Ci sono due chiavi di lettura dello scenario nel quale l’Italia “di Giorgia Meloni” che ha piazzato Raffaele Fitto come numero due di Ursula von der Leyen sta fiutando l’aria ad est, tanto ad est da mettere gli occhi della Signora Turrita di Roma dritti in quelli della Tigre di Pechino. La prima è di ordine politico-economico e su scala massima di sistema complesso – lo ha ricordato anche Mario Draghi nel suo rapporto sull’Europa – ed ha anche radici nella crisi dell’automotive europeo. Lo aveva spiegato senza fronzoli o lessico bizantino il presidente di Unindustria Cassino Francesco Borgomeo. E lo aveva praticamente urlato nelle orecchie della politica.
Per lui il motore elettrico “imposto così è una truffa in quanto parliamo comunque di energia da fossile”. In quella crisi sistemica là dunque e nell’impossibilità di declinare per il Paese-Italia una filiera strutturata e “conveniente” del settore elettrico.
Mercato europeo a picco

La conferma arriva dai numeri diffusi oggi da Anfia: è l’associazione che riunisce 470 imprese della filiera automobilistica nazionale. Ha scattato la radiografia del mercato automobilistico nazionale. Spiega che ad agosto, nell’area Ue considerando anche Regno Unito e Paesi continentali con i quali vige l’accordo di libero scambio “la quota di penetrazione delle vetture ‘variamente elettrificate’ è pari al 54,9%”. Della categoria fanno parte auto ibride ‘tradizionali’, auto elettriche a batteria (Bev) e auto ibride plug-in (Phev). Se si considerano solo le auto ‘alla spina’ (Bev e Phev) è del 23,6%.
In Italia, nel mese, le elettrificate pesano per il 47,6%, mentre la quota delle sole ricaricabili (Bev e Phev) è di appena il 7,2%. Per Roberto Vavassori, presidente dell’Anfia “L’incertezza non aiuta certo a mantenere un buon ritmo di rinnovo del parco auto in questi mesi, generando disorientamento nei consumatori”.
La politica si muove

Non è un caso che nel pomeriggio il presidente della Regione Abruzzo, Marco Marsilio, abbia invitato a ripensare l’agenda della transizione ecologica verso l’elettrico. Perché? Evidenzia che la sostenibilità “non deve essere solo ambientale, ma anche sociale“. Tradotto: per salvare l’Ambiente si rischia di ridurre alla fame migliaia di famiglie dei lavoratori. Con realismo, Marsilio dice che non si possono inseguire “obiettivi fuori portata per il mercato“ altrimenti si rischiano danni irreparabili.
A stretto giro interviene il senatore Salvo Pogliese, capogruppo di Fratelli d’Italia in Commissione Industria. Anticipa che il ministro del Made in Italy Adolfo Urso la prossima settimana presenterà in Consiglio Competitività a Bruxelles una proposta di politica industriale europea per il settore automobilistico. Assicurando che “Il sostegno alle imprese e alla produzione è centrale nell’azione di Governo“.
Perché proprio la settimana prossima?
Evitare scontri con la Cina sull’elettrico

In Europa sta prendendo forma il nuovo esecutivo e la vicepresidente designata della Commissione europea Teresa Ribera, ha sottolineato l’importanza di scongiurare un’escalation commerciale tra l’Ue e la Cina. Cosa potrebbe innescarla? La possibile decisione – attesa nelle prossime settimane – da parte degli Stati membri di imporre dazi definitivi sulle importazioni di auto elettriche dalla Cina. “È fondamentale evitare una guerra commerciale” ha detto la ministra spagnola al Financial Times, delineando la sua visione per il futuro. La madrina del Green deal iberico, scelta da von der Leyen per guidare la transizione verde Ue, punta a “identificare gli strumenti migliori per sviluppare l’industria automobilistica in Europa, ma anche per prevenire in modo efficace” la disputa commerciale.
Pechino ha interesse ad usare l’Europa come piattaforma di lancio della sua economia automobilistica di settore, ed ha un interesse ancor maggiore ad individuare nei siti italiani le fondamenta di questa piattaforma. La riprova? L’interesse di Dongfeng, colosso dell’automotive elettrico cinese, per la galassia Stellantis e per le sorti ondivaghe di quella che ormai è la succursale italiana di un indifferente potentato: transalpino e turbocapitalista. Nelle settimane scorse aveva chiesto informazioni sui marchi Autobianchi ed Innocenti.

Con realismo, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni nelle ore scorse ha dato la disponibilità al confronto con Confindustria per “prevenire, affrontare, risolvere, individuare settori su cui puntare”. Ma ha indicato un punto di partenza: la consapevolezza che i cambiamenti potrebbero subire un’accelerazione nel prossimo futuro. “Dal dopoguerra l’auto è stato il tramite dello sviluppo, era un modello di vita. Oggi questo sentimento rischia di cambiare, l’auto sta uscendo dai consumi dei giovani, non è più una loro priorità” ha detto la premier esortando a fare i conti con questa realtà. Non è un caso che lei per prima sia andata a Pechino e nei vari colloqui abbia parlato di Automotive.
Il Governo e gli industriali condividono come primo obiettivo evitare la vendita in Europa di solo auto con motore elettrico dal 2035 e affermare il principio della neutralità tecnologica. Nulla in contrario invece agli investimenti cinesi sul nostro territorio.
La Zes che non c’è e l’Oriente che c’è e come

E qui si innesta una seconda questione. È di ordine territoriale ampio, regionale, ed investe la crisi di un Lazio che paga pegno all’opulenza di Roma Capitale. Lo fa (anche) trovandosi escluso dalla Zes nazionale che il Ministro Adolfo Urso, in sincrono con l’omologo “partente” Raffaele Fitto, ha settato ma non ancora messo a regime. Il risultato è quello, mesto, per cui Province come quella di Frosinone e Latina sono di fatto escluse dalla fiscalità agevolata e dalla burocrazia smart che potrebbero attirare le imprese sul territorio.
Ecco, in questo contesto a due binari la scelta di un’ampia perte del mondo industriale di stringere rapporti con il gigante cinese appare non solo un’evoluzione del concetto di associazionismo “pioniere”, ma anche come un concreto cambio di rotta su nuovi orizzonti. A queste missioni verso il Dragone hanno partecipato non solo le grandi sigle industriali ma anche una realtà come Confimprese Italia che ha la mission della rappresentanza delle micro imprese.
Ma che legame c’è tra la Zes mancata, cioè la Zona ad Economia Speciale, e gli accordi con la Cina? E perché anche una realtà come Confimprese Italia è interessata? Quello per cui se non puoi attrarre a te imprese e fare economia di scala con agevolazioni normate allora devi obbligatoriamente attirarle con possibilità concrete di fatturato.
Superare lo stallo

Scenari che superino l’impasse di una parte di Paese che non consente germinazioni veloci perché impantanata in burocrazia greve e logistica agli esordi. Il presidente di Confimprese Guido D’Amico aveva posto il problema già in tempi non sospetti. Lo ha ribadito in questi giorni quando ha dato ruolo cardine a Lucio Trotto, alla guida di Confimprese per la provincia di Frosinone, e lanciando un segnale di lungimiranza.
“Intendiamoci bene: non sono la stessa cosa della Zes. Ma da qualche parte bisogna ripartire. Però la sensazione è sempre la stessa e cioè che, svanito l’entusiasmo dell’effetto annuncio iniziale, si ripiombi nell’immobilismo totale”. Bèh, ci aveva preso.
A cosa alludeva D’Amico? All’istituzione delle Zls, le Zone Logistiche Semplificate in cui le utility sono settate sugli assi tra hub portuali e settori interni. Il mastice concettuale è unico, ed è quello per cui nel Lazio ed in Provincia di Frosinone ci sono esponenti del sindacato e delle associazioni d’impresa che, unitamente ad una parte della politica, si stanno ponendo il problema di come ovviare alla morsa di un’industria che langue.
Coppotelli non fa sconti alla politica

E che rischia di portare a slavina con sé il lavoro di migliaia di cittadini, oltre che il Pil territoriale. Enrico Coppotelli, Segretario Cisl del Lazio, del tema ne ha fatto una battaglia di concretezza, ed ha recentemente ribadito la posizione del suo sindacato. Quale? Quella per cui servono “subito le zone cuscinetto per le province di Frosinone, Latina e Rieti. Non c’è più tempo per evitare il contraccolpo durissimo dell’esclusione dalla Zes”.
Mentre la politica si interroga sulla soluzione e trova le prime adesioni ma rese finora timide da un lessico possibilista che non rende giustizia all’urgenza del tema, D’Amico prosegue il suo percorso. Ed è un percorso che guarda ad oriente già da tempo. Già ad aprile Confimprese Italia aveva siglato due accordi con Pechino ed in particolare con la Camera di Commercio cinese.
Con questi termini: “Come Confimprese Italia firmiamo due accordi importantissimi. Il primo con la Camera di Commercio cinese in Italia che prevede un quadro di collaborazione a 360 gradi con tutto il sistema. Invece il secondo accordo è con la Fiera di Shanghai che prevede la nostra partecipazione come delegazione ufficiale e che si terrà a metà novembre di quest’anno”.
Faccia a faccia con Luo Jin

Il senso era stato chiaro: guardare alla Cina è il filone prospettico principale con cui l’Italia e la Ciociaria possono provare ad impallinare la crisi. Ecco perché l’annuncio sui social di D’Amico appare, oltre che come le fisiologica evoluzione di un iter già avviato in precedenza, anche con un target di scala raggiunto.
A Pechino l’idea garba. Non a caso il presidente Guido D’Amico si è incontrato presso l’Ambasciata cinese con Luo Jin. Di chi si tratta? Non certo di un’interlocutrice di rango intermedio: è la “Ministra Consigliere per l’economia ed il commercio” del governo di Pechino tenuto a briglia da Xi-Jinping. Il summit ha visto anche la “partecipazione di rappresentanti della fiera di Canton e del parco industriale di Shangai, in merito alla partecipazione di una delegazione confederale alla fiera di Shangai”.
Appuntamento a Shangai
Cioè quella già calendarizzata per il prossimo novembre. E a chiosa D’Amico ha spiegato che “nel corso dell’incontro sono state evidenziate le opportunità di business in Cina per le imprese associate”. Quelle e “le offerte alle imprese cinesi dal mercato italiano”. Prossimo appuntamento Shangai: per fare un doppio nodo ad un legame già raggiunto.
E per andare oltre gli orizzonti scrutati prima degli altri. Magari facendoli diventare scenario di primo piano. Scenario non accessorio, ma a questo punto necessario.








