Bisogna scavare sotto la corteccia delle dichiarazioni ufficiali, sotto il protocollo degli applausi e la retorica dei virgolettati costruiti a tavolino. Lì sta il sedimento di ciò che accade davvero. Come nel caso della riunione organizzata a Cassino nelle ore scorse da Federlazio, la Federazione delle Piccole e Medie Imprese del Lazio. Ha scelto di andare sulla linea del fronte e lanciare da lì una discussione: obbligando politici ed industriali a mettersi davanti allo specchio e giocarsi la faccia.

Titolo sobrio e quasi didascalico, “ZLS Lazio e Zona Franca Doganale: opportunità per le PMI“. Ma la sostanza, questa volta, è tutt’altro che ordinaria. Si basa su tre sigle — ZLS, ZFD, ZES — e una domanda che nessuno ha pronunciato ad alta voce ma che aleggiava in ogni intervento: il Lazio meridionale è davvero sul punto di cambiare pelle, o è l’ennesima promessa di un territorio abituato ad aspettare?

Innanzitutto il dove

Siamo nel cuore di una delle aree manifatturiere più intense del Centro Italia. Frosinone e Latina, prese insieme, costituiscono quella che alcuni analisti definiscono la 13ma regione italiana per peso industriale: producono il 53% dell’export dell’intero Lazio, che ammonta a circa 18 miliardi di euro annui. Di questi, oltre 9,5 miliardi provengono proprio da questo lembo di territorio che si estende tra i Monti Lepini e la Valle del Liri, tra lo stabilimento Stellantis di Piedimonte San Germano e il porto di Gaeta.

Un territorio che industrialmente è nato grazie alla Cassa per il Mezzogiorno. Ma poi con la sua chiusura, per decenni ha prodotto ricchezza senza agevolazioni speciali, senza le corsie preferenziali riservate al Mezzogiorno. E ora si prepara ad affrontare la nuova sfida di giocare senza i vantaggi fiscali delle Zone Economiche Speciali. Circondano il Lazio da ogni lato come in una sorta di cerchio competitivo sempre più stretto.

Ma da meno di due mesi le regole del gioco sono cambiate: con la nascita delle Zone Franche Doganali che avranno i loro pilastri nel Lazio su Cassino e Gaeta. È esattamente questo il paradosso che ha convocato a Cassino imprenditori, politici e tecnici: un’area che esporta, che produce, che occupa, ma che fino a pochissimi mesi fa si trovava strutturalmente svantaggiata rispetto a territori confinanti dotati di strumenti che il Lazio non aveva. Ma oggi che le regole sono cambiate ed i vantaggi sono a portata di mano, politica ed imprese stanno agendo per rilanciare l’economia del Lazio Sud.

L’alfabeto dello sviluppo: ZLS, ZES, ZFD

(Foto © DepositPhotos.com)

Prima di procedere, è necessario un breve catechismo per i non addetti ai lavori, perché in questa vicenda le sigle contano più delle parole.

La ZLS — Zona Logistica Semplificata — è uno strumento introdotto per le aree portuali e retroportuali del Centro-Nord Italia. È stato pensato per compensare parzialmente il vantaggio competitivo delle ZES meridionali attraverso semplificazioni amministrative e un regime di incentivi fiscali. Il Lazio ha la sua ZLS, e il convegno di Cassino ha coinciso con una fase decisiva: quella dell’insediamento del Comitato di Indirizzo, l’organismo che deve rendere operativo lo strumento e definire i perimetri delle aree interessate. Non è un dettaglio burocratico: senza questo passaggio, la ZLS rimane una cornice normativa senza quadro. Con esso, diventa realtà.

Il Lazio accerchiato dalle zone Zes

La ZES — Zona Economica Speciale — è invece lo strumento pensato per il Mezzogiorno. Dal 2023 è stata unificata in una ZES unica che copre l’intero Sud d’Italia, garantendo alle imprese localizzate nelle aree incluse un credito d’imposta e una serie di semplificazioni procedurali significative. Il problema, per il Lazio meridionale, è che la regione è rimasta fuori da questo perimetro pur essendo geograficamente circondata da territori che ne fanno parte: Campania a Sud, Abruzzo a Est, e persino alcune province del Centro Italia ormai ammesse a regimi agevolati comparabili.

Una doppia beffa. Perché le province del Lazio hanno tutti i requisiti economici per essere considerate Zes. Ma stanno con Roma: ed i parametri che sviluppa la Capitale sono tali da ribaltare la situazione nelle province. Per questo siamo fuori dalle Zes. Il risultato pratico è stato quello che gli economisti chiamano svantaggio competitivo di prossimità: le imprese laziali importano componentistica dagli stessi mercati extra-europei dei concorrenti campani o abruzzesi, ma pagano i dazi alla dogana con la stessa puntualità svizzera di chi non ha mai beneficiato di un’agevolazione in vita sua.

E poi c’è la ZFD — Zona Franca Doganale — che è il vero protagonista della giornata di Cassino e che merita una discussione a parte.

La rivoluzione per il Lazio Sud

Quando si parla di politica industriale italiana, il pensiero corre immediatamente alle misure a pioggia, ai fondi strutturali europei spesi con la lentezza di una burocrazia glaciale, agli incentivi che scadono prima che le imprese riescano a presentare la domanda. È la patologia cronica del nostro sistema di sviluppo: il sussidio puntuale che crea dipendenza senza creare competitività, il contributo che arriva quando il capannone è già vuoto.

La Zona Franca Doganale è un’altra cosa. È, per dirla con una metafora che i tecnici forse disprezzeranno ma che rende l’idea, la differenza tra regalare il pesce e insegnare a pescare — solo che qui non si insegna nemmeno a pescare: si rimuove semplicemente il divieto di accedere al lago.

Il meccanismo è semplice nella sua eleganza: all’interno di una ZFD, le merci provenienti da Paesi extra-UE possono essere introdotte, stoccate, lavorate e trasformate senza che scatti immediatamente l’obbligo di versare dazi, IVA e accise doganali. Questi oneri vengono sospesi fino al momento in cui il prodotto finito viene immesso nel mercato comunitario. Se invece il prodotto viene riesportato verso Paesi terzi, le imposte non si pagano affatto. Cosa cambia? Perché è una rivoluzione?

La misura che non scade

Nicola Calandrini

La differenza rispetto al regime ordinario è radicale, e non è solo finanziaria. Non si tratta semplicemente di pagare meno o più tardi: si tratta di liberare liquidità che altrimenti verrebbe immobilizzata nei pagamenti doganali per mesi, talvolta anni, prima che il ciclo produttivo completo si chiuda. Per un’impresa manifatturiera che importa componentistica, assembla, produce e vende, questa liquidità è ossigeno puro.

La ZFD del Basso Lazio è nata da un’intuizione del senatore Nicola Calandrini (Fratelli d’Italia), presidente della Commissione Bilancio del Senato. A differenza di tutti gli altri strumenti di agevolazione, non ha una scadenza. Non dipende dalla disponibilità di fondi europei, non è soggetta a rifinanziamenti annuali, non rischia di esaurirsi. È strutturale. Dura finché è utile. Non pesa sul bilancio dello Stato perché non è un trasferimento di risorse: è, semmai, un differimento temporaneo di entrate che comunque maturano nel momento in cui il prodotto raggiunge il mercato.

La genesi

L’incontro in Camera di Commercio in cui vennero spiegati i dettagli

La genesi di quella legge, Nicola Calandrini l’ha spiegata il 2 febbraio scorso nel salone delle conferenze della sede di Latina della Camera di Commercio del Lazio Sud. Ha ricordato che era il 29 aprile 2025 ed il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella era in visita in un grande stabilimento del territorio. Fuori, il mondo del commercio internazionale era in fibrillazione per le decisioni di Donald Trump sui dazi. Dentro, un imprenditore disse con franchezza disarmante: se lo scenario non cambia, sono costretto a bloccare cento assunzioni e congelare investimenti per centinaia di milioni.

Nicola Calandrini, Presidente della 5ª Commissione Bilancio del Senato e artefice politico della norma, ha raccontato di aver ascoltato quella frasi: nei mesi successivi, sempre più voci imprenditoriali esprimevano la stessa preoccupazione. Non per capriccio non per abitudine alla lamentela: ma perché il Lazio meridionale scontava un differenziale competitivo oggettivo rispetto agli stabilimenti situati appena oltre il confine amministrativo della regione.

(Foto © AG IchnusaPapers)

Il caso più evidente è quello dello stabilimento Stellantis di Piedimonte San Germano. Buona parte dei cablaggi necessari per assemblare Alfa Romeo Giulia, Stelvio e Maserati Grecale arriva da fornitori nordafricani. Ogni container che varca la dogana genera un obbligo fiscale immediato. Ora basta confrontare questa situazione con quella dello stabilimento Stellantis di Pomigliano d’Arco, in Campania: 98 chilometri di distanza, stesso gruppo industriale, stessa filiera di approvvigionamento, ma in piena ZES con tutti i vantaggi che ne conseguono. La disparità non è una percezione soggettiva: è un dato strutturale che incide sulla competitività relativa dei due siti produttivi.

Con la ZFD, Stellantis Cassino potrà introdurre i container di componentistica a Piedimonte San Germano, montare i pezzi, assemblare le automobili e pagare le imposte doganali solo quando il veicolo sarà pronto per essere venduto. I capitali nel frattempo restano disponibili per altre operazioni. Non è magia: è finanza industriale elementare, resa finalmente accessibile.

Cassino: la messa a terra comincia qui

L’intervento di Domenico Beccidelli fra Raffaele Trequattrini e Nicola Calandrini

Il convegno di Federlazio tenuto nelle ore scorse non era un convegno d’inaugurazione. Era qualcosa di più concretouna sessione di lavoro per affrontare i passaggi operativi che restano da compiere.

Non a caso il presidente di Federlazio Frosinone Domenico Beccidelli ha posto l’accento sulle fragilità strutturali del territorio: quelle che non si curano con provvedimenti estemporanei. E sulla necessità di una visione condivisa tra tutti gli attori in campo. Non è retorica: in un territorio che ha perso pezzi importanti del tessuto industriale nel corso degli ultimi vent’anni, la capacità di fare sistema è diventata essa stessa una variabile competitiva.

I lavori hanno affrontato due grandi temi. Il primo riguarda la ZLS: con l’imminente insediamento del Comitato di Indirizzo, lo strumento è pronto ad entrare nella sua fase operativa. Le imprese presenti hanno ricevuto informazioni concrete sulle agevolazioni disponibili. E qui vale la pena notare, come ha ricordato il senatore Nicola Calandrini, che nelle aree ZLS del Lazio il credito d’imposta raggiunge livelli superiori rispetto a quelli previsti in alcune regioni del Centro Italia già incluse nella ZES, come Marche, Umbria e Abruzzo.

Il perimetro

Raffaele Trequattrini

Il secondo tema, ancora più delicato, riguarda la fase di perimetrazione delle Zone Franche Doganali. Non si istituisce una ZFD tracciando una linea su una mappa: occorre censire gli agglomerati industriali, mappare le manifestazioni d’interesse delle imprese, definire i confini in modo che corrispondano a realtà produttive concrete.

Il Commissario del Consorzio Unico Industriale, professor Raffaele Trequattrini, ha sottolineato come questi strumenti non siano soltanto tecnici o normativi, ma rappresentino una visione di sviluppo che mette al centro la costruzione di condizioni strutturalmente favorevoli alle imprese. “ La Zls – ha spiegato – insieme alle politiche di logistica e semplificazione amministrativa, mira a creare un sistema efficiente e snello nelle procedure amministrative. Che è fondamentale per accompagnare lo sviluppo e rafforzare la competitività dei territori”.

Il nodo ZES: la questione irrisolta

C’è però un elefante nella stanza, e sarebbe disonesto non nominarlo. Nel dibattito di Cassino è emersa — tra le righe, con la cautela diplomatica che si addice a certi argomenti — la questione dell’eventuale ingresso del Lazio meridionale nella ZES unica del Mezzogiorno. È una richiesta che circola da tempo nel mondo imprenditoriale ciociaro e pontino, e che ha una sua logica intuitiva: se siamo circondati da regioni che godono di questo regime, perché non farne parte?

Nicola Calandrini

La risposta del senatore Nicola Calandrini è stata precisa sul piano tecnico e saggia sul piano politico. Sul piano delle semplificazioni amministrative, ZES e ZLS sono sostanzialmente equivalenti: entrambe riducono i tempi burocratici, entrambe prevedono la figura dello sportello unico, entrambe consentono di accelerare i procedimenti autorizzativi. La differenza vera riguarda il credito d’imposta, che nella ZES è più generoso. Ma quel credito d’imposta è ancorato alla Carta degli aiuti a finalità regionale, uno strumento europeo che richiede un negoziato con Bruxelles: tempi lunghi, esiti incerti, e il rischio concreto che nel frattempo le imprese restino in attesa di un treno che potrebbe non arrivare nei tempi sperati.

Mentre si negozia con l’Unione Europea, le fabbriche continuano a funzionare e i dazi continuano a essere pagati. Calandrini ha quindi suggerito la strada pragmatica: valorizzare subito gli strumenti già operativi — ZLS e ZFD — e costruire su di essi una traiettoria di sviluppo che non dipenda dall’esito di trattative comunitarie dall’esito imprevedibile.

L’intervento di Daniele Maura

Il Vice Presidente della Commissione Sviluppo Economico, Daniele Maura, ha affiancato questa posizione con un monito che suona quasi come una messa in guardia: il successo di questi strumenti non è automatico. Dipende dalla capacità di renderli realmente accessibili alle imprese, specialmente quelle piccole e medie che non hanno uffici legali dedicati a decifrare la normativa doganale. La semplificazione, insomma, deve essere vera e non solo proclamata.

Il porto di Gaeta: il moltiplicatore nascosto

C’è un luogo fisico che torna in ogni discussione sullo sviluppo del Lazio meridionale con una frequenza quasi maniacale: il porto di Gaeta. E non a caso. La Zona Franca Doganale, nella sua prima configurazione, è pensata per radicarsi proprio qui, nel porto tirrenico che rappresenta oggi il principale hub logistico di questa fetta di territorio.

Il Porto di Gaeta

Gaeta non è Civitavecchia. Non ha i volumi del principale porto laziale, non ha la storia di un porto che ha gestito per decenni traffici commerciali intercontinentali. Ma ha qualcosa che Civitavecchia non può replicare facilmente: una posizione geografica che la proietta naturalmente verso i mercati del Mediterraneo orientale e del Nordafrica. E soprattutto un potenziale inespresso che gli stessi presidenti regionali hanno riconosciuto esplicitamente. (Leggi qui: Petcoke, scontro tra politica e porto: il caso Gaeta accende il dibattito).

Con una ZFD operativa, Gaeta potrebbe diventare il punto di ingresso privilegiato per la componentistica extra-europea destinata agli stabilimenti produttivi della Ciociaria e del Pontino. I container arriverebbero al porto, verrebbero sdoganati in regime di sospensione delle imposte, e si distribuirebbero agli stabilimenti di Piedimonte San Germano, Anagni e agli altri poli manifatturieri del territorio. La dogana “definitiva” scatterebbe solo al momento della vendita del prodotto finito.

Le implicazioni per lo sviluppo portuale sono immediate: più traffico, più investimenti in infrastrutture logistiche, più servizi connessi. E da qui si aprirebbero ricadute su comparti come l’aerospazio e la logistica in senso lato, entrambi ben rappresentati nel territorio.

Il contesto globale: tra Trump e l’India

Il primo ministro indiano Narenda Modi (Foto: Press Office Kremlin)

Sarebbe fuorviante leggere il convegno di Cassino come una vicenda esclusivamente locale. Il Lazio meridionale si muove dentro un quadro geopolitico ed economico in rapida trasformazione. E le Zone Franche Doganali non sono un’invenzione laziale: sono strumenti riconosciuti dal diritto europeo. Esistono e vengono utilizzate in decine di Paesi e in molti porti comunitari.

La pressione sui dazi internazionali — alimentata dalle politiche protezionistiche dell’amministrazione Trump e dalle tensioni commerciali che ne derivano — ha reso l’accesso ai mercati extra-europei più incerto e più costoso. In questo scenario, avere uno strumento che consenta di neutralizzare temporaneamente gli oneri doganali sui beni in transito non è un lusso: è una necessità competitiva.

Ursula von der Leyen (Foto: Daina Le Lardic © European Union 2025)

C’è poi il versante opposto della bilancia: l’Unione Europea ha recentemente concluso un accordo commerciale storico con l’India, aprendo a un mercato di dimensioni enormi. Le imprese del Lazio meridionale, con la loro vocazione all’export, potrebbero essere tra le principali beneficiarie di questa apertura. A patto di avere le infrastrutture logistiche e gli strumenti normativi per competere.

La posta in gioco

Alla fine, ciò che il convegno di Cassino ha messo sul tavolo non è soltanto una questione di agevolazioni fiscali o di perimetri doganali. È una domanda più profonda sulla capacità di questo territorio di darsi una traiettoria di sviluppo non affidata alla rendita posizionale o alla dipendenza dai grandi gruppi industriali. Ma costruita su condizioni strutturalmente competitive.

La grande manifestazione per Stellantis a Cassino

Per decenni, il modello di sviluppo del Lazio meridionale è stato quello della grande fabbrica attratta dagli incentivi. Del capannone costruito con i contributi e poi svuotato quando gli incentivi finivano. È un modello che ha prodotto benessere. Ma anche fragilità: quella di territori la cui fortuna economica dipendeva dalle decisioni di pochi grandi gruppi industrialiStellantis insegna: le scelte di Torino — e oggi di Detroit e Amsterdam — pesano sul destino di Cassino molto più di qualsiasi politica regionale.

La ZFD non elimina questa dipendenza ma modifica le condizioni al contorno. Rende il territorio più appetibile, non solo per i grandi gruppi già presenti ma per gli operatori internazionali. Che importano e cercano basi logistiche nel Mediterraneo. E soprattutto, a differenza degli incentivi a termine, non crea dipendenza: crea le condizioni perché le imprese competano su basi strutturali.

Nicola Calandrini (Foto: Stefano Contili © Imagoeconomica)

È per questo che il senatore Nicola Calandrini, che quella norma l’ha concepita e portata all’approvazione nella Legge di Bilancio con un lavoro paziente e silenzioso, può guardare a ciò che è stato fatto con una soddisfazione che non ha bisogno di essere urlata. La ZFD è legge dal primo gennaio 2026. L’Agenzia delle Dogane è pronta. In Italia, dove ogni norma sembra richiedere anni di decreti attuativi prima di dispiegare i suoi effetti, questo non è un dettaglio: è un miracolo.

Ora tocca al territorio trasformare la norma in realtà. Tocca agli imprenditori presentarsi con progetti concreti, non con domande di sussidio. Tocca alle istituzioni locali — Consorzi Industriali, Camere di Commercio, Regione — accelerare la mappatura e la perimetrazione. Il convegno di Cassino è stato, in questo senso, un primo passo operativo: non una celebrazione ma un cantiere aperto. E i cantieri, come si sa, sono rumorosi, imperfetti e pieni di imprevisti. Ma sono anche l’unica forma di futuro che esiste.

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