
Il mare che muove l’Italia prende forma in una sala del Ministero delle Imprese e del Made in Italy. È lui il protagonista assoluto di questo 4° Blue Forum: Summit Nazionale sull’Economia del mare che ha preso il via mercoledì pomeriggio in una Capitale arsa dal sole e rinfrescata alla sera dal Ponentino.
Quel mare vale oggi 216,7 miliardi di euro. O, per dirla in termini ancora più diretti: più dell’11% del PIL nazionale. Se fossimo un Paese fatto solo di coste, porti, pescherecci, cantieri nautici, navi da crociera, sport acquatici, resort marini, movimentazione merci e ingegneria idraulica, saremmo una media potenza economica continentale. E non per vocazione estetica ma per infrastruttura produttiva.
È questo il cuore pulsante del XIII Rapporto sull’Economia del Mare presentato in apertura del Blue Forum 2025. Lo hanno redatto anche quest’anno Ossermare e Centro Studi Tagliacarne – Unioncamere. Non è solo un documento di ricerca: è una chiamata alla realtà. Una cartina nautica che rovescia la nostra idea di periferia, dove le zone costiere non sono più confine, ma centro propulsivo del Paese.
Il mare che non è più sfondo
Il mare, oggi non è più lo sfondo delle vacanze italiane ma la tela su cui si gioca una partita cruciale: 1 milione e 89mila occupati, 232.841 imprese attive, un valore aggiunto diretto da 76,6 miliardi (+15,9% rispetto all’anno scorso, più del doppio della media nazionale). E un dato che grida da solo: il +7,7% degli addetti nel settore, a fronte di un modestissimo +1,9% dell’economia complessiva.
Questo comparto cresce, assume, produce valore. E lo fa con una capacità di reagire sistemica: ogni euro investito in mare ne genera altri 1,8 nel resto dell’economia. Un moltiplicatore stabile, certo, ma in alcune aree del Nord-Est tocca il 2,1.
A leggere questi numeri, verrebbe da chiedersi come mai la politica – quella alta, di sistema – non abbia ancora piantato con decisione una bandiera sulla Blue Economy.
Il mare che crea lavoro (e futuro)
Il Sud è il cuore blu d’Italia. Non una forzatura, ma una misurazione concreta: 32,5% del valore aggiunto nazionale, 37,7% degli occupati, 49,2% delle imprese. Eppure, paradossalmente, è proprio qui che la catena del valore fatica a propagarsi: il moltiplicatore dell’economia del mare al Sud si ferma a 1,6, ben lontano dai livelli del Nord.
Andrea Prete, presidente di Unioncamere, l’ha detto chiaramente: “Il settore cresce ma soffre di un gap nelle competenze tecniche”. Tradotto: c’è lavoro, ma mancano le persone con le competenze per occuparlo. E questo fa il paio con il dato più interessante e meno raccontato del rapporto: l’economia blu è inclusiva. Le imprese giovanili sono l’8,9% del totale, le femminili il 22,6%, le straniere il 7,7%.
In un’Italia che arranca sul fronte demografico e dell’innovazione sociale, il mare si scopre laboratorio dove la nuova economia già si sperimenta. Con un paradosso solo apparente: il settore più tradizionale che c’è – l’economia del mare – è oggi anche il più moderno.
Una leadership che l’Europa non ci riconosce
Eppure, all’estero non ce ne accorgono. Almeno non abbastanza. Secondo il Blue Economy Report 2025 dell’UE, l’Italia è al quarto posto in Europa per valore aggiunto generato dal mare, dietro Germania, Spagna e Francia. Ma Antonello Testa, coordinatore di OsserMare, lo dice con forza: “Quel dato è fuorviante. Il nostro perimetro è più ampio, più preciso, più aggiornato”.
Il punto non è una disputa statistica. È geopolitica industriale. Se l’Europa investirà sul mare – e lo farà – bisogna esserci nel momento in cui si definiscono i criteri, i fondi, i progetti. Bisogna esserci, e saper dimostrare che si è già pronti.
Ecco perché Giovanni Acampora, presidente Assonautica Italiana, lo ha detto senza giri di parole: “Questo rapporto è il documento di riferimento dell’intero sistema mare. Non solo uno strumento di analisi, ma una leva di influenza”.
Il rischio: l’incertezza
L’unica vera minaccia? Il clima dell’incertezza. Lo ha ricordato Gaetano Fausto Esposito del Centro Studi Tagliacarne: “Un aumento del 30% dell’instabilità attuale potrebbe costare alla Blue Economy 1,2 miliardi, quasi tutti concentrati in turismo e logistica”. Perché se la gente ha paura di una crisi dietro l’angolo o di una guerra che è alle porte non va in vacanza, non compra una barca.
Eppure, il dato non scoraggia. Anzi. Spinge a blindare l’economia del mare come asse portante della strategia nazionale. Non più uno slogan da convegni o una retorica da brochure. Ma una scelta industriale strutturata. Con un Piano del Mare 2026–2028 in costruzione e un nuovo lessico da adottare: fatto di cantieri nautici e rigenerazione urbana, di logistica e sostenibilità, di pesca e turismo, di portualità turistica e mobilità.
Il tutto dentro una strategia coerente, che non lasci il mare al destino, ma lo ponga al centro del nostro modello di sviluppo.
Il mare non ha margini
Lo dice l’acqua ogni volta che arriva a riva: non ha margini, non si arresta. Così l’economia che da essa nasce. È ora che l’Italia smetta di trattarla come una voce tra le altre. È la spina dorsale più liquida – e solida – che il Paese ha.
E oggi, lo dice il Rapporto, è più di una suggestione: è politica economica. Sta solo a noi farne un futuro.



