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L’ambiente come rotta cercata e non come ideologia: la lezione Svizzera

12 Febbraio 20257 minuti di lettura
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Se nella vulgata sono associati agli orologi che segnano un tempo inflessibile un motivo ci sarà. Di certo il dato è legato al fatto che non fanno guerre da secoli, e quando sei in pace hai tutto il tempo per capire quanto importante sia il tempo. E con esso la precisione nel fare le cose. O nel deciderle: come hanno fatto gli svizzeri nel silurare un referendum a difesa dell’ambiente. Una consultazione di democrazia in purezza che ha offerto lo spunto per riflettere su un tema troppo spesso d’ugola e troppo poco di fatti.

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Fatti concreti, fatti fattibili e non urlati al solo scopo di alimentare un Green fagocitatore a tutti i costi di ogni regola di buona senso. E con essa di ogni dovere alla preservazione del diritto dei popoli di crescere e sviluppare le proprie skill. Il tema lo ha sollevato Ferruccio De Bortoli in una splendida analisi sul Corriere della Sera.

I tre fattori da leggere

Come vanno coniugati dunque i tre fattori? Come li metti assieme ed in maniera produttiva obbligo di preservare l’ambiente, dovere di preservare le economie e diritto di decidere in maniera tonda e democratica in tal senso?

Partiamo dal Lazio e dalla Ciociaria. Le iniziative, legislative e concettuali, a favore del Green Deal risentono, come ovunque e magari un po’ di più a contare che qui c’è Roma e ci sono i palazzi decisori, di un fattore.

E’ quello per cui in democrazia parlamentare la voce grossa la fa chi ha la maggioranza, che inevitabilmente lascia le impronte digitali su ogni iniziativa e tema anche in “quota bottega”. Poi ci sono le grandi questioni concettuali che, solitamente, vengono affrontate meglio dalle grandi associazioni di categoria.

Acampora e gli esperti ambientali

Giovanni Acampora

Associazioni come la Camera di Commercio unificata di Frosinone e Latina ad esempio. Il presidente Giovanni Acampora non ci è arrivato per piaggeria normativa, ad una concezione di Green Deal piena, ma dopo l’intuizione pregressa per cui molti format dovevano o cambiare oppure perire. E, ad esempio, solo pochi mesi fa aveva perorato la formazione, con consegna di relativi attestati, di 49 esperti ambientali.

Perché il vero snodo dell’ambiente perseguito e non più solo proclamato è questo: è diventato un target. Perciò lo devi “inseguire” con la formazione, la creazione degli ambiti giusti. E soprattutto con la fede nelle grandi azioni decisorie di massa debitamente instillate da una giusta cultura sul tema. Qui però in Italia ci si è un po’ fermati e lo si è fatto perché il nostro (e non solo, come hanno insegnato gli svizzeri) è un tempo polarizzato.

La proposta dei Giovani Verdi

Un periodo lungo in cui le ricette ideologiche prevalgono sul buon senso attuativo, che è sempre il prodotto di una mediazione saggia e mai di crociate sterili. La Svizzera, dicevamo, la Svizzera e quel che tramite l’analisi di De Bortoli ci ha insegnato. Sì, ma cosa? Innanzitutto che le cose complicate e manichee al contempo non funzionano.

SCHEDE PER IL REFERENDUM. FOTO © PAOLO CERRONI

“Domenica scorsa in Svizzera è stata sottoposta a referendum, nella migliore tradizione della democrazia diretta elvetica, un’ambiziosa proposta dei Giovani Verdi a difesa dell’ambiente”. Qui il nodo cruciale: “La formulazione dell’iniziativa era però un po’ complicata. Perché prevedeva un forte abbattimento, nel giro di dieci anni, delle emissioni nocive, grazie a cambiamenti radicali, anche se non esplicitati, nella mobilità, nel riscaldamento delle case e nel livello dei consumi”.

Eccolo, l’aggettivo che ci frega, “radicale”. Tutte le cose che vivono del claim sbruffone del “tutto e subito perché la Verità sta in mano mia” muoiono. Perché le Verità Rivelate vanno bene per le tribù, un po’ meno per i sistemi complessi a trazione democratica, dove cioè le decisioni sono sempre figlie di uno scontro tra visioni, ciascuna con la sua assoluta dignità.

Il no all’ideologia di Procaccini

E De Bortoli ha la prova del nove. “La partecipazione è stata modesta (38 per cento) e sette votanti su dieci hanno detto no. Solo in alcune città ha prevalso il sì. È stata la sconfitta – ha scritto Giovanni Galli sul Corriere del Ticino – dell’ambientalismo ideologico”.

Nicola Procaccini (Foto: Christian Creutz © European Union / EP)

Ecco un altro punto cruciale, quello dell’ideologia applicata alla tecnica. In questo senso le posizioni dell’europarlamentare di Fdi Nicola Procaccini potrebbero rappresentare, sia pur per parte “di bottega”, un’ottima scelta di indirizzo mediato. Un Green Deal di buonsenso, che metta l’ambiente nella giusta casella di crucialità ma senza mai dimenticare – o addirittura contrapporvi – lo sviluppo delle società.

Non c’è bisogno di fare molta strada per inquadrare la questione: da noi Cassino Plant sta pagando peno alla crisi Stellantis e ad un avvento dell’elettrico che è ritardato da regole di mercato assurde. Perciò gli automobilisti comprano pochissimo il nuovo, si tengono il termico ed addio Green Deal, specie quando il prezzo della sua affermazione è la fame di centinaia di famiglie di lavoratori.

Leggiamo cosa rileva De Bortoli rispetto a quanto a sua volta riportato da Galli. “La protezione dell’ambiente non può avvenire a scapito della libertà individuale e della prosperità”. Esiste quindi un nodo irrisolto, un embolo che blocca o rallenta la transizione energetica? Pare proprio di sì. “La Svizzera è in ogni caso uno dei Paesi più impegnati. Una legge del 2023 prevede di raggiungere la neutralità nelle emissioni entro il 2050. Un provvedimento più recente pone come obiettivo al 2035 l’abbattimento del 60 per cento, rispetto al 1990, delle emissioni di gas serra. E tutto questo mentre l’Unione europea mostra segni di rallentamento in tutti i suoi programmi”.

Il voto popolare

Fca Cassino Plant, operai all’ingresso in stabilimento

Insomma, non parliamo di un Paese riottoso, ma solo di un Paese che “ha cambiato – e ci domandiamo che cosa stia accadendo in altri Paesi – l’orientamento popolare”. I dati stanno tutti là: “Sono crollati gli acquisti di pompe di calore ecologiche ed è fortemente cresciuto l’uso di gasolio e gas per il riscaldamento domestico”.

“A Sciaffusa, sempre domenica scorsa, il voto popolare ha bocciato la riduzione delle imposte di circolazione per le auto elettriche e a Berna si è detto no a un progetto per il solare troppo invasivo”.

Qual è dunque il segnale, dove sta nascosta la morale di questa parabola che mette i popoli democratici sulla stessa croce che vorrebbero non portare più, Usula o non Usrula?

Ursula, non Ursula e la democrazia

Ursula von der Leyen

Nel fatto che la democrazia diretta può funzionare solo se le sue regole e la sua attuazione avvengono con format chiari, mai eccessivi. Senza telabanesimi e spiegando sempre al popolo che il progresso non è figlio delle posizioni radicali. E che in tema di transizione energetica non si fa nulla se non c’è l’intervento diretto dei cittadini. Che però devono sapere cosa sia, quanto costi applicarla e che soprattutto non costi più di quanto non sia giusto per affrontare i costi della vita.

Poco meno di 40 anni fa Chernobyl ci terrorizzò e ci fece credere che il nucleare civile fosse solo il volano di disastri inenarrabili.

Confondemmo bomba atomica con energia nucleare, ci tenemmo i nostri vitelli a due teste sul Garigliano e decidemmo che era il caso di finirla. Il messaggio era netto, sbagliato ma comprensibile. E votammo, compatti. Oggi dovremmo tutti capire che il Green è una conquista e non un piatto servito.

E soprattutto dovremmo capire che chi ce lo serve non ha sempre in testa l’ambiente, ma l’affermazione della sua idea. E’ complicato, ma si può fare. Semplificando.

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