Doveva essere esempio della Latina moderna ed invece è diventato emblema di un Paese nel quale nulla si realizza, molto si lascia a metà, quasi tutto finisce sui tavoli della Giustizia e nel frattempo il poco che è stato fatto si deteriora. Ed alla fine chi lo dovesse ricevere non avrà un beneficio ma una solenne fregatura dovendo manutenere un grattacielo ammalorato se non abbatterlo. Questa è la parabola del palazzo Key.
La parabola del Key

Una storia che è un paradosso quella del Key. Doveva essere simbolo dello sviluppo di Latina, moderno, figlio di un nuovo concetto di architettura. Progettista: l’architetto Vittorio D’Erme; calcoli sul cemento armato e acciaio elaborati dall’ingegnere Sergio Musmeci; realizzazione affidata all’impresa di costruzioni Sante Palumbo su committenza di Angelo Cucchiarelli e figli per realizzarvi l’esposizione dei mobili Key e per gli uffici.
È una sfida il Key. L’anno è il 1966 ed all’epoca nulla si faceva in maniera semplice. L’uomo stava andando sulla luna e allora bisognava affrontare le cose e superarne i limiti. Il progetto strutturale dell’edificio presenta la complessità di essere inserito sopra un edificio esistente a due piani. Ne nasce un nuovo fabbricato da 13 piani con una struttura di tipo misto, in acciaio e cemento armato ed una particolare soluzione per i solai.
È un simbolo il Key. Simbolo di un Paese nel quale il fare è una speranza mentre le liti, le invidie ed i contenziosi sono la realtà. Il Key in breve tempo diventa un monumento al degrado segnato guerre intestine, scontri tra soci e inchieste. Eppure i suoi progetti ed il carteggio che li ha preceduti sono custoditi al Maxxi. perché il Key è l’unico esempio a Latina d’edificio multipiano a sbalzo, rappresentando per l’epoca uno dei progetti più innovativi e per la prima volta con un design d’autore.
In Tribunale

Finisce come tutto il resto il Key: su un tavolo di tribunale. Fino in cassazione. Ci finisce una decina di anni fa. Per dieci tra proprietà, immobiliaristi ed intermediari c’è l’accusa di infedeltà patrimoniale, sottrazione di beni sottoposti a sequestro, emissione di fatture per operazioni inesistenti. Il tribunale di Latina nel gennaio 2015 decide per cinque assoluzioni e cinque condanne, dice che il reato c’è e l’immobile deve essere confiscato. La corte d’Appello di Roma nel dicembre 2022 dichiara prescritti tutti i reati e conferma però la confisca. Perché la conferma se il reato non è stato perseguito? Nella sentenza d’Appello c’è un intero capitolo dedicato alla questione.
«La logica è quella di evitare, in quanto antigiuridico e immorale, che un bene che si ponga in rapporto di pertinenzialità diretta con un illecito commesso ed accertato rimanga nella fruibilità di chi quell’illecito è stato parimenti accertato di averlo commesso». Tradotto: il reato c’è senza ombra di dubbio ma non può essere perseguito perché è trascorso troppo tempo dai fatti; ma resta la questione che il Key è pertinenza di quel reato che c’è stato e non può essere punito. pertanto, lasciare il grattacielo a chi il reato l’ha commesso sarebbe immorale.
Leggere la sentenza è un viaggio sull’italico modo di fare le cose. Lo stesso estensore della sentenza, il presidente Tommaso Picazio parlò di «…vicenda dipanatasi nell’arco di alcuni decenni che ha conosciuto vicissitudini urbanistiche e soprattutto amministrative legate tra l’altro alla destinazione d’uso dei vari locali dell’edificio. Vicende assai complesse che avevano avuto per protagonisti i titolari dell’edificio e l’amministrazione pubblica territoriale competente».
Il buco nero nel Centro

Riavvolgiamo e riascoltiamo… «…vicenda dipanatasi nell’arco di alcuni decenni». Già… Dal 1981 il Key è rimasto vuoto e inutilizzato. Le pareti del gigante d’acciaio e cemento hanno iniziato a subire gli insulti del tempo. Arrugginiscono mentre i pannelli di copertura marciscono e si staccano. Viene deciso di smantellarlo e così rimane solo lo scheletro: un fusto di cemento armato da cui si diramano le assi in ferro. Allora si decise di ristrutturare. Si tenta una prima ristrutturazione (10 piani sono ridotti al solo scheletro, gli ultimi in alto hanno ancora le tamponature), un cambio di destinazione d’uso, un condono. E inizia una trattativa per la vendita, che va in porto nel 2007 al prezzo di 2,5 milioni di euro.
Ma una società non ci sta: troppo basso il prezzo e presenta una denuncia; si ipotizzano vendite fittizie, cessioni di quote societarie e di proprietà della struttura. Partono le vicende giudiziarie, intanto il palazzo finisce in Lussemburgo (come proprietà, ovviamente) mentre il curatore è in Montenegro. Viene sequestrato e nessuno se ne occupa più. Diventa il grande “buco nero” del centro cittadino.

Al piano strada c’era rimasta ancora un’attività, la filiale di una banca. Ma, di fronte ai calcinacci che iniziano a cadere, cinque anni fa lascia la struttura. Nel 2019 il Comune emette una prima ordinanza di messa in sicurezza, cui segue una determina per individuare un professionista che rediga una perizia sulle condizioni strutturali. Nel 2021 una successiva ordinanza di messa in sicurezza, cui segue il transennamento con interdizione di tutto il marciapiede sottostante.
In quelle secche e sotto sequestro il Key c’è rimasto 16 anni. Fino alla recente decisione della Cassazione. L’ha pronunciata la V sezione penale della Suprema Corte: disponendo la confisca. Andrà al Comune.
Key ma per farci cosa?

Il che apre un’altra questione: la città non ha bisogno di spazi. A dirlo sono le recentissime sorti del Ruspi e di ex Bankitalia: due immobili che il Comune s’è tolto di dosso non sapendo cosa farci ed accordandosi con l’università che li gestirà per trent’anni. (Leggi qui: Il Comune si libera per trent’anni di Ruspi ed ex Bankitalia).
E allora, cosa se ne farà? Ristrutturarlo o demolirlo è comunque una spesa. La sindaca Matilde Celentano nelle ore scorse ha detto che «la sentenza della Corte di Cassazione ora imprime una svolta decisiva ed apre uno scenario nuovo per le sorti future del centro cittadino. Adesso di concerto con l’assessorato all’Urbanistica provvederemo a far predisporre dagli Uffici tutti gli ulteriori atti amministrativi per conseguire la definitiva acquisizione del bene al patrimonio comunale». Tradotto: ce lo prendiamo noi.
«Avvieremo subito un confronto interno alla maggioranza per stabilire quale direzione prendere sul futuro del bene. Dovremo avere le idee chiare sulla destinazione e l’utilizzo dell’edificio, qualora si decidesse di conservarlo piuttosto che abbatterlo». Tradotto: non abbiamo la più pallida idea su cosa farci ora dobbiamo capire cosa ci costa meno se tirarlo giù o rimetterci mano.

Ristrutturarlo o abbatterlo? Dovrà essere un tecnico a definire la situazione. Dopodiché occorrerà una progettazione per la ristrutturazione, da cui emergeranno anche i relativi costi. Che difficilmente un Comune potrebbe sostenere. Se non dovesse essere possibile o conveniente, o utile, ristrutturarlo, dovrà essere abbattuto. Ma come? Intorno al Key ci sono molti edifici, molto vicini, abitati. E anche in questo caso, i costi non sembrano lievi.
In un modo o nell’altro, dunque, la mossa del Comune sembra presentare rischi appena dietro l’angolo. Anche perché denota fretta di voler arrivare all’acquisizione per risolvere il “buco nero del centro”. Una fretta dietro alla quale però non sembrano esserci progettazioni già disponibili.








