Il dubbio di Gabriele: “Forse si è fatto tardi”

È già accaduto a Roccasecca. E potrebbe succedere di nuovo. Esattamente come sta avvenendo in Toscana. Come nel caso della GKN, la fabbrica dell’hinterland di Firenze diretta da un fondo anglosassone che una mattina d’estate ha deciso di mandare 420 persone a casa. Un modello di industria che ha costretto ad aprire gli occhi sul tema delle delocalizzazioni. Che significa?

Stiamo parlando di quelle aziende che, proprio come il fondo che possiede GKN, quando si rendono conto che in Italia non c’è più vantaggio nel produrre e magari è scaduto qualche bonus, sbaraccano e salutano tutti.

In quel momento avviene lo strappo collettivo delle vesti, tutti: maggioranza, opposizione, extraparlamentari ed uscieri, si dicono indignati, cercano di dare conforto ai picchetti degli operai, scattano qualche selfie ad uso dei giornali e propongono decine di soluzioni diverse.

PREVENIRE È MEGLIO CHE CURARE

Foto Tama66 / Peter H / Pixabay

Peccato che, l’unica soluzione, fosse quella di fare qualcosa per tempo. Come? Lavorando ad una politica industriale ed energetica di prospettiva almeno trenta anni fa, da quando cioè in Italia si è smesso di programmare il futuro. Venne fatto per due motivi: per incapacità della politica, per il tramonto dell’industria basata sulla produzione; i capitali si erano spostati sulla finanza: più redditizio un bond piazzato bene che una fabbrica con centinaia di problemi da gestire ogni giorno.

Da qualche anno i bond sono troppo rischiosi, intere banche ci sono rimaste sotto: il crollo determinato dalla bolla dei prestiti subprime negli Usa ha costretto a cambiare rotta. Più redditizie le fabbriche. È così che i fondi arrivano dall’estero e fanno business, comprano società in brutte acque e le finanziano quel tanto che basta per far ripartire la produzione ed i guadagni; quando scadono i bonus oppure un brevetto, non guardano in faccia a nulla.

Dopo il caso GKN il Governo Draghi aveva deciso di mettere mano ad un decreto contro le delocalizzazioni. Che è il passo successivo: se costa troppo produrre in Italia smonto tutto e me ne vado in un’altra parte del mondo dove l’energia costa meno. Ma sono passati quasi cinque mesi e quel decreto è lettera morta.

LE VOCI DAL PALAZZO

Alessandra Todde (Foto: Paolo Cerroni / Imagoeconomica)

Nonostante gli sforzi del Premier stanno prevalendo le difficoltà comunicative tra i Ministri del Lavoro, Andrea Orlando e dello Sviluppo Economico, Giancarlo Giorgetti. Tanto è che proprio il Premier, secondo i ben informati, ha spostato il dossier sul tavolo della sottosegretaria al MISE Todde e così pare che i negoziati siano ripartiti.

La Sottosegretaria Todde, ha affermato che il decreto arriverà a breve all’attenzione dei Ministri. “Noi non vogliamo incatenare le imprese ma costruire dove possibile un percorso che salvaguardi i posti di lavoro e non desertifichi le attività produttive. Quando un’azienda chiude – sottolinea il segretario – chiude anche l’indotto e lì incominciano i danni a medio lungo termine per un territorio”.

Per il Segretario PD Letta i tempi sono maturi, ma la risposta non deve essere solo nazionale: “Dobbiamo lanciare un messaggio europeo, perché quella delle delocalizzazioni è una questione Europea”. Un messaggio che Orlando ha lanciato con una bozza di decreto, ora all’attenzione degli altri Ministri.

LA VISIONE DI GABRIELE

La Ciociaria ha conosciuto molto bene il problema dei grandi fondi di investimento che abbandonano le aziende quando ritengono che non siano più produttive o semplicemente perché hanno trovato un investimento più redditizio da un’altra parte. È accaduto in molte occasioni per le aziende che si trovavano nell’area della ex Cassa per il Mezzogiorno. Quando sono stati introdotti i finanziamenti europei Obiettivo 1 e Obiettivo 2, decine di aziende hanno lasciato il cassinate (Obiettivo 2) per spostarsi di pochi chilometri e trasferirsi in Campania (dove invece c’erano i più ricchi finanziamenti Obiettivo 1).

Il vice presidente provinciale di Fratelli d’Italia Gabriele Picano ne ha ricavato uno studio politico ed economico da sottoporre all’attenzione del Partito, sia Provinciale che Regionale. “Il problema sostanziale è che i costi dell’energia e quelli delle materie prime, nel Lazio ed in provincia di Frosinone, sono diventati insostenibili e questo sta fornendo un forte alibi alle imprese estere verso la delocalizzazione. Il tema è meno avvertito nelle aree del Nord Est dove si sono dotati di impianti con i quali produrre energia a basso costo”.

Per lo studio portato avanti dal vicepresidente FDI c’è anche una questione burocratica: “Gli imprenditori nel nostro Paese si trovano a fronteggiare una selva di norme e, laddove si riesce a trovare la quadra sul profilo nazionale, poi intervengono le leggi comunitarie che scompaginano il tutto. Deve essere il Governo ad intervenire. L’esecutivo di Mario Draghi che doveva salvare il Paese, non mi sembra che abbia ancora messo mano ad una politica di semplificazione e chiarimento che il mondo dell’industria attende da troppo”.

ATTRATTIVI E NON PUNITIVI

Foto: Leeroy Agency / Pixabay

Sì, ma come? La strada è quella di un intervento totale da parte dell’esecutivo. Fatto laddove l’Europa non riesce a dare risposte: “Si intervenga – afferma Picano – attraverso lo strumento del decreto legge. C’è urgenza di dare ossigeno alle imprese e metterle in condizione di continuare a lavorare. Qui il problema non è solo delle imprese estere, bisogna far sì che ogni compagine produttiva resti e si rafforzi in Italia”.

Torna forte, nella visione di Picano, la necessità di riallocare le risorse: “Non è possibile – afferma – continuare a finanziare il reddito di cittadinanza e lasciare le imprese alla canna del gas. Chi fa impresa ha bisogno di regole certe ed applicabili”.

C’è chi sollecita un regime sanzionatorio per quelle aziende che decidono di andare via. Picano risponde in maniera netta: “Viviamo in una economia di mercato, il nostro Stato non deve sanzionare, ma creare le condizioni per essere attrattivi, perché i nostri partner commerciali devono cominciare a vedere nell’Italia un luogo in cui investire e non dove prendere la borsa con i soldi e poi scappare via”.