I cioccolatini amari di Pernigotti, la trapunta di Borgomeo e la lezione del Matusa (di A. Porcu)

La sabbia nella clessidra sta per finire. Le prossime ore diranno se continueremo a mangiare i cioccolatini Pernigotti. Oppure se saranno un altro monumento all’incapacità politica di Luigi Di Maio, non più ministro dello Sviluppo Economico. Il suo piano di salvataggio sta facendo acqua: prevedeva di fare uno spezzatino industriale e vendere il ramo cioccolata ai turchi del Gruppo Toksos ed il settore gelati alla italiana Giordano Emendatori.

Tutto è fermo da venerdì sera cioè da quando gli advisor ed i legali delle società impegnate a stendere il contratto hanno comunicato invece il recesso. Rischiano di saltare tutti i 150 posti di lavoro e lo sviluppo economico dell’intera area di Novi Ligure.

La sede della Pernigotti a Novi Ligure

C’è un dato sul quale riflettere. A Roccasecca una lunga trattativa con i fondi americani ha condotto al salvataggio di tutti i posti di lavoro della allora Ideal Standard (circa 400, dei quali 330 diretti ed un centinaio di indotto tra logistica, pulizie, servizi). Già un anno prima ad Anagni le stesse persone aveva salvato almeno 200 posti di lavoro (tra diretti e indotto) della ex Marazzi Sud. Tra l’una e l’altra operazione, sempre gli stessi soggetti rimettevano in piedi anche la Tagina di Gualdo Tadino salvando altri 160 posti di lavoro (gli ultimi la settimana scorsa, con un accordo sindacale che prevede la conversione dello stabilimento all’economia circolare).

La riflessione sulla quale fermarsi un secondo è che in questo territorio tutto è normale. Ogni cosa è dovuta. Come se fossimo eternamente sotto la trapunta cucita da Giulio Andreotti ed alla fine uno che viene a rimboccarci la coperta prima o poi arriva sempre. È stato così con l’imprenditore Francesco Borgomeo ed i suoi soci finanziari inglesi che hanno salvato circa 750 posti di lavoro con 3 operazioni nel Centro Italia: a Novi Ligure per 150 posti un un marchio tanto storico quanto Tagina, Marazzi e Ideal Standard si sta mobilitando il mondo.

La linea di produzione Giulia a Fca Cassino Plant

La stessa cosa è avvenuta con la Fca di Cassino Plant: mesi di cassa integrazione, piazzali pieni di auto colpite dalla crisi dell’automotive, innescata dallo stesso ministro Luigi Di Maio che avrebbe potuto evitarla spostando avanti di un anno l’entrata in vigore degli Ecobonus su auto ibride ed elettriche. Avrebbe così dato il tempo a Fca di mettere in produzione i suoi modelli plug-in. Invece ha pompato i conti delle concorrenti attraverso gli Ecobonus.

Tutto è dovuto, nessuno muove un dito, fino a quando non si tocca la trapuntina e ci restano i piedi scoperti. Questo è un territorio che avrebbe dovuto avere la fila di investitori stranieri pronti a puntare il loro capitale sulla nostra ripresa industriale. Il motivo è semplice: per oltre vent’anni è stato più conveniente investire in capitali, stando comodamente a casa; ora che la Finanza ha raggiunto la sua curva discendente e tenere i soldi in titoli è diventato troppo rischioso è tornato conveniente puntare sulla produzione.

Banca Popolare del Cassinate con la sua merchant Bank operativa a Milano sta studiando un’operazione che potrebbe finanziare la riapertura dello storico saponificio Dosa – Scala di Castrocielo.

Vincenzo Formisano © A.S.Photo / Andrea Sellari

Ma il resto del territorio dov’è? Dove sono quelli che dovrebbero spianare le strade verso le fabbriche ai capitali in sterline e dollari? Non basta quel pool che dalla Commissione Industria del Senato indicò la via della provincia di Frosinone (ne faceva parte il senatore Francesco Scalia, ora non risulta più operativo). Servono quelli che dettino le linee strategiche sul territorio: individuando gli interventi da fare prima di subito per rendere appetibile ogni area.

Qui invece si lavora per massacrare le aree industriali e dire agli investitori di stare alla larga: se qualcuno osasse mettere un paletto nella Valle del Sacco si ritroverebbe lì i carabinieri forestali, l’Arpa, la Asl, la polizia provinciale, i vigili urbani, le associazioni ambientaliste, le organizzazioni agricole, l’esercito della salvezza. Tutto bloccato da norme che sembrano fatte apposta per dire di andare ad investire da un’altra parte.

Amazon sta lanciando il nuovo servizio di consegna in un’ora: ha bisogno di nuovi volumi. Vogliamo mandarli via? Continuiamo a stare a braccia incrociate e fare niente. A non pretendere di avere efficienza da quegli uffici pubblici che sono pagati per darla, sotto la direzione di una politica votata per individuare soluzioni.

Non degli show di queste ore al Parco del Matusa

Gli uomini giusti al posto giusto. Come è avvenuto per il Parco del Matusa a Frosinone. Con uomini diversi oggi sarebbe un campo di erbacce, mentre politici e tecnici si rimpallano responsabilità che non vogliono.

Invece lì ci si è mossi: all’interno delle regole e lasciando spazio alla creatività, senza imporre follie giuridiche come nella Valle del Sacco. Gli uomini giusti nel parco del Matusa hanno creato il primo attrattore della città di Frosinone: mai era avvenuto nella storia del Capoluogo ciociaro che ci fosse un’area attrezzata nella quale tenere eventi e spettacoli di portata tale da riempire costantemente l’ex stadio per l’intera estate. Gente venuta da fuori, che paga il biglietto e che spende in città.

La scarpa su misura per il piede, il passo lungo quanto la gamba: sarebbe stato facile puntare su Vasco Rossi o i Pink Floyd, Sarebbe stato un fallimento. Perché bisogna conoscere un territorio, sapere cosa può stuzzicarlo ed in che modo. Avere il senso della misura. Essere disposti a rimboccarsi le maniche e se c’è da servire le pizze ai tavoli fare pure quello anche se si è imprenditori (cosa che al matusa è avvenuta).

Francesco Borgomeo con i suoi sampietrini prodotti nella Grestone ex Ideal Standard di Roccasecca

O puntiamo su questo modo di essere e di fare o rischiamo di perdere in modo definitivo la partita del rilancio se continuiamo ad aspettare che arrivi un Borgomeo a rimboccarci la trapuntina.