Cassino Plant si ferma ancora: lunedì 27 e martedì 28 aprile le linee del montaggio si fermano di nuovo, in un stabilimento che nei primi tre mesi del 2026 ha lavorato appena 16 giorni assemblando 2.916 vetture. Mentre l’azienda annuncia in Ciociaria il nuovo stop, dall’altra parte del mondo, al più grande Salone automobilistico del pianeta, si scrive una parte importante del suo futuro.

All’Auto China Beijing 2026, nello stand LeapmotorThianshu Xin — CEO di Leapmotor International e direttore operativo di Stellantis China — non esclude la produzione in Italia«La presenza produttiva di Stellantis in oltre 30 Paesi è un valore aggiunto. Ci sono molti stabilimenti a disposizione all’interno del gruppo. Inizieremo in Spagna quest’anno, ma stiamo esplorando opportunità in altri Paesi». Il nome di Cassino è circolato nelle settimane scorse. Xin non lo pronuncia. Non lo smentisce.

Chi è Leapmotor e perché conta

Una fase del Auto China Beijing 2026

Leapmotor non è un brand cinese qualunque. È il marchio elettrico che Stellantis ha scelto come testa di ponte per il mercato globale dei veicoli a basso costo: 600.000 vetture vendute nel 2025, prima redditività annuale raggiunta, obiettivo di un milione di unità per il 2026 — cifra già raggiunta sul piano produttivo. Nel primo trimestre 2026 le consegne globali hanno superato le 110.000 unità, con oltre 40.000 esportazioni — record storico.

In Europa, Leapmotor ha già venduto 35.000 vetture nel 2025 e punta a raddoppiare nel 2026. Il responsabile commerciale Francesco Giacalone individua i mercati prioritari: «Germania, poi l’Inghilterra che non ha i dazi, e l’Italia dove c’è stata un’accelerazione grazie agli incentivi».Mirafiori viene già completata la T03 in versione van. In Spagna si comincerà a produrre il suv B10 entro l’anno. L’Italia — e Cassino — è il passo successivo logico di questa espansione.

Al Salone di Pechino sono protagonisti i nuovi modelli destinati all’Europa: la berlina B05 del segmento C, con ordini già aperti in Italia e lancio commerciale a giugno, e il suv B03X che arriverà in autunno. Vetture che hanno bisogno di fabbriche. Fabbriche che Stellantis ha già, sottoutilizzate, in Europa.

I segnali che contano

Gennaro D’Avino

In questo quadro, i sindacati leggono la situazione di Cassino con un ottimismo prudente ma fondato. E con loro anche il mondo industriale: sia Unindustria che ConfimpreseItalia.

La Uilm-Uil individua una serie di elementi che, messi insieme, disegnano uno scenario diverso da quello della dismissione. Li ha messi in fila Gennaro D’Avino, il Segretario Generale per la provincia di Frosinone intervenendo ieri sera alla trasmissione tv A Porte Aperte in diretta su Teleuniverso.

Il primo è il più significativo: all’incontro del 21 maggio nel quale il CEO Antonio Filosa rivelerà dagli Usa il Piano Industriale, oltre agli investitori sono stati ammessi anche i sindacati. Non accade a caso. Significa che l’Amministratore Delegato di Stellantis ha qualcosa da annunciare sul futuro degli stabilimenti: qualcosa di abbastanza importante da voler dire nello stesso momento a chi investe ed a chi fabbrica materialmente. È un cambio di approccio importante: la Stellantis di Filosa non parla solo ai mercati finanziari ma anche ai sindacati. Significa che quel futuro c’è.

Il secondo segnale riguarda le trattative in corso: il rinnovo degli appalti per le pulizie industriali e la proroga degli ammortizzatori per Logitech e Trasnova non sono ancora stati chiusi con un no definitivo. Chi smantella una fabbrica non tratta sulle pulizie. Chi dismette non prolunga gli ammortizzatori. Sono segnali piccoli, quasi invisibili nel rumore della crisi. Ma parlano.

L’ipotesi sul tavolo: 1.100 più 600

(Foto © IchnusaPapers)

Circolano voci interne, prive per ora di qualsiasi conferma ufficiale ma ritenute verosimili da fonti accreditate sia di natura sindacale che di natura imprenditoriale. Delineano un possibile riassetto di Cassino che la vedrebbe mantenere un ruolo nel sistema produttivo Stellantis su due livelli. Il primo: polo centrale per presse e plastiche, con circa 1.100 addetti che continuerebbero a produrre per gli altri stabilimenti del gruppo. Il secondo: una linea produttiva con circa 600 lavoratori destinata a due modelli Alfa Romeo premium e due Maserati.

La trattativa ancora aperta con la ditta delle pulizie, il tavolo ancora in corso per ritirare i licenziamenti nell’indotto dicono che il 21 maggio si potrebbe arrivare a questa ipotesi. Significa che Cassino non chiude. Si trasforma. Con un perimetro ridotto rispetto al passato — su 2.130 addetti attuali, il calcolo lascia circa 430 persone senza una collocazione definita — ma con una missione industriale riconoscibile. E con l’eventuale presenza di un partner cinese — LeapmotorDongfeng, o entrambi — che garantirebbe volumi sufficienti a tenere operativa la struttura. (Leggi qui: Cassino nei piani di Dongfeng: Stellantis apre ai cinesi per salvare gli impianti).

«Bisogna salvare non solo lo stabilimento ma mettere in protezione tutti»: è la sintesi che circola tra i sindacalisti più informati. Non è rassegnazione. È realismo.

Il problema che resta

Vittorio Celletti (Foto: Erica Del Vecchio © Teleuniverso)

C’è però un nodo che nessun annuncio del 21 maggio potrà sciogliere nell’immediato. Per mettere a terra un’auto nuova — dall’assegnazione alla produzione in serie — occorrono almeno due anni. Se i nuovi modelli non arriveranno prima del 2028, quell’intervallo deve essere colmato con qualcosa. E quel qualcosa, a questo punto, ha sempre più il volto di un partner cinese che porti con sé piattaforme, modelli e volumi pronti. Oppure: che si appoggi a piattaforme ed organizzazioni già messe a terra in Italia ed in Europa.

Un dato lo evidenzia Vittorio Celletti, presidente di Unindustria Cassino. Sempre nel corso di A Porte Aperte su Teleuniverso spiega che non tutti i player cinesi sono uguali. E tra questi, Dongfeng è noto perché lascia spazio alla fornitura dei territori: sarebbe un segnale molto positivo per l’indotto cassinate qualora la casa automobilistica di Wuhan approdasse a Cassino.

Un altro dato operativo lo fornisce Pasquale Perrone responsabile di Confimpreseitalia Industria. La premessa è che ad oggi e fino al 21 maggio con la videoconferenza di Filosa nessuno sa quali saranno le piattaforme produttive dello stabilimento Cassino Plant. L’unica certezza è l’annullamento di quanto era stato programmato precedentemente (Nuova Stelvio, Nuova Giulia). Nonostante questo, Perrone e ConfimpreseItalia rimangono fiduciosi in previsione del nuovo piano. Perché?

Cassino Plant ad oggi rimane l’unico stabilimento Prime Elite della galassia Stellantis. Quindi la sua sopravvivenza è un dato industriale altamente probabile fino a sfiorare la certezza assoluta: perché è il sito che dovrà fare quella categoria di automobili d’eccellenza, spiega Perrone.

Il ponte necessario

Lino Perrone (Foto: Erica Del Vecchio © Teleuniverso)

Ma per arrivare al 2028 con la messa a terra dei nuovo modelli che Filosa dovesse prospettare per Cassino Plant è necessario costruire un ponte per superare il nulla produttivo di oggi.

Per questo ConfimpreseItalia evidenzia la necessità di sostenere con risorse adeguate sia i lavoratori che le aziende dell’indotto, per il biennio 2026/2027 ovvero fino a quando non si potrà ipotizzare un avvio significativo della produzione. “Alla luce di quanto su esposto – dice Perrone – la nostra richiesta è quella di dialogare e far pressione sul management di Stellantins affinchè mantenga gli impegni assunti, anticipando i tempi di sviluppo nonché sollecitare Regione e Ministero per sostenere il territorio con interventi ad hoc per superare il momento critico”.

Il rischio che Perrone evidenzia è la perdita del know-how e delle professionalità locali, specie dell’indotto, cresciute negli anni e che saranno fondamentali per la ripartenza.

Il ponte, potrebbe essere l’iniezione di lavoro portata dai cinesi? Non è la soluzione che la Ciociaria sognava quando guardava a Cassino come al cuore di un’industria automobilistica italiana di eccellenza — quella che nasceva dalla Cassa per il Mezzogiorno, che produceva Alfa Romeo e Maserati, che aveva trasformato una terra agricola in un distretto manifatturiero. Ma è la soluzione che mantiene aperto uno stabilimento che altrimenti rischia di non aprire più.

Il 21 maggio dirà se quelli che oggi sono segnali diventeranno certezze. Fino ad allora, come ha detto la Uilm, la porta non è chiusa.

Exit mobile version