrosanto, «ed è autorizzabile senza patemi d’animo da quello che prevede il Dpr 380/2001. Le soluzioni che abbiamo davanti sono due: presentare un piano particolareggiato o chiedere – e la norma lo prevede – un cambio di destinazione d’uso. La seconda è la più percorribile e facile. Contiamo di presentare il progetto entro la fine del mese e da quel momento il comune avrà 90 giorni per risponderci. Se dipendesse da noi il cantiere, aperto a gennaio, lo potremmo chiudere alla fine del 2027». Poco più di un anno.




