
Nelle dinamiche manifatturiere del Lazio e dell’intero Paese, la provincia di Frosinone ha spesso rappresentato un sismografo particolarmente sensibile alle oscillazioni della congiuntura economica e alle trasformazioni dei grandi asset industriali. Se sta per accadere qualcosa nel Paese, si sente prima nel tessuto industriale ciociaro.
Un tessuto che oggi si trova ad affrontare una combinazione di fattori critici senza precedenti: in economia si chiama cigno nero, cioè un evento a sorpresa, imprevedibile e rarissimo che ha un impatto enorme e devastante sui mercati o sulla produzione. In questo caso, a dargli corpo è stata la convergenza tra la crisi strutturale dei costi energetici e il riassetto della produzione automobilistica: sono loro a far rischiare di incrinare la tenuta dell’intero bacino industriale del Lazio meridionale.
L’allarme nazionale lanciato da Il Sole 24 Ore
A fotografare la gravità del momento è stato, proprio nei giorni scorsi, un approfondimento del Sole 24 Ore. Il quotidiano di Confindustria ha lanciato l’allarme nazionale su come la nuova impennata dei prezzi del gas e la volatilità dei mercati energetici stiano riaprendo una ferita profonda nei settori energivori, portando le associazioni di categoria a segnalare che circa il 20% delle cartiere italiane valuta ormai la sospensione della produzione o il prolungamento dei fermi impianti.
Un dato drammatico che evidenzia come le imprese del packaging pagano l’energia più cara dei loro concorrenti stranieri. E quel divario, mese dopo mese, si mangia i margini di guadagno. Un’erosione che rischia di incrinare un pezzo di economia circolare cioè quella basata sul recupero e la rigenerazione come nel caso della carta dove la materia prima è spesso la carta recuperata. Il tutto, proprio mentre a dipendere da quegli imballaggi sono due filiere che non possono permettersi interruzioni: l’agroalimentare e il farmaceutico.
Un quarto della produzione sulla sponda del Liri
Se nell’agenda pubblica e nel dibattito politico-sindacale l’attenzione è fisiologicamente monopolizzata dal futuro dello stabilimento Stellantis di Cassino e dall’incertezza che avvolge la sua complessa filiera di componentistica, a poca distanza dai cancelli di Piedimonte San Germano si consuma dunque quest’altra emergenza, specchio esatto dell’allarme nazionale: quella dell’industria cartaria.
L’Italia conta attualmente circa 180 cartiere attive lungo la penisola. Ma è proprio nel frusinate che si registra una straordinaria densità produttiva, con una quota che sfiora il 25% degli impianti nazionali: 90 imprese, circa 2.000 addetti, una 15ina di Comuni interessati. Un distretto storico, che va dalle sponde del Liri fino ai poli industriali dell’entroterra, specializzato nella produzione di cartoncino, carta per usi igienico-sanitari e imballaggi riciclati.
Un modello virtuoso che, tuttavia, condivide un denominatore comune con le grandi industrie di base: una dipendenza vitale e costante dal fattore energetico
Reno De Medici verso 13 settimane di cassa
Il nuovo campanello d’allarme lo suona la Reno De Medici di Villa Santa Lucia. L’ipotesi in esame proprio in queste ore è quella di un pacchetto con 13 settimane di cassa integrazione. I dettagli sono attesi prima della fine della prossima settimana: a giorni è attesa la visita dei vertici del Gruppo industriale per incontrare i sindacati e fare il punto. Gli esperti parlano di una fermata fisiologica e dietro alla quale non si nasconde nessun annuncio drammatico. Certo è un ulteriore segnale di sofferenza per un comparto strategico nell’economia del Paese e della provincia.
A complicare ulteriormente il quadro c’è una dinamica societaria del settore Cartario sempre più diffusa: molte di queste realtà produttive fanno oggi capo a gruppi industriali o fondi di investimento le cui sedi operative e le proprietà sono lontane, spesso distribuite tra i palazzi della finanza del Nord Italia o all’estero. Che fanno finanza prima ancora che produzione e manifattura.
Proprietà lontane
Tanto per fare un esempio: da ormai 5 anni Reno De Medici ha lasciato Borsa di Milano dove veniva quotata ormai da un quarto di secolo; un’uscita dovuta al successo dell’operazione lanciata dal fondo Apollo Global Management che ha rilevato il 67% del gruppo per 3,654 miliardi e lanciato un’OPA sulle azioni in Borsa per il delisting attraverso Rimini BidCo (controllata da fondi del portafogli Apollo).
Le cartiere del Burgo Group (tra cui quella di Sora) appartengono per il 91,70% alla holding finanziaria BG Holding S.r.l. e per il resto a Mediobanca, al fondo Ocorian Fund Management S.à r.l. (Generali Financial Holding FCP-FIS SUB), al fondo Italmobiliare.
Gli storici impianti di Arpino specializzati nel tissue, il tessuto non tessuto fatto di carta, sono entrati da tempo nell’orbita del Gruppo Carrara.
Ma se i vertici e le decisioni strategiche risiedono altrove, il costo umano e sociale di questo stallo ricade interamente sul territorio. Quando le multinazionali tracciano i bilanci consolidati e decidono di tirare il freno a mano per tutelare i margini, sono le famiglie ciociare a fare quotidianamente i conti con la crisi: buste paga decurtate dalla cassa integrazione, l’incertezza sul futuro dei giovani e un potere d’acquisto corrosivo che picchia duro sul commercio e sull’economia reale dei comuni della provincia.
L’equazione economica giunta al punto di rottura
La trasformazione della fibra di cellulosa in carta richiede un apporto continuo di energia termica ed elettrica.
Di fronte ai prezzi del gas ancora troppo alti e a costi dell’elettricità che penalizzano la manifattura italiana, l’equazione economica di molte cartiere frusinati è giunta a un punto di rottura: produrre a pieno ritmo rischia di tradursi in un esercizio in perdita, costringendo le direzioni aziendali a pianificare fermi tecnici programmati, a ridurre i turni di lavoro e a ricorrere in modo sempre più massiccio agli ammortizzatori sociali. Come appunto nel caso di Reno de Medici in discussione in queste ore.
La Cartiera di Guarcino fa ricorso alle fermate temporanee della produzione (stop agli impianti), una misura utilizzata per gestire i momenti di crisi o calo degli ordini.
Mentre la cartiera San Martino ha fatto nuova richiesta di cassa integrazione.
Le piccole realtà che non riescono a reggere il ciclo continuo, stanno valutando la produzione dal lunedì al venerdì. Riguardo la Burgo invece è previsto un incontro con i sindacati ad ottobre, nel frattempo c’è la proroga degli ammortizzatori fino ad agosto 2027.
In questo scenario, la crisi delle cartiere non si configura come una contingenza settoriale, ma come una vera e propria criticità di sistema che va a sommarsi alla complessa transizione dell’automotive. La crisi delle cartiere non è un problema isolato: si somma a quella dell’automotive, e insieme rischiano di trascinare giù l’intera Ciociaria. Le quattro ruote sono da sempre il pilastro della meccanica di precisione e dell’export locale; la carta è l’ossatura della logistica e degli imballaggi industriali. Se entrambi i motori rallentano nello stesso momento, a pagarne il conto non saranno solo le due filiere: rischiano di finirci dentro anche logistica, servizi, indotto artigiano e la tenuta dell’intera comunità.
Le priorità per la politica industriale
La dimensione del problema travalica inevitabilmente i confini amministrativi della provincia e chiama in causa le priorità della politica industriale nazionale e regionale. Le risposte tampone e il solo sostegno al reddito non possono più bastare a garantire la sopravvivenza di un presidio manifatturiero strategico.
Per il distretto ciociaro, la partita dei prossimi mesi si giocherà su alcuni nodi fondamentali: la concreta attuazione dei meccanismi di mitigazione dei costi per le imprese energivore (come l’energy release e la restituzione del gettito IVA straordinario auspicata da Assocarta), l’accelerazione sugli investimenti in efficientamento e la costruzione di un tavolo istituzionale permanente.
Un tavolo che tratti le vertenze dell’automotive e dell’energia non come emergenze separate, ma come parti di un’unica, urgente strategia di politica industriale per il Paese.



