
Un tempo erano quelli che “aprono e chiudono i rubinetti”. Letteralmente. Gli invisibili, se non per l’irrigazione estiva o qualche allagamento da biasimare in fretta. I Consorzi di Bonifica, nel Lazio come altrove, erano i protagonisti marginali di una narrazione agricola un po’ impolverata, relegati a ingranaggi di meccanica idraulica vecchia scuola, buoni per i canali e i fossi ma poco adatti a Instagram. Poi è cambiato tutto. O meglio: il mondo è cambiato. E loro hanno dovuto inseguirlo. O forse – sorpresa – hanno iniziato a stargli dietro davvero.
Oggi i Consorzi non stanno più solo a guardare l’acqua che scorre: la alzano, la muovono, la raccontano. Perché la sfida è diventata climatica, politica, persino mediatica. E i rubinetti non bastano più. Bisogna spiegarli.
Niente maquillage
Non è un’operazione di cosmesi. È una mutazione darwiniana di quelle lente ma radicali, che non fanno rumore ma cambiano pelle. Anbi Lazio – la casa madre dei Consorzi sul territorio regionale – fino a pochi anni fa comunicava come si faceva negli anni ‘90: poco e per dovere. Oggi ha un account Instagram (superati i mille follower reali in meno di due mesi) e ha fatto più interazioni dei colleghi del Nord, solitamente mitizzati per efficienza e radicamento. Sorpassata Anbi Nazionale. Per un ente che, fino a ieri, era sinonimo di conferenze stampa grigie e cartelline di cartoncino blu, è già un ribaltamento copernicano.
Dietro non c’è un’agenzia di storytelling pagata per far suonare la notifica degli hashtag, ma una direzione che ha deciso di “esserci”. La presidente Sonia Ricci ed il direttore generale Andrea Renna hanno scelto il racconto. Hanno capito che oggi, tra un’allerta meteo e una crisi idrica, la gestione dell’acqua è una questione che tocca i polsi della politica e le paure della gente. E se non lo dici tu, lo diranno altri. Male. O peggio: non lo dirà nessuno.
La loro missione ufficiale resta quella di sempre: dare acqua dove serve e toglierla quando è troppa. Un lavoro che sa di routine e invece è strategico. Perché nell’era in cui la siccità cammina accanto all’alluvione, la Bonifica non è più un corollario, ma un argine alla catastrofe. Una forma di resistenza civile. E i Consorzi, se ben armati e ben raccontati, diventano antenne sul territorio: non solo enti tecnici, ma sensori di un’Italia che cambia – e lo fa con lentezza, certo, ma non senza direzione.
Ricambio culturale
La novità vera, però, è culturale. I Consorzi, per la prima volta, non si rivolgono più solo agli agricoltori e ai consorziati. Provano a parlare ai cittadini, alla collettività diffusa. E per farlo devono usare un altro linguaggio. Perché tra una conferenza sull’adattamento climatico e un video da 30 secondi in reel, passa non solo una generazione, ma un’idea di Paese.
Nel Nord Italia, i Consorzi di Bonifica sono quasi una religione civile: dopo il sindaco e il parroco, arrivano loro. Nel Lazio, la strada è ancora lunga. Ma qualcosa si muove. E se davvero vogliamo prepararci a un’estate che si annuncia torrida e feroce, forse dovremmo smettere di ignorare chi ci salva da ciò che non vediamo finché non ci affoga.
Niente retorica. I Consorzi non sono eroi, né startup. Ma stanno facendo quello che serviva: uscire dall’ombra, prendersi la responsabilità di comunicare il presente. E provare a governare l’acqua prima che sia lei a governare noi.



