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L’Italia del mare vale 224,9 miliardi. E il Lazio Sud è al centro di chi la racconta

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L’Italia del mare vale 224,9 miliardi. E il Lazio Sud è al centro di chi la racconta

9 Luglio 20267 minuti di lettura
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Una goccia in meno di 225 miliardi di euro. È la cifra con cui l’Italia si presenta al mondo come potenza del mare. Non la quarta, come sostiene l’Unione Europea con una metodologia diversa. La prima, secondo il perimetro di misurazione che OsserMare e il Centro Studi Tagliacarne-Unioncamere hanno costruito in quattordici anni. Oggi quel numero è stato consegnato al Paese attraverso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy. A consegnarglielo è stato Giovanni Acampora, presidente della Camera di Commercio del Lazio Sud che quell’osservatorio ha voluto e sostenuto. (Leggi qui: Acampora porta l’Italia di fronte allo specchio dell’Economia del Mare).

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Il XIV Rapporto Nazionale sull’Economia del Mare, presentato oggi nell’ambito del Blue Forum 2026 nel Salone degli Arazzi di Palazzo Piacentini, è il documento con cui l’Italia misura se stessa rispetto al mare. Lo produce ogni anno un gruppo di lavoro che unisce l’Osservatorio Nazionale sull’Economia del Mare OsserMare, il Centro Studi Tagliacarne-Unioncamere, Informare, Blue Forum Italia Network e la Camera di Commercio Frosinone-Latina. Al tavolo della presentazione, accanto al ministro Adolfo Urso e al presidente di Unioncamere Andrea Prete, c’era Giovanni Acampora presidente di Assonautica Italiana, Si.Camera e della Camera di Commercio Frosinone-Latina.

I numeri della crescita

(Foto © DepositPhotos.com)

Rispetto all’ultima rilevazione, il valore aggiunto complessivo cresce di circa 9,6 miliardi di euro. Il valore aggiunto diretto segna un +3,8%, quasi il doppio della crescita media dell’economia nazionale ferma al +2,1%, per un incremento annuo in termini assoluti di quasi 2,9 miliardi. Gli occupati crescono del 4,2%, quasi tre volte il ritmo del resto dell’economia italiana.

Sono numeri che raccontano un settore che non ha perso il passo nemmeno in un anno segnato da tensioni geopolitiche, aumento dei costi energetici e rallentamento di alcune filiere manifatturiere. La Blue Economy italiana cresce più velocemente della media nazionale su tutti gli indicatori principali. E lo fa con una struttura imprenditoriale che include 20.914 imprese giovanili, 56.811 imprese femminili e 19.982 imprese straniere: tre segnali di vitalità che guardano al futuro del settore più che al suo presente.

Il Mezzogiorno e la nuova geografia del mare

Giovanni Acampora tra Andrea Prete e Gaetano Esposito

Uno dei dati più significativi del XIV Rapporto riguarda la distribuzione geografica del valore aggiunto. Il Mezzogiorno si conferma l’area con il peso maggiore nel sistema mare: assorbe il 34,2% del valore aggiunto e il 39,9% dell’occupazione dell’intera economia del mare nazionale. Nel 2024, l’incremento del valore aggiunto della filiera al Sud è stato tre volte quello registrato dal complesso dei beni e servizi: 11,0% contro 3,4%. Come ha sottolineato Gaetano Fausto Esposito, direttore generale del Centro Studi Tagliacarne, il Sud produce quasi un terzo della Blue Economy del Paese a fronte di un peso del 22,5% sull’intera economia: un contributo sproporzionato in senso positivo, che racconta come il mare sia per il Meridione una leva di sviluppo senza equivalenti.

Anche il Centro pesa in modo significativo: 30,2% del valore aggiunto e 29,7% dell’occupazione. Il Nord-Ovest contribuisce per il 18,3% al valore aggiunto e il Nord-Est per il 17,3%.

La classifica regionale per incidenza del valore aggiunto dell’economia del mare sul totale dell’economia territoriale vede in testa la Liguria con il 14,4%, seguita da Sardegna (7,5%), Friuli-Venezia Giulia (7,3%), Campania (7,1%), Sicilia (7,0%) e Lazio (6,8%). A livello provinciale dominano Trieste (21,4%), Livorno (19,4%), La Spezia (17,1%), Genova (16,2%), Rimini (12,7%) e Venezia (12,3%).

Come è cambiata la composizione del settore

C’è un dato che racconta meglio di altri la trasformazione strutturale della Blue Economy italiana nell’ultimo decennio. Nel 2014, la movimentazione di merci e passeggeri e il turismo pesavano insieme per il 45% sul valore aggiunto blu. Oggi quelle stesse filiere incidono per quasi il 55%. Il mare italiano si è spostato, in termini di valore prodotto, dalla pesca e dalla cantieristica verso la mobilità e il turismo. Non è un declino delle filiere tradizionali: è la crescita di quelle legate alla fruizione del mare come risorsa economica e territoriale.

È un cambiamento che ha implicazioni dirette per la politica industriale. Le infrastrutture portuali, la logistica marittima, le rotte turistiche, la nautica da diporto non sono più settori di supporto all’economia del mare: ne sono diventati il motore principale.

Il nodo del capitale umano

La novità metodologica di questa edizione è un’analisi approfondita dedicata al capitale umano e alle competenze nelle imprese dell’economia del mare, con particolare attenzione alla transizione green e digitale. I dati sono interessanti e in parte controcorrente rispetto alla narrazione prevalente sulla carenza di competenze nel sistema produttivo italiano.

Le imprese della Blue Economy mostrano una maggiore resilienza rispetto al mismatch tra domanda e offerta di lavoro: il 65,9% segnala difficoltà nel reperire figure con competenze adeguate, contro il 68,4% del totale dell’economia. Un differenziale contenuto ma significativo, soprattutto se si considera che riguarda competenze strategiche per la transizione.

Foto: Riccardo Squillantini © Imagoeconomica

Le imprese blu sono meno esposte alla carenza di competenze green (difficili da trovare solo per il 2,2% contro il 6,4% della media) STEM (2,6% contro 8,9%) e digitali-informatiche (9,5% contro 12,6%). Le uniche aree in cui il sistema mare non presenta vantaggi rispetto al totale economia sono le competenze amministrativo-contabili e alcune soft skill come la gestione dei rapporti interpersonali e il problem solving.

È un profilo che suggerisce come il tessuto imprenditoriale della Blue Economy abbia già intrapreso, almeno parzialmente, quella transizione di competenze che il resto del sistema produttivo italiano fatica ancora a completare.

Le voci del tavolo

Il ministro Adolfo Urso

Al ministro Adolfo Urso è spettato il compito di aprire i lavori e di dare alla Blue Economy la cornice politica che merita. «La Blue Economy non è più un settore di nicchia ma una leva industriale e occupazionale per l’Italia e per l’Europa. Il mare deve tornare al centro dell’agenda europea perché il Mediterraneo è un crocevia strategico di rotte commerciali e flussi energetici in una fase in cui gli equilibri cambiano continuamente». È una lettura che incrocia economia e geopolitica: il Mediterraneo non è solo una risorsa, è una posizione strategica che l’Italia deve saper valorizzare in un momento in cui le grandi rotte commerciali globali sono sotto pressione.

Andrea Prete, presidente di Unioncamere, ha messo l’accento sul moltiplicatore: «Ogni euro generato dalla Blue Economy ne attiva un ulteriore 1,8 in altri settori. In un ambito in cui servono competenze, innovazione e collaborazione tra istituzioni e mondo produttivo, il sistema camerale continuerà a fare la sua parte assumendosi la responsabilità di produrre conoscenza».

Giovanni Acampora

Giovanni Acampora ha scelto di guardare al percorso, non solo al risultato: «Per lungo tempo abbiamo dovuto dimostrare che l’Economia del Mare non è semplicemente la somma di filiere, ma un sistema economico integrato capace di generare valore per l’intera Nazione. Oggi questa consapevolezza è patrimonio comune e rappresenta il risultato di un percorso al quale il sistema camerale ha dato un contributo importante».

Antonello Testa, coordinatore di OsserMare, ha identificato la sfida del prossimo decennio: «La vera sfida non è soltanto misurare l’Economia del Mare, ma comprenderne tempestivamente i cambiamenti per trasformarli in politiche efficaci, investimenti e nuove opportunità di crescita».

La dimensione subacquea e la prossima data

Durante i lavori è stata annunciata la pubblicazione del primo Rapporto nazionale sulla dimensione subacquea italiana, realizzato in collaborazione con il Polo Nazionale della dimensione Subacquea. Verrà presentato al Senato il 16 luglio. È un segnale di come l’osservatorio stia già guardando oltre il perimetro tradizionale della Blue Economy: verso quella dimensione sommersa del mare che include tecnologie, infrastrutture e risorse ancora in larga parte da esplorare.

In sala, ad assistere alla presentazione erano presenti, oltre ai già citati, il Capo Dipartimento per le Politiche del Mare Ammiraglio Pierpaolo Ribuffo, il Vice Comandante Generale del Corpo delle Capitanerie di Porto Ammiraglio Vincenzo Leone, il Direttore per l’impiego del personale militare della Marina Militare Ammiraglio Andrea Gueglio, il Prefetto di Latina Vittoria Ciaramella e numerosi rappresentanti parlamentari tra cui l’onorevole Salvatore Deidda, presidente della IX Commissione Camera dei Deputati.

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