Molto Circular ma poco green: la sfida parte dalla Ciociaria

Meglio della Danimarca, più dell’Olanda e ben oltre la Germania: l’Italia è l’eccellenza europea nell’economia circolare ma arranca sul fronte dei comportamenti ‘green‘. Stiamo sviluppando un nuovo sistema industriale che manda sempre meno materiali in discarica, li ricicla e li trasforma in nuova materia prima. Ma poi all’atto pratico continuiamo a ragioinare ed agire come nel Novecento. È quanto emerge dal Rapporto di Circonomia, il Festival nazionale dell’Economia Circolare che si è tenuto ad Alba.

Il report dice che l’Italia, forse anche un po’a sorpresa, primeggia su tutti nel Vecchio Continente. Ma si arranca sui comportamenti “green” che sono il fulcro della cosiddetta transizione ecologica. Ovvero, in Italia ci si è fermati sulle rinnovabili, gli stili di vita non sono “circolari”.

Nel lungo periodo questa rischia di diventare una contraddizione insostenibile.

Italia al top, Lazio ok

L’ingresso del Pala Alba capitale

Partiamo dalle note positive: o meglio, dal primato italiano certificato dal rapporto di Circonomia sull’economia circolare. Per capire bene la differenza: nell’economia lineare prendo la materia prima, la lavoro, utilizzo il prodotto, lo butto e ne compro uno nuovo; nell’economia circolare: non prendo nuova materia prima, non sfrutto la Terra e le sue risorse, la mia materia prima deriva da ciò che è già stato utilizzato e che fino a ieri finiva gettato in discarica. L’esempio più antico è la carta: da sempre la cellulosa viene ricavata dalla carta riciclata; in questi anni abbiamo imparato a rigenerare l’allumino, il vetro, la plastica.

Ma economia circolare è molto di più: è prendere il vapore che esce dalle ciminiere e non sputarlo nell’atmosfera bensì riscaldarci le serre di ortaggi realizzate accanto alle fabbriche, è realizzare pietre per i lavelli delle cucine miscelando le polveri di marmo aspirate nelle segherie e che fino a ieri andavano sepolte occupando suolo, è o nuovi sampietrini o i cementi nei quali c’è una componente ricavata dalle ceneri che avanzano nei termovalorizzatori dopo avere generato l’energia elettrica.

  Il report Circonomia tiene conto di 17 indicatori: tra questi il consumo interno di materia da parte di ogni cittadino, la  percentuale di rifiuti avviati a riciclo, i consumi finali di energia in rapporto al Pil e il tasso di rinnovabili sui consumi finali di energia. L’Italia è davanti a Olanda, Austria e Danimarca. Ed è largamente al di sopra di nazioni come Germania o Francia.

Nel nostro Paese tutti i territori sono lanciati. Benissimo il Nord ed il Centro, bene il Sud. Se fossero Stati membri dell’Unione – dice il Rapporto –  sarebbero prime sia la macro-regione del Nord che quella del Centro, mentre il Sud con le Isole si piazzerebbe sul podio. Nel lazio spiccano le prime circular factory nate in provincia di Frosinone, convertendo la ex Marazzi Sud di Anagni e la ex Ideal Standard di Roccasecca.

Green non significa ricchi

Emerge anche un elemento importante. Non c’è rapporto diretto tra ricchezza di un Paese e le sue performance ‘green’. La Finlandia e il Nord italiano, ovvero una nazione e una macroregione tra le ricche d’Europa, in tema di economia circolare si collocano una in fondo e l’altra in cima alla classifica.

Ma quali fattori determinano le buon prestazioni dell’economia circolare del  nostro  Paese? Anzitutto la ‘geografia’ caratterizzata in prevalenza da un clima mite: questo significa consumi bassi di energia. L’Italia è pure abituata ad ottimizzare risorse e uso di energie vista la carenza strutturale di materie prime.

Ma nell’analisi va evidenziato anche altro. Tra il 2011 e il 2019 la produttività d’uso delle risorse, cioè il rapporto tra il Pil e consumo di materie,  è migliorato in Italia del 59%, mentre il miglioramento medio della Ue è stato del 31%, quello della Germania del 38% e quello dell’Olanda del 47%”.

Anche il riciclo di materia dai rifiuti domestici è cresciuto di oltre 20 punti percentuali (dal 31% al 51%), mentre la media Ue è salita del 10%. Stiamo imparando a non buttare in discarica gli avanzi delle cucine e l’erba falciata nei prati, nelle aiuole, nelle cunette ai margini delle strade; sempre di più ne stiamo ricavando concime naturale per i fiori e l’agricoltura, metano green ricavato dalla fermentazione.

Luci ma anche ombre

 Non è tutto oro, però, quello che luccica:  il rapporto curato da Duccio Bianchi (co-fondatore dell’Istituto di ricerche Ambiente Italia) evidenzia le tre grandi ombre di cui si è detto sopra. Le rinnovabili, il declino economico e sociale e gli stili di vita.

Stefano Ceccarelli

Quello delle energie rinnovabili è uno dei settori chiave della transizione ecologica. L’Italia nel 2004 era al 6,3% di energia pulita sui consumi finali. Nel 2014 ha raggiunto il target europeo del 17% (17,1 per la precisione). Nel 2019 è rimasta al 18%. La Danimarca, che aveva anch’essa raggiunto l’obiettivo europeo nel 2014, da allora è cresciuta nella percentuale  di rinnovabili di altri 7 punti. 

Va ancora peggio per quanto riguarda le rinnovabili elettriche. Nel 2010 la produzione elettrica da nuove rinnovabili, escludendo l’idroelettrico era pari all’8%. Nel 2015, grazie al traino del fotovoltaico, l’Italia era arrivata al 23%. E qui si è fermata: negli anni successivi si è rimasti sempre sul 23% della produzione elettrica. 

Per il presidente di Legambiente Frosinone, Stefano Ceccarelli, ora «siamo in ritardo. Gli altri hanno corso sul solare e sull’eolico. Noi, dopo la fine degli incentivi nel 2013, ci siamo come arenati». Una frenata che è andata ad incidere negativamente sui posti di lavoro nel settore. 

 Ceccarelli dice una cosa apparentemente ovvia ma, al tempo stesso, fondamentale: gas e petrolio costano. Sole e vento sono gratis: «Il futuro è e deve essere questo. Bisogna correre per la riconversione dalle fossili alle rinnovabili». E c’è anche il fresco esempio del previsto rincaro delle bollette elettriche. «Deve essere chiaro che il motivo – dice Ceccarelli – non sta nella transizione ecologica ma nella mancanza della stessa transizione. Se avessimo implementato la quota di rinnovabili nell’elettrico non avremmo questo problema».

La ripresa non ingrana

Francesco Borgomeo ed il cantiere di Manhattan con i prodotti in Grestone

 Non bisogna poi dimenticare che l’Italia stenta a ripartire a livello economico: c’è una dicotomia tra le ottime prestazioni ambientali dell’Italia e il persistente declino economico e sociale accentuato anche dal Covid.

L’Italia – rimarca ancora il Rapporto –  è l’unico Paese europeo, insieme alla Grecia, ad avere un Pil pro capite inferiore a quello del 2000, l’unico che nel 2019 (prima della pandemia) non aveva ancora recuperato i livelli precedenti alla crisi del 2008-09. 

Per il fondatore del gruppo Saxa Gres Francesco Borgomeo “È proprio il modello Saxa che riesce a mandare il Paese in controtendenza: l’economia circolare a sostegno dell’industria e per salvare distretti industriali, evita il declino economico e sociale dei territori. Ci sono gli esempi pratici di ex Marazzi ed ex ideal Standard: sono state totalmente convertite ad una produzione circular, che genera prodotti senza sfruttare la Terra e le sue materie prime. Ora è decisivo ricavare l’energia per il sistema industriale attraverso ciò che per noi è un costo: la gestione dei rifiuti. Dobbiamo entrare nell’otdine di idee che i rifiuti sono un valore ed una risorsa da sfruttare, non un costo”.

Ma Saxa Gres e Grestone sono due esempi replicabili? Altre fabbriche possono essere trasformate salvando posti di lavioro, evitando la delocalizzazione? “Il primo elemento della circolarità è il “riutilizzo” di fabbriche chiuse o in crisi terminali. Salvare le fabbriche, ridandogli competitività con materie prime riciclate ed energia da rifiuti, è l’unico modo per evitare il declino e far agganciare la spinta dell economia circolare, alla tenuta economica e sociale dei territori, in particolare i più deboli”.

Stili sbagliati

Ancora comportamenti poco green

La terza ombra riguarda i comportamenti, gli stili di vita e di consumo. Se l’Italia primeggia nell’indice di circolarità è molto più restia a considerare modelli di consumo e stili di vita ‘circolari’. Nelle case degli italiani si consuma più  energia  della media dei cittadini europei: peggio di noi fanno solo Belgio e Lussemburgo. La penetrazione del solare termico nei consumi domestici è un quarto di quello della Spagna e meno di metà di quello della Germania.

Paradossalmente, anche se il nostro Paese è uno dei principali produttori europei di prodotti alimentari biologici, per consumi bio sia rispetto alla spesa alimentare che per abitante è dietro buona parte dei Paesi del nord. E poi vi è un’altra contraddizione: siamo il Paese europeo con il più alto tasso di motorizzazione privata (614 auto ogni 1000 abitanti). Siamo, però,  anche i primi produttori europei di biciclette ma i ritmi di vendita di bici ed e-bike sono molto bassi (nel 2020 sono state vendute 3,4 bici ogni 100 abitanti contro le 6,3 della Germania e dell’Olanda).

Nell’ambito dei comportamenti ‘green’, oltretutto, il gap tra nord e sud dell’Italia è vistosissimo e destinato non ridursi.

Ceccarelli è categorico: «L’economia circolare è un obbligo, non un’opzione. Si deve capire che le risorse sono limitate». Il problema è anche culturale: «Veniamo da un “epoca d’oro” in cui abbiamo pensato di poterci permettere di tutto. Ma le risorse non sono infinite e rischiamo di perdere competitività».

End of Waste

Marco Delle Cese

 Sullo sfondo anche un altro problema secondo Ceccarelli; di tipo politico che si lega alla burocrazia.  Ci sono diversi decreti “End of Waste” in attesa di essere approvati. Decreti che servono per aumentare la quota di circolarità dei rifiuti prodotti. In pratica, dopo alcuni trattamenti, i prodotti perdono la qualifica di rifiuto e diventano nuove materie prime.

  Il caso è quello dei pannolini usati da cui si ottengono fibre riutilizzabili. Un altro decreto “End of waste” riguarda i pneumatici fuori uso. Troppi altri – secondo il presidente di Legambiente Frosinone – devono ancora ricevere il via libera definitivo. 

Il tema dell’economia circolare e  dei giusti comportamenti, comunque, è ampio e variegato: fa leva sulla sensibilità delle nuove generazioni il presidente del Cosilam Marco Delle Cese. Lui vede un qualcosa di diverso nelle nuove generazioni ne modo di approcciarsi alla sostenibilità ambientale. 

  Certo il problema – osserva –  resta sempre quello del gap energetico. «Se non si risolve questo dilemma  – dice –  non torneremo competitivi a livello economico e ciò avrà una ricaduta anche scoiale, sulle famiglie».

In sostanza: sugli stili di vita e sui giusti comportamenti “circolari” – secondo il numero uno del Cosilam –   si può “lavorare” mentre l’industria ha fatto importanti passi avanti in tema di sostenibilità ambientale. E gli esempi sul territorio ciociaro non mancano. L’obiettivo, però, resta sempre uno: ridurre il gap energetico.