Chi è Iannucci: e dove vuole portare le Piccole e Medie Imprese

Quarantuno anni, laurea in Economia, esperienze nel campo della Finanza agevolata, soprattutto con una convinzione: “Abbiamo un sacco di opportunità sta a noi sfruttarle”. Parole di Massimiliano Iannucci, nuovo direttore di Federlazio Frosinone, che traccia la rotta entro la quale guiderà la nave dell’associazione che riunisce le piccole e medie imprese del territorio. “Voglio essere al centro di un grande scambio di idee tra enti e associazioni, il territorio lo merita”.

Massimiliano Iannucci, direttore di Federlazio
Direttore, ha idea di dove si è venuto ad infilare?

A livello nazionale siamo in una fase di crescita espansiva del PIL a circa il 6%, ma dobbiamo avere obiettivi più ampi di quelli pre-covid. La Ciociaria è stato uno dei territori più colpiti a livello economico dalla pandemia, perché le PMI sono state messe a dura prova dal fisco e dal calo improvviso dei consumi. Dalle nostre indagini emerge come tre imprenditori su quattro prevedono, più o meno entro un anno, di raggiungere i volumi d’affari che c’erano prima del Covid. Ma tornare a quei livelli non è più sufficiente. E’ per questo che abbiamo bisogno di maggiori investimenti, puntando tutto sulle due transizioni – ecologica e digitale – sfruttando al meglio il PNRR. Ma attenzione, anche questo da solo non basterà: la sfida reale sarà anteporre alle risorse le riforme, in primis Giustizia e Pubblica amministrazione.

Per anni il Pil della provincia di Frosinone è stato trainato dall’industria automobilistica. Che in questo periodoi sta vivendo una fase di trasformazione radicale.

“Partiamo da un presupposto: l’automotive è un settore vitale e strategico e non soltanto per Stellantis. E’ però necessario sottolineare come ci sia necessità di cambiare il paradigma produttivo di componentistica e materie prime. C’è chi già lo sta facendo, con i grandi players che stanno realizzando in primis le gigafactory e poi ragionano sul resto”.

Tornando a Stellantis Cassino per l’immediato abbiamo Grecale, entro il 2026 ci saranno altri modelli Alfa e per fortuna non ci sono segnali di ridimensionamento, ma molto dipenderà dal mercato. Un altro dato positivo arriva dalle istituzioni che sembra stiano facendo la loro parte. Ma c’è bisogno di essere capaci di trasformarsi per essere attrattivi”.

Foto: via Imagoeconomica
Proprio per questo in tanti sono preoccupati delle piccole e medie imprese legate all’indotto dell’automotive. Lei è d’accordo con il Presidente di Unindustria Cassino, Francesco Borgomeo, che afferma come gran parte delle aziende abbiano ormai tagliato il cordone ombelicale con la vecchia FIAT e siano diventati fornitori globali? 

L’analisi di Borgomeo è calzante. L’indotto Stellantis non è più quello FIAT, perché si è evoluto e vende nel mercato mondiale. I piccoli e medi imprenditori hanno capito che la partita della mobilità sostenibile è quella cruciale e si sono attrezzati. Sono diventati fornitori di un sistema produttivo globale e non solo di una casa automobilistica. Hanno capito che la mobilità è fatta di tante soluzioni alternative di trasporto. E’ evidente come per rimanere in un sistema dobbiamo guardare all’ambiente esterno e non più al nostro orticello”.

Cosa stanno facendo nel campo dell’internazionalizzazione le nostre Piccole e Medie Imprese? Quanti e quali sono i margini di miglioramento?

Quella dell’internazionalizzazione è una scelta obbligata. Non cogliere l’opportunità vuol dire lasciare agli altri il mercato. I dati dicono come l’export nel nostro territorio sia cresciuto del 27,3% e che nel primo e secondo trimestre dell’anno la crescita sia trainata dall’aumento delle vendite del centro Italia con la crescita del Lazio più marcata delle altre Regioni”.

La sfida è affacciarsi la prima volta sul mercato estero, una scelta imprescindibile per le imprese associate a Federlazio. Noi continueremo ad aiutare le aziende a farlo: fornendo informazioni e conoscenze per progettare investimento, ma anche studiando insieme le linee di intervento. Nella legge di bilancio ci sono le risorse, noi abbiamo il dovere di aiutare le imprese ad intercettarle“.

Un grosso scotto lo paghiamo a livello di energia. La bolletta costa troppo, per le fonti alternative c’è bisogno di grossi investimenti e non tutti sono pronti. Rischiamo un lockdown energetico?
Foto Tama66 / Peter H / Pixabay

Dobbiamo innanzitutto scongiurare la paralisi ed evitare che ciò che non ha fatto il Covid lo faccia il costo dell’energia. Un prezzo di elettricità e gas così preoccupante non si era mai visto. Noi purtroppo dipendiamo dall’estero ed il rischio come affermato dal Presidente Rossignoli è di non riuscire a trattenere chi già c’è. Abbiamo avuto aumenti di circa il 400% sul gas e del 300% su elettrico. Purtroppo affiancato a ciò si rallenta nell’utilizzo delle rinnovabili. Quello che ora si può fare è intervenire sugli oneri di sistema, ma bisogna realizzare al più presto gli impianti fermi da anni per ritardi nelle procedure e nelle autorizzazioni”.

Su questo tema, ma anche su altri, soprattutto a livello fiscale e autorizzativo, quali risposte vi ha dato la politica e quante ancora deve darne?

Prima risposta che deve dare la politica è quella energetica, perché siamo nel bel mezzo della transizione e rischiamo di mancare tutti gli obiettivi. I costi reali sono quadruplicati a valle con la tassazione e questo non può accadere. Pensate che attualmente ci sono 40 progetti in Italia per sei gigawatt totali, autorizzati, ma bloccati dal Ministero dei Beni Culturali. Nel  2020 è stato realizzato l’1% di quanto richiesto nel 2014 a livello di autorizzazioni per nuovi impianti di energie rinnovabili. Noi non possiamo perdere tempo, perché così facendo perderemo i fondi europei.

Più intricato di tutti rimane il nodo dei centri d’interesse, dai Ministeri ai comitati cittadini. E’ giusto opporsi, ma bisogna essere veloci, perché a chi richiede vanno date risposte. A noi basterebbe che la politica sia snella, ma incisiva su controlli.

Infrastrutture: la dorsale Tirreno-Adriatica inserita nei grandi progetti del PNRR per la Regione come la valutate? Non può prescindere dallo sviluppo della portualità di Gaeta.

Lo sviluppo infrastrutturale deve essere visto per nodi, con il maggior numero di connessioni possibili. Non solo Formia – Avezzano, ma Gaeta-Ortona, senza trascurare la sostenibilità. L’obiettivo è quello di essere di supporto a tutti, industria e turismo. Non dimentichiamo che in provincia di Frosinone abbiamo imprese ai massimi livelli nella logistica, noi potremmo davvero diventare un ponte tra sud e nord Europa, fino all’oriente. Il porto di Gaeta sarebbe un moltiplicatore grazie alle piattaforme logistiche del territorio. Il valore aggiunto generato dalla portualità sarebbe pari a 8 miliardi, l’import-export dell’economia del mare circa 10 miliardi. La ripresa può e deve essere sostenuta dalle infrastrutture. Il PNRR è una occasione, ma solo se migliora le performance in maniera duratura. Un impiego inefficiente delle risorse porta solo altro debito”.

Velocità di dowload media nel Lazio. Foto: Can Stock Photo / italianestro
Infrastrutture immateriali: scontiamo ancora tanto gap rispetto al resto d’Italia come connettività?

La connettività è la porta d’ingresso alla transizione digitale. Secondo il piano Italia 1 Giga, stilato sul tema digital divide, il Lazio dovrà intervenire sul 23% dei numeri civici per raggiungere gli obiettivi di standard minimi. Le nostre imprese sono in linea con i parametri nazionali, ma al di sotto degli standard europei. Pubblica amministrazione e famiglie sono messe ancora maluccio, anche qui dobbiamo sfruttare al massimo ogni risorsa”.

Lei viene dal mondo della finanza, l’economia non può più prescindere dalla finanza: spariranno le aziende familiari e verranno soppiantate da aziende quotate?

L’economia non può prescindere dalla finanza, quando ad esempio i consumi cambiano bisogna subito intervenire sulla sostenibilità. Gli strumenti di finanza alternativa diventano fondamentali e tra i principali settori a beneficiarne, potenzialmente c’è il manifatturiero. Su questo bisogna fare di più per generale più valore. In Italia, oggi, molte imprese nascono come start-up, ma la maggior parte ha una storia familiare. Ciò che ci differenzia rispetto alle altre nazioni è che poche di queste aziende sono quotate ed ancor meno fanno ricorso a manager esterni. Un fatto che limita la transizione verso i mercati esteri. Ma non bisogna abbandonare a dimensione familiare che è sempre molto apprezzata dal mercato”.