Interporto: adesso è finita. La società è fallita

Pietro Pagliarella per Ciociaria Oggi

La Società Interporto Frosinone è fallita. Una fine ingloriosa per la regina delle incompiute ciociare. Sancita, su istanza di alcuni creditori, dal Tribunale di Frosinone.

Il provvedimento è del 14 ottobre scorso, lo ha firmato il giudice delegato Davide Petteruti che ha affidato ora al curatore fallimentare, l’avvocato Antonello Lucchese, l’espletamento di tutte le formalità previste dalla legge e della procedura. In primis la ricostruzione di una massa creditoria, sempre che esista, di quella debitoria e dell’inventario dei beni mobili e immobili in capo alla società che dovrebbero consistere in un capannone di 3.000 metri quadrati e in 15 ettari di terreni.

Una fine quasi scritta quella della Sif, che ha chiuso l’ultimo esercizio con una passività di 20.426,37 euro. Dal 31marzo 2015, per decisione dell’assemblea straordinaria degli azionisti, era in fase di scioglimento anticipato con conseguente messa in liquidazione.

La storia

La Provincia era socio di maggioranza

Doveva essere un sogno ed, invece, è rimasto un miraggio. Una bella idea sulla carta, ma nulla di più.

Nell’area industriale, tra il casello autostradale di Frosinone e la linea ferroviaria Roma – Frosinone – Napoli, doveva sorgere un complesso integrato. Si sarebbe dovuto estendere su di un’area di 602.576 metri quadrati: 333.701 nelle prime due fasi e 268.875 per quelle successive. Avrebbe dovuto integrare infrastrutture ferroviarie, strutture e servizi logistici con magazzini, piazzali di stoccaggio, una piattaforma intermodale ferro-gomma a servizio non solo delle imprese della Ciociaria, ma di tutto il Centro Italia, considerata la posizione strategica del sito che si configurava come cerniera tra i due mari.

Allo scopo, l’8 gennaio 1991 venne costituita la Sif – Società Interportuale Frosinone, a capitale misto pubblico – privato da 8,2 milioni, anche se quelli effettivamente versati sono stati poco più di 6.

I principali soci dell’Interporto erano la Provincia di Frosinone con il 64% delle quote, il Comune di Frosinone (10,3%), il Comune di Ferentino, la Camera di Commercio (9,8%), il consorzio industriale Asi (2,7%) e numerose aziende private con partecipazioni minoritarie.

Tanti studi, poca sostanza

L’area dell’Interporto mai realizzata. Foto: © Can Stock Photo

Nel 1996 ci fu l’ammissione ai finanziamenti Cipe, il Comitato composto da più ministeri con il compito di individuare le fonti di finanziamento per realizzare le opere strategiche. Poi una vera e propria giungla di adempimenti burocratici tra studi di impatto ambientale, progetto definitivo, progetto esecutivo e adeguamento alle prescrizioni della valutazione di impatto ambientale.

Nel 2002 la stipula di due convenzioni con il Ministero dei Trasporti per 11 milioni di fondi pubblici. Nel 2003 la gara d’appalto e i primi lavori che portarono, però, la montagna a partorire il classico topolino: un capannone industriale.

Intanto molti operatori privati, che aspettavano la concretizzazione del progetto, fiutando probabilmente il vento del fallimento, iniziarono a organizzarsi autonomamente, costruendo, a loro volta, piccoli interporti con proprio raccordo ferroviario e magazzini.

Negli anni il piano economico – finanziario e il progetto dell’interporto di Frosinone è stato più volte rivisto. A un certo punto si pensò a una rimodulazione nell’ottica di un potenziamento con l’elettrificazione e l’allungamento del fascio dei binari da connettere con la linea ferroviaria Roma – Napoli e l’estensione degli spazi dedicati alla logistica e al magazzinaggio con la costruzione di due capannoni alti 12 metri con una spesa totale di 30 milioni di euro rispetto ai 19 inizialmente previsti.

Troppo ambizioso

Il presidente Giuseppe Galloni nel 2015

Un progetto molto ambizioso, forse troppo. Che si è trovato a fare i conti con diversi problemi: l’indisponibilità dei terreni necessari, l’assenza di un piano regolatore territoriale che consentisse di avviare rapide procedure di esproprio e il rinvenimento di un villaggio neolitico nella zona di Selva di Muli, dallo straordinario valore archeologico di cui, però, si sono perse le tracce e su cui per anni sono state combattute battaglie per salvaguardarlo.

Nel 2015, dopo anni di continui annunci e rilanci e un bando sul progetto cui era seguito un sostanziale immobilismo. L’ultimo presidente dell’Interporto Giuseppe Galloni e i cinque membri del Cda Sif decisero di rassegnare le dimissioni, dopo che nei giorni precedenti non si era tenuta, neppure in seconda convocazione, l’assemblea dei soci chiamata a pronunciarsi sull’unica proposta relativa al bando del project financing indetto dalla Sif per completare l’Interporto. (Leggi qui Ferraguti: «Non basta lamentarsi, servono opere realizzabili»).

La batosta

Il cartello all’ingresso dell’area

Ma come recita un vecchio adagio i guai non vengono mai soli. Il progetto non solo non si è realizzato, ma ha avuto delle pesanti ripercussioni economiche per i soci pubblici e per i proprietari dei terreni su cui avrebbe dovuto sorgere l’infrastruttura pubblica.

Il Comune di Frosinone, ad esempio, nel 2014, per impegni assunti da altre amministrazioni, si è ritrovato a pagare, in ragione di sentenze del Tar, gli espropri di quelle aree che dovevano essere assoggettate all’interporto. La vicenda è stata oggetto di un lungo contenzioso giudiziario. È iniziato nel 2009 ed ha visto opporsi gli espropriati da un lato e il Comune dall’altro. Quest’ultimo non aveva riconosciuto ai primi il giusto prezzo per acquisire i terreni. Sbagliando, secondo quanto stabilito dai giudici amministrativi che hanno condannato l’ente a pagare quanto dovuto.

Una batosta da 2.100.000 euro così come quantificato dal commissario ad acta (l’ingegnere Antonio Salvatori) nominato dal Prefetto nel 2013 per eseguire la sentenza. Poi per i contribuenti del Comune di Frosinone la cifra si è ridotta a 1.400.000 euro: dopo una transazione portata avanti e chiusa dall’attuale amministrazione.

La beffa

Il Palazzo di Giustizia di Frosinone

Oltre il danno, poi, c’è stata anche la beffa per diversi proprietari di quei terreni. A causa del cambio di destinazione d’uso di aree agricole, trasformate in industriali e a servizi, si sono ritrovati a pagare tributi superiori rispetto al passato. In molti casi il passaggio dei beni alla Sif non si è mai verificato. Per loro niente soldi e solo tasse: 1.200 euro a ettaro hanno lamentato negli anni in molti.

Adesso con il fallimento, una volta chiusa la procedura, i terreni potrebbero riacquistare la destinazione d’uso originaria. Tutto, però, alla fine di un procedimento amministrativo che vedrà coinvolti Regione Lazio, Asi e Comune di Frosinone. Qualcuno pagherà il conto di tutti questi soldi spesi per nulla? E chi?

Intanto, per il 16 febbraio 2021 è stata calendarizzata l’udienza per la verifica dello stato passivo della Sif.

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