Stirpe: “Più salari? Ucraina e gas cambiano l’orizzonte”

«La congiuntura sull’energia, lo smottamento in atto nella geopolitica, impongono di ragionare con categorie mentali diverse che non sono più quelle del passato: dovremo ripensare i modelli energetici dai quali fino ad oggi ci siampo approvvigionati, ridisegnare la catena di approvvigionamento dei componenti necessari per la produzione, ragionare su mappe del tutto diverse»: Maurizio Stirpe è il vice presidente nazionale di Confindustria. In questi anni a lui è toccato uno dei compiti meno agevoli: ragionare con i sindacati e difendere le ragioni delle industrie al tavolo in cui ci sono anche le ragioni dei lavoratori.

Il nodo dei salari

(Foto: ELEVATE / PEXELS)

È stato lui, in questi giorni, ad assumersi l’onere di dire con chiarezza che per ragionare di aumenti sugli stipendi è indipensabile ragionare sullo stesso tavolo anche di aumento della produttività. Spiegando che non è un ragionamento da imprenditori con il braccino corto ma ci sono elementi concreti: «Il mondo delle imprese è fortemente sotto pressione. È la conseguenza della carenza di materie prime e dell’aumento dei loro prezzi, del caro energia, del costo del denaro: stiamo subendo un sensibile innalzamento dei costi finanziari per i mutui di nuova stipula. In questo quadro, aumentare il costo del lavoro senza un corrispondente aumento della produttività, rischia di creare un cortocircuito che potrebbe avere conseguenze importanti e forse addirittura irreversibili per alcuni settori produttivi. Bisogna affrontare il problema attraverso l’utilizzo di strumenti mirati”.

Tradotto la linguaggio confindustriale: stanno aumentando i costi per i materiali, per assemblarli, per avere i soldi con cui sostenere la ripresa; se vogliamo aumentare gli stipendi rischiamo di portare al collasso alcuni settori. Possiamo farlo se troviamo un modo che ci consenta di fare di più, farlo meglio ed in meno tempo.

Il costo della vita è aumentato ed in questo modo il potere di acquisto dei salari è indebolito. Traduzione: se prima un pacco di pasta costava 50 centesmi ed oggi ne costa 75 è chiaro che il mio stipendio vale meno. Il quesito allora è centrale: siamo in presenza di un problema congiunturale o strutturale? Cioè: è un aumento temporaneo dovuto alla crisi ad Est oppure è un aumento che durerà per sempre? perché la risposta per Maurizio Stirpe è diversa a seconda del caso. “Se si ritiene che la crisi dei prezzi sia di carattere congiunturale credo che debba essere affrontata con il sistema dei ristori a tempo, come il Governo sta già facendo. Se invece il problema fosse di natura strutturale, bisognerebbe creare strumenti che non facciano aumentare il costo del lavoro, evitando di penalizzare la competitività delle imprese”.

Questione di competitività

Foto: Marco Cremonesi © Imagoeconomica

Ma che significa competitività e che c’entra con l’aumento della pasta? Il ragionamento è molto semplice: energia, materie prime, affitti, mutui per comprare i macchinari, stipendi, vanno tutti a finire sul prezzi finale a cui l’industriale vende il suo prodotto. Se io produco cento pezzi al giorno qui costi si spalmano sui cento pezzi, se però riesco con un’organizzazione migliore a produrne centodieci, gli aumenti mi sono costati meno perché li ho spalmati su una base più larga.

C’è poi una sedia vuota intorno al tavolo: è quella del Governo. Perché una parte molto impoirtante dei salari è dovuta a tasse e contributi: si chiamano ‘cuneo fiscale’ ed è la differenza tra quanto tira fuori l’imprenditore e quanto finisce netto in tasca al lavoratore. C’è una differenza stratosferica, talvolta il doppio. Per questo Maurizio Stirpe sollecita «una riduzione del cuneo fiscale a vantaggio dei lavoratori. In modo da garantire loro un maggiore potere d’acquisto. È la strada giusta in questa fase». 

Muri e soluzioni

Maurizio Stirpe e Maurizio Landini

Con il sindacato si è arrivati al muro contro muro. Perché concentrano l’attenzione sui contratti di secondo livello, cioè quelli aziendali. «La definirei una posizione strumentale, basata su una cultura che non è quella del dialogo ma quella del conflitto. Mentre invece credo che ci siano tutti gli spazi per trovare una soluzione ai problemi senza cambiare né i modelli contrattuali né gli indici di inflazione a cui fanno riferimento».

La soluzione? Confindustria individua una via di mezzo. «Gli strumenti che abbiamo ideato forniscono una soluzione corretta ed equilibrata. La defiscalizzazione e la decontribuzione degli aumenti contrattuali sia di primo che di secondo livello: si può calibrare anche in funzione dell’arco temporale in cui questi aumenti si verificano». In pratica? Sull’aumento netto in busta non mi ci applichi tasse e contributi, lo lasci fuori dal ‘cuneo fiscale’. Non lo fai per sempre: si può «tornare alla tassazione normale nel momento in cui la fiammata dei prezzi si spegne. Se questi aumenti non fossero temporanei l’unica strada resta quella di lavorare sulle voci di costo del salario. Peraltro così un taglio del cuneo fiscale diventerebbe inevitabile».

Nessun ripensamento

Maurizio Stirpe

All’inizio della pandemia, Maurizio Stirpe fu chiaro: questo secondo mandato da vice presidente nazionale sarà per lui l’ultimo. Perché la nuova normalità industriale disegnata dal Covid, le nuove sfide imposte, sono diventate ancora più impegnative con lo scontro tra Russia ed Ucraina. Perché è chiaro che ridisegnerà la mappa degli equilibri economici mondiali. E Stirpe sa che per vincere quelle sfide è necessaria la presenza sul ponte di comando.

Il 30 aprile lascerà il Consiglio d’Amministrazione del Sole 24 Ore: «Il mio compito si è esaurito, dovevamo realizzare un piano che traghettasse il più prestigioso quotidiano economico nazionale con una maggiore agilità sul nuovo terreno nel quale oggi si confrontano i Media. Ci siamo riusciti e soprattutto senza grossi traumi. Ora tocca ad altri realizzare la fase successiva. Il mio lavoro è finito».

Già due anni fa aveva detto che al Sole 24 Ore non avrebbe proseguito oltre. «Guardate, io non mi sono mai candidato a niente e qualora ci fosse un largo seguito che mi chiedesse di restare al Sole ribadisco quanto ho detto due anni fa e cioè che non sono d’accordo. La pandemia e la guerra stanno cambiando il mondo, quello che era versosimile 3 anni fa ora vale ancora di più».

Lui dice mai. L’esperienza consiglia: mai dire mai.