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La visione industriale che ci è mancata: fin dall’Unità d’Italia

21 Ottobre 20246 minuti di lettura
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La politica che deroga le proprie funzioni e che evidenzia l’assenza di una visione. Si potrebbe riassumere così quanto si è visto venerdì scorso a Roma. In piazza erano presenti migliaia di lavoratori dell’automotive che vivono nella precarietà assoluta: hanno dei contratti a tempo indeterminato ma non sanno fino a quando quei contratti saranno ancora validi. In quella piazza hanno chiesto risposte, sicurezze, certezze per loro e per le famiglie.

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Accanto a tanti operai c’era la politica che, a sua volta, ha chiesto a Stellantis di avere certezze sul futuro dello stabilimento di Piedimonte San Germano. Ed è proprio qui che, ancora una volta, si è vista la classe politica derogare alle proprie funzioni aggrappandosi a un salvagente chiamato prima Fiat, poi Fca e ora Stellantis.

Un salvagente che giorno dopo giorno si sta sgonfiando e rischia di far annegare tutti.

Derogare dalle funzioni

La manifestazione ‘Cambiamo Marcia’ (Foto: Marco Merlini © Imagoeconomica)

Ma perché parlare di deroga delle proprie funzioni? Perché è quello che negli ultimi decenni hanno fatto i rappresentanti politici non programmando e organizzando un territorio per svilupparsi con vere economie alternative. Manca quello sprint che all’inizio del Novecento la classe politica aveva.

Basta ripercorrere la storia, analizzare i fatti e scoprire la visione che le istituzioni hanno avuto. Idee grazie alle quali sono riusciti a dare una vita industriale a tanti territori, iniziando proprio dalla provincia di Frosinone. L’esempio più emblematico che possiamo analizzare è la Cassa del Mezzogiorno.

Una storia che bisogna ripercorrere con attenzione per capire la potenza di un’operazione che ha permesso di generare il tessuto industriale nella provincia di Frosinone. Quel tessuto industriale che, almeno nel Cassinate, rischia di scomparire.

Genesi di un tessuto industriale

L’affresco di Pietro Aldi con l’incontro a Teano

Nel 1861 fu decretata l’Unità d’Italia, un Paese che, nonostante le buone intenzioni, si è sviluppato seguendo due binari differenti. Da una parte il settentrione che ha visto un veloce processo di industrializzazione con l’arrivo di numerose aziende e la nascita di un tessuto economico forte e d’impatto. Dall’altra parte il meridione che ha sempre faticato per riuscire a trovare una propria indipendenza sociale ed economica.

Una questione che si crea sin da subito e che finisce al centro di una moltitudine di studi e di analisi con cui si è cercato di capire i motivi che hanno condotto a una diversa entità di sviluppo.

Quanto fu problema dell’arretratezza nelle infrastrutture del Sud. E quanto fu responsabilità delle razzie compiute dall’esercito sabaudo, come avvenuto ad esempio con i macchinari delle cartiere di Isola del Liri, considerata la Manchester d’Italia. (Leggi qui: Lanifici e cartiere della Valle del Liri: dopo l’unità il crollo).

L’analisi di Fortunato

Foto © Anthony Catalano

Giustino Fortunato, politico e storico fra i più importanti rappresentanti del Meridionalismo, inquadrò il problema tra Nord e Sud del Paese affermando: «Il problema delle Isole e del Mezzogiorno d’Italia è il problema della miseria: quello, cioè, di una cattiva distribuzione e, più ancora, di una deficiente produzione della ricchezza. Sono regioni in grandissima parte assai povere per condizioni difficilissime di clima e di suolo, non suscettibili di altra produzione, fuori dell’agricola».

La Ciociaria (a quel tempo non esisteva la provincia di Frosinone) aveva tra Isola del Liri, Arpino e Sora il suo principale polo industriale. Basato sulla qualità. Il “panno rubio” prodotto nel Lanificio Zino era la stoffa utilizzata per confezionare i pantaloni dell’esercito borbonico. La carta sul quale veniva stampato il “Daily Telegraph” di Londra arrivava dalla Cartiera del Fibreno. Tutto si fermò nel 1860: l’area cambiò volto passando da una sostanziale prosperità alla miseria; gli operai avevano asili per i bambini, il dopolavoro ed il teatro.

L’onorevole Polsinelli

L’inizio della lunga discesa nell’abisso viene raccontata dall’imprenditore di Arpino Giuseppe Polsinelli: suo uno dei più grandi lanifici della valle. Nel 1861 venne eletto deputato nel primo Parlamento dell’Italia unita a Torino. Il resoconto stenografico della seduta del 25 maggio 1861 riporta il suo memorabile intervento alla Camera dei Deputati indirizzato al presidente del Consiglio Camillo Benso conte di Cavour. Plsinelli gli domanda se è a conoscenza dei “dolori e le perdite che hanno subite gl’industriali delle province meridionali?… Sa il signor presidente del Consiglio quante centinaia di migliaia di persone sono a languire dalla fame per quelle modificazioni? Quando non lo sappia, glielo dico io, e glielo posso provare”.

Il dualismo Nord-Sud

La stessa Banca Mondiale, in un apposito rapporto pubblicato negli anni Cinquanta, evidenziò le forti differenze che si vivevano in Italia dovute sia a ragioni geografiche che di natura politica e sociale, con il settentrione legato al mondo industriale e il meridione a quello agricolo.

Questo dualismo tra il Nord e il Sud del Paese perdurò nei decenni successivi al processo di unificazione con una continua spinta nello sviluppo delle regioni settentrionali che si trovavano, logisticamente, più vicine ai mercati esteri.

L’idea di creare un organismo come quello della Cassa per il Mezzogiorno fu analizzata per la prima volta nell’agosto del 1947 quando furono avviati una serie di contatti tra la Banca d’Italia e la Banca Mondiale. Un momento storico difficile e particolarmente complesso dove l’Italia aveva avanzato la richiesta di un prestito di 250 milioni di dollari.

Una richiesta che fu necessario riformulare perché la domanda di prestito doveva far riferimento a progetti specifici con l’indicazione della copertura economica necessaria.

L’annuncio di Robert Black

Eugene Robert Black con David Ben Gurion (Foto: Government Press – National Photo Collection of Israel)

Qualche anno dopo, nel 1949, il presidente della Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo, Robert Black, annunciò l’avvio di una missione in Italia con l’obiettivo di valutare non singoli progetti ma un vero e proprio programma d’investimento per il Mezzogiorno.

In un contesto del genere, negli anni Cinquanta, in pieno processo di industrializzazione post-bellico, il “caso Meridione” divenne centrale nelle scelte politiche ed economiche del Paese. Per questo motivo il 17 marzo 1950 il presidente De Gasperi presentò alla Camera dei Deputati la legge istitutiva della Cassa del Mezzogiorno. Uno strumento che avrebbe dovuto rappresentare l’avvio della fase rivoluzionaria e di spinta economica per il sud Italia. 

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