Antonio Gramsci amava ripetere: «Occorre persuadere molta gente che anche lo studio è un mestiere, e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio, oltre che intellettuale, anche muscolare-nervoso: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza». Parole che tornano drammaticamente attuali alla luce dei dati pubblicati da Openpolis, rielaborati su base Eurostat 2024 per il confronto europeo e Istat 2022 per il dettaglio territoriale. La fotografia che ne emerge è impietosa per l’Italia.
Mentre l’Unione Europea corre verso l’obiettivo del 45% di laureati tra i 25-34 anni entro il 2030, il nostro Paese procede con il freno a mano tirato. Nel 2024, la quota nazionale di giovani laureati si è fermata al 31,6%, mentre nella popolazione complessiva tra i 25 e i 74 anni resta sotto il 25%.

Un dato che colloca l’Italia al penultimo posto nell’Unione Europea, davanti soltanto alla Romania (23,2%). La media UE è già al 44,2%, con Paesi come Irlanda, Lussemburgo e Svezia che superano abbondantemente la soglia del 45%. L’Italia è fuori tempo massimo, e il ritardo non è solo statistico: è strutturale, culturale, produttivo.
In questo quadro emerge anche un forte divario di genere: le donne laureate superano gli uomini di 13,5 punti percentuali, confermandosi il vero motore dell’istruzione nel Paese.
Un Paese spaccato: il divario tra territori

Se il dato nazionale preoccupa, quello territoriale racconta un’Italia ancora più frantumata. Per l’analisi regionale Openpolis utilizza i dati Istat 2022, riferiti alla fascia 25-49 anni.
Solo sei regioni superano la soglia del 30% di laureati. Tra queste spiccano:
- Lazio (32,6%)
- Molise (31,6%)
- Abruzzo (30,8%)
In coda si trovano invece:
- Sicilia (22,5%)
- Campania (23,6%)
- Sardegna (23,7%)
Con valori molto bassi anche in Puglia (24,2%) e Calabria (26,3%).

Il dato diventa ancora più netto a livello comunale. Nel 2022 solo 81 comuni italiani (meno dell’1%) superavano il 40% di laureati tra i 25 e i 49 anni. Si tratta quasi esclusivamente di capoluoghi, città universitarie o comuni dell’hinterland milanese e pavese.
All’estremo opposto, 2.376 comuni italiani registrano meno di un residente su cinque con un titolo universitario. È il volto più duro del divario tra aree urbane e territori interni, dove la formazione superiore resta un’eccezione e non una regola.
I numeri dei Comuni della provincia di Frosinone
Guardando ai principali centri della provincia di Frosinone, il quadro è chiaro: tutti crescono, ma partendo spesso da basi molto basse. La presenza dell’Università fa la differenza: Cassino guida la classifica provinciale, seguita da Isola del Liri e dal capoluogo Frosinone. Nei centri storici interni, invece, il recupero è più lento.
Tuttavia il dato più interessante è un altro: tutti i Comuni registrano un aumento tra il 2018 e il 2022. Segnale che la domanda di istruzione cresce, anche nei territori più fragili. Ma non basta studiare: serve un sistema economico in grado di trattenere competenze.
| Comune | Laureati 2018 | Laureati 2022 | Andamento |
|---|---|---|---|
| Cassino | 33,3% | 37,5% | In aumento |
| Frosinone | 28,5% | 32,4% | In aumento |
| Isola del Liri | 29,2% | 34,2% | In aumento |
| Sora | 27,2% | 31,4% | In aumento |
| Pontecorvo | 25,4% | 29,0% | In aumento |
| Ceccano | 22,5% | 24,9% | In aumento |
| Ferentino | 20,4% | 23,8% | In aumento |
| Anagni | 19,5% | 23,5% | In aumento |
| Alatri | 17,6% | 21,6% | In aumento |
| Veroli | 17,5% | 21,4% | In aumento |
Studiare conviene, ma non basta
I dati nazionali confermano una verità semplice: investire in istruzione conviene. I laureati hanno mediamente più opportunità occupazionali, contratti più stabili e retribuzioni più alte rispetto ai diplomati. Tuttavia, in Italia questo vantaggio è meno marcato che nel resto d’Europa.

Per un giovane della provincia di Frosinone, laurearsi non può più essere percepito come un «rischio economico», ma deve diventare un investimento sicuro. La differenza tra diploma e laurea non deve stare solo nel pezzo di carta, ma nella capacità del sistema produttivo locale di assorbire competenze alte.
Se questo non accade, il risultato è noto: fuga dei cervelli verso il Nord o verso l’estero. E allora sì che lo studio diventa fatica sprecata.
L’Europa corre. L’Italia arranca. La Ciociaria cresce, ma deve decidere che tipo di crescita vuole. Perché senza laureati non c’è sviluppo. E senza lavoro qualificato, i laureati non restano.
(Foto di copertina © DepositPhotos.com)








