L’Italia non ha una politica estera. Ha una geografia interna che ogni tanto sbatte contro un continente. Ed è proprio su questo scoglio che Giorgia Meloni da Addis Abeba ha provato a parlare di miracolo. La sua lettura degli eventi di queste ultime ore è: evitata la guerra commerciale con gli Stati Uniti e, insieme, incassata una mezza carezza dall’Europa che fino a ieri sembrava volerle presentare il conto.
Il compromesso è arrivato. I dazi ci saranno, sì, ma saranno più “digeribili” del previsto: un 15% su alcune voci strategiche, che andrà però capito bene. Perché – avverte Palazzo Chigi con una flemma tutta democristiana – “bisogna leggere le tabelle”. E già qu siamo al momento in cui la politica comincia a sudare freddo. Perché quando bisogna consultare le tabelle è il segno che non tutto è andato come si sperava.
Le tabelle da leggere nel Lazio

Ora quelle tabelle – che il governo romano si è impegnato a leggere voce per voce – andranno lette anche in chiave locale. A cominciare dalla Regione. Perché il Lazio non è solo burocrazia e ministeri. È anche – e soprattutto – economia reale. A Piedimonte San Germano c’è un polo automotive agonizzante, in bilico tra vita e chiusura, che un dazio in più o in meno può letteralmente affondare.
Ad Anagni, Ferentino e Priverno, il settore farmaceutico rappresenta un’eccellenza europea: stabilimenti che lavorano per il mondo e che ad ogni ostacolo doganale rischiano di perdere fette di mercato. E poi ci sono l’aeronautico – con le produzioni di precisione tra Anagni, Veroli e Castelliri – e la cantieristica nautica che, se non vende superyacht in Florida, esporta però componentistica strategica dalle province di Frosinone e Latina. Qui, più che a Bruxelles, quelle “tabelle” faranno la differenza tra la cassa integrazione e l’assunzione. Tra la retorica e la realtà.
La gloria delle mezze vittorie

Per ora, l’unica certezza è che la trattativa non è saltata. Che è già qualcosa. Evitata la Caporetto doganale, si brinda con una nota a tre firme: Giorgia Meloni, Antonio Tajani e Matteo Salvini. Tutti uniti nel dire che l’accordo è “positivo”, anche se “ancora da studiare nei dettagli” – il che, come ogni diplomatico sa, significa che non si è proprio entusiasti ma che non si può nemmeno dire di no.
Eppure il sottotesto c’è, ed è chiaro: Roma ha portato a casa il risultato che contava di più, ovvero far ripartire l’export italiano, bloccato negli ultimi mesi dal clima di incertezza. L’industria, si sa, ha meno pazienza dei filosofi. E non aspetta che i ministri si mettano d’accordo su quanti centesimi di dazio si possano digerire.
Ma attenzione: non è tutto oro. Perché se da un lato c’è l’idea che si possa tirare un sospiro di sollievo, dall’altro resta il nodo più serio: capire se quei dazi saranno aggiuntivi o se andranno a sostituire quelli esistenti. La differenza, in un Paese che esporta formaggi, vini e ingegneria di precisione, non è affatto secondaria. È la differenza tra un accordo sopportabile e una zavorra permanente.
Gli alleati che non fanno sconti sui dazi

Come sempre in politica estera, l’applauso va diviso per tre: chi l’ha fatto, chi lo ha subìto, e chi lo ha rovinato. In questo caso, le opposizioni italiane non hanno perso tempo per impugnare il megafono.
Elly Schlein ha parlato di “accondiscendenza fallimentare” verso Washington. Carlo Calenda l’ha definita una “capitolazione”, Giuseppe Conte una “Caporetto”, Nicola Fratoianni un “disastro sociale”. Per l’opposizione, a Bruxelles e a Roma c’era una sola cosa da fare: picchiare i pugni sul tavolo, alzare dazi anche noi, e prepararsi all’autarchia. Un po’ complesso, per l’Italia da sola, insegnare al mondo come si chiude il rubinetto del commercio globale senza farsi male. Il vantaggio dell’opposizione fatta oggi è quello di poter dire tutto, senza doverlo fare.
Addis Abeba chiama Bruxelles

Nel frattempo Giorgia Meloni era altrove. Letteralmente. Atterrata in Etiopia per la seconda missione del Piano Mattei – quello con cui l’Italia vuole trasformarsi da frontiera in testa di ponte tra Europa e Africa – la premier ha portato con sé la grana americana nel bagaglio a mano. E tra un abbraccio ai bambini in abito tipico e un colloquio con i missionari italiani, ha trovato anche il tempo per incassare l’endorsement dell’Unione Africana. Della serie: se il fronte Atlantico scricchiola, quello africano applaude.
Un bilancio in chiaroscuro, come spesso capita quando si governa. Perché se è vero che il peggio è stato evitato è anche vero che il futuro resta pieno di insidie: l’Europa dovrà ora farsi carico delle filiere produttive più esposte, alleggerire la burocrazia, e magari rimettere in moto una politica industriale seria. Cose che, finora, nessuno è riuscito a fare sul serio.
Il compromesso come arte di governo

Ecco perché Meloni – che in questo caso non ha giocato da sola – ha optato per la scelta più democristiana di tutte: il compromesso. Che non è la resa, ma l’arte di evitare il peggio mentre si prepara il meglio. L’alternativa? Sarebbe stata la tempesta. O, peggio, l’indifferenza. Invece l’Italia ha detto la sua, ha trattato, ha ottenuto almeno il diritto a studiare le tabelle prima di pagarle. Non sarà gloria. Ma è realismo. Ed è la cosa più vicina a una politica estera che oggi possiamo permetterci.
Meloni è tornata con una mezza vittoria e un pieno di lavoro da fare. Ma l’alternativa – quella del rifiuto ideologico o della rottura muscolare – sarebbe stata un disastro. Alla fine non è bello ciò che piace, ma ciò che tiene insieme il Paese.








