Serve una legge. Non domani, oggi. Una legge quadro capace di riconoscere ciò che l’Italia finge ancora di ignorare: che i porti turistici non sono banchine di lusso per yacht da cartolina, ma snodi reali dell’economia del mare. Lo ha detto chiaro e forte Giovanni Acampora, presidente della Camera di Commercio di Frosinone Latina, intervenendo alla presentazione del Piano Strategico per la Portualità Turistica Italiana di Assonat, insieme a Luciano Serra e con il sostegno di Sace.
E lo ha detto con la forza dei numeri e della ragione: «È tempo di compiere un salto di qualità. Serve una legge nazionale che fissi regole uniformi, incentivi, strumenti di sostegno. Che riconosca ai porti turistici una funzione pubblica, infrastrutturale, economica. E che li inserisca, a pieno titolo, nella strategia di sviluppo del Paese».
Un comparto strategico ancora senza regole

E il punto è proprio questo: in Italia ci sono oltre 570 approdi turistici (dati Assonautica 2023), che generano ogni anno un impatto economico di oltre 4 miliardi di euro, coinvolgendo più di 190 mila addetti lungo tutta la filiera del turismo nautico. Eppure, il settore è ancora orfano di una normativa nazionale organica. Un paradosso che rallenta gli investimenti, blocca la modernizzazione, rende incerta la pianificazione.
Secondo il Rapporto “Economia del Mare 2024” di Unioncamere e Centro Studi Tagliacarne presentato a Gaeta, il comparto della portualità turistica rappresenta uno dei segmenti a più alto potenziale di crescita, specie nelle regioni costiere del Centro e del Sud Italia. E Lazio, Campania, Puglia e Sicilia insieme generano più del 50% del traffico diportistico nazionale.
Innovazione e governance

Acampora insiste: «Una legge è la condizione minima per attrarre capitali, favorire la digitalizzazione, formare competenze nuove e fare della sostenibilità un asset competitivo. Non si tratta solo di turismo, ma di lavoro, fiscalità, competitività. La governance del mare passa anche da qui».
La coincidenza temporale con l’elaborazione del Piano del Mare 2026–2028 rende il dibattito ancora più urgente. Mentre l’Europa fissa nuove rotte sulle politiche marittime integrate, l’Italia ha il dovere di non restare indietro. Soprattutto ora, che il Mediterraneo torna a essere baricentro geopolitico e crocevia economico.
Un’opportunità da cogliere

In fondo, è anche una questione di visione. Perché ogni porto turistico non è solo un’area attrezzata per ormeggiare barche, ma una porta d’accesso al territorio, una vetrina per i borghi, una leva per il turismo esperienziale, il commercio, la ristorazione, la cultura.
«Dobbiamo smettere di considerare la portualità turistica come un accessorio» conclude Acampora. «È tempo di vederla per ciò che è: una grande occasione per modernizzare l’Italia, dal mare verso la terra». E forse, stavolta, non si tratta solo di scrivere una legge. Ma di fare una scelta.








