Esiste un numero da tenere a mente mentre si parla di intelligenza artificiale e dei suoi benefici: 18,8 milioni di tonnellate. È la quantità di CO₂ equivalente emessa da Google nel solo 2024. Un aumento dell’82% rispetto al 2019, con un incremento del 18% nell’ultimo anno. Amazon non sta meglio: 80,85 milioni di tonnellate, emissioni in crescita del 58% dal 2019.

La causa principale di questa accelerazione non è la logistica, non sono gli uffici, non sono i viaggi aerei dei dipendenti. Sono i data center costruiti per l’intelligenza artificiale. Le GPU che fanno girare i modelli generativi consumano tra le dieci e le quindici volte l’energia di una classica CPU. Moltiplicare quei consumi per la scala di Google e Amazon produce numeri che hanno smesso di essere astratti: il consumo di elettricità di Google è oggi quasi equivalente a quello dell’intera Grecia.

Gli obiettivi che si allontanano

La sede Google a Mountain View

La responsabile della sostenibilità di GoogleKate Brandt, ha scelto la strada della franchezza: «L’espansione della nostra infrastruttura di intelligenza artificiale sta attualmente procedendo più velocemente della decarbonizzazione della rete elettrica». L’azienda che si era prefissata di dimezzare le proprie emissioni entro il 2030 riconosce pubblicamente che quella traiettoria è in crisi.

Amazon, che punta alla neutralità carbonica entro il 2040, ha espresso una preoccupazione simile attraverso la propria responsabile della sostenibilità Kara Hurst: la domanda di prodotti basati sull’AI potrebbe «ostacolare» i progressi verso gli obiettivi ambientali. Le emissioni legate alla costruzione di nuovi data center sono aumentate del 40% in un solo anno.

Un dato sintetizza meglio di ogni altro la gravità della situazione: per entrambe le aziende, la quantità di CO₂ emessa per dollaro guadagnato è in aumento. Le emissioni crescono più velocemente dei ricavi. Significa che il problema non si risolve con la crescita economica, né si bilancia con le compensazioni. È strutturale.

Il modello alternativo esiste

La WebFarm Seeweb

Mentre i giganti americani pubblicano dati che contraddicono i propri impegni climatici, a pochi chilometri da Roma un operatore italiano sta dimostrando che un modello diverso non è solo possibile: è già operativo.

Seeweb ha infrastrutture in mezza Europa ed è quotata negli Stati Uniti: uno dei suoi principali data center è a Frosinone cioè il territorio dove tutto è nato alcuni anni fa dalla geniale intuizione del suo Ceo Antonio Baldassarra. Gestisce data center alimentati interamente da fonti di energia rinnovabile certificata.

Il PUE (Power Usage Effectiveness, l’indicatore che misura l’efficienza energetica di un data center) si attesta intorno a 1,2. È un numero che richiede una spiegazione: un PUE di 1,0 sarebbe la perfezione teorica, in cui tutta l’energia consumata va direttamente ai sistemi informatici senza dispersione. Un PUE di 1,2 significa che per ogni kilowattora utilizzato dai server, solo 0,2 kilowattora vengono dispersi in calore e infrastrutture di supporto. La media del settore è significativamente più alta.

I sistemi antincendio Seeweb usano gas inerti invece di acqua in abbondanza. Il circuito idrico per il raffreddamento è chiuso: la stessa acqua compie sempre lo stesso giro. Nessuno spreco, nessun prelievo continuo da risorse naturali esterne. Tutto è progettato per minimizzare l’impatto, compresi i gruppi elettrogeni e i sistemi UPS che garantiscono la continuità di servizio senza compromettere l’efficienza complessiva.

La voce di Baldassarra

Antonio Baldassarra al G7

Antonio Baldassarra, amministratore delegato di Seeweb, aveva già identificato il problema con precisione nel corso del dibattito sulla transizione energetica alla COP28: «Occorre evitare che la concorrenza tra i Paesi vada a discapito dell’ambiente. Non possiamo ignorare che oltre ai sistemi di intelligenza artificiale cresceranno sempre più anche il numero di dispositivi connessi e i volumi di dati. Ogni due anni il volume di dati nel mondo raddoppia».

Sulle GPU che alimentano i sistemi di AI, Baldassarra è stato diretto: «Questi sistemi utilizzano GPU estremamente prestazionali, che richiedono 10-15 volte l’energia utilizzata da una classica CPU e di conseguenza hanno consumi energetici elevatissimi».

Ma ha aggiunto un elemento che i numeri di Google e Amazon confermano: «Il problema non è solamente quello dei consumi. I data center dei cosiddetti hyperscaler possono avere un impatto ambientale elevatissimo sotto vari profili, visto che non sempre sono dotati di processi di riciclo dell’acqua utile al raffreddamento, non vengono alimentati esclusivamente da energie rinnovabili e certificate e utilizzano risorse che impattano sull’ambiente circostante, come nel caso dei fiumi».

La scelta europea

C’è un quadro regolatorio che separa strutturalmente gli operatori europei dagli hyperscaler americani. I data center all’interno dei confini dell’Unione Europea rispondono ai requisiti ISO14001 e agli standard di sostenibilità europei. Non è un dettaglio burocratico: è un sistema di vincoli che orienta le scelte tecnologiche e infrastrutturali verso la riduzione dell’impatto ambientale.

L’ingegner Antonio Baldassarra

Baldassarra individua in questo la leva principale: «Il primo passo è educare utenti e aziende a tenere comportamenti consapevoli e responsabili. Le imprese interessate all’AI e il mondo della ricerca oggi devono preoccuparsi di dove vanno a finire i dati che vengono addestrati, ma anche dell’impatto ambientale dei cloud provider che selezionano per addestrare algoritmi. Se l’AI generativa richiede di trainare un numero enorme di dati e una potenza computazionale elevatissima, è importante selezionare infrastrutture cloud europee che seguono standard di processo e consumo in linea con le politiche di risparmio energetico».

È un invito che i numeri di Google rendono urgente. Scegliere dove far girare i propri modelli di intelligenza artificiale non è solo una scelta tecnica o economica: è una scelta ambientale. E le conseguenze di quella scelta si misurano in milioni di tonnellate di CO₂.

La domanda che i dati pongono

Il datacenter Seeweb a Frosinone

Una contraddizione sta al cuore del dibattito sull’intelligenza artificiale che i dati pubblicati questa settimana rendono impossibile ignorare. L’AI viene presentata come strumento per affrontare le sfide globali, compreso il cambiamento climatico. Ma l’infrastruttura necessaria per farla funzionare sta accelerando esattamente il problema che dovrebbe contribuire a risolvere.

La risposta non è rinunciare all’AI. È scegliere dove e come farla girare. Seeweb dimostra che un PUE a 1,2, energia rinnovabile certificata e circuiti idrici chiusi non sono utopie tecnologiche: sono scelte già operative, in un data center nel Lazio, oggi.

Google consuma come la Grecia. Non è un destino. È una scelta che si può fare diversamente.

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