Giuseppe, il ragazzo che sogna di cancellare le discariche

Giuseppe Mattozzi, imprenditore di prima generazione. Figlio di impiegati, inventa un ciclo dei rifiuti che elimina la necessità della discarica. Ma deve mandare all'estero i suoi 'combustibili'. Dai quali viene prodotta energia. Che l'Italia compra. Lo scontro con la burocrazia. La follia delle strade a pezzi.

A volte basta davvero poco. Un’idea e l’entusiasmo ad esempio possono rappresentare le basi di un progetto. Innovativo, rivoluzionario, capace di cambiare la visione di un settore. Visto da tutti con occhi sospettosi. Come sempre accade quando il settore è quello dei rifiuti.

Il progetto è quello della TecnoRiciclo Ambiente di Anagni, azienda giovanissima, guidata da un giovanissimo: Giuseppe Mattozzi.

Un’avventura nata da un’idea. Nulla di più. Perché Giuseppe, 34 anni, non figlio di chissà quale magnate, ma di un semplice impiegato.

La sua rivoluzione silenziosa e pulita è partita da una riflessione: «Fino a ieri, scavando, i nostri padri hanno trovato reperti archeologici. Tra venti o trenta anni i nostri figli troveranno l’immondizia».

Una logica, quella delle discariche, che ha governato finora il settore e che Giuseppe con la sua azienda vuole contribuire a cancellare.

Sì, ma come? Con un sistema che chiude totalmente il ciclo secco dei rifiuti. In pratica nel suo impianto arrivano la selezione di vetro, plastiche e lattine dalla raccolta differenziata ed i loro scarti secchi indifferenziati, tranne l’umido. Nello stabilimento sono presenti due linee: una che si occupa di vetro, carta, plastica e metalli, che poi vengono inviati ai vari consorzi di recupero.

L’altra è relativa all’indifferenziato, ed è qui che nasce l’innovazione: si recupera il massimo possibile, ma gli scarti non vanno in discarica, creano energia. L’unico problema è che non è possibile realizzare in Italia questo sistema: colpa di leggi che mancano, sono rimaste indietro mentre gli orologi dello sviluppo continuavano a scorrere in avanti. E allora Giuseppe, per completare il suo progetto, quegli scarti capaci di produrre energia attraverso la combustione li deve caricare sui vagoni ferroviari e spedirli all’estero.

Rifiuti che prima finivano sotto terra ora alimentano un impianto che crea energia elettrica. All’estero. Il paradosso è che parte di quella corrente “Made in Europe” la compriamo proprio noi dall’Italia.

E’ qui che si gioca la partita per Giuseppe, è qui che la nostra nazione deve cambiare: «Ho iniziato a lavorare nel settore più delicato, quello in cui l’Italia paga ogni giorno 120 mila euro di multa all’Europa. Io, nel mio piccolo, voglio dare un’immagine innovativa e pulita nel settore dei rifiuti».

Il sogno di Giuseppe Mattozzi cresce giorno dopo giorno: «Oggi abbiamo otto dipendenti, da giugno dieci ed entro fine anno vorremmo arrivare a venti. Il nostro impianto è autorizzato a trattare 30 mila tonnellate annue e tra poco entreremo a pieno regime. A novembre cominceranno a conferire anche i Comuni».

Un progetto entusiasmante. Ma per arrivare qui la strada è stata tortuosa e piena di insidie: «Il mio progetto, nato grazie ad un gruppo di semplici cittadini che con me ci hanno creduto, è iniziato sei anni fa».

Un lasso di tempo che porta al 2018 così suddiviso: un anno e mezzo per la progettazione e tre per avere le autorizzazioni. Ritardi che mettono alla prova. E con cui ci si ritrova a convivere fino a situazioni che, definire paradossali, è dir poco: «Un giorno, – spiega Mattozzi – per ricevere una delle autorizzazioni più importanti sono stato una intera mattinata a sbraitare, non per pretendere qualcosa non mio, ma semplicemente per avere una firma che mi spettava».

E poi nel settore dei rifiuti non ci si scontra solo con la burocrazia: «Noi abbiamo preso impegni importanti e continuiamo a prenderne, ma ogni giorno mi rendo conto che c’è una mostruosa disinformazione e poca maturità mentale rispetto al mondo dei rifiuti. Nell’immaginario della gente ci sono buche, cattivi odori, inquinamento. Se si lavora rispettando la legge non è così. Si parla – continua – di riciclo e buone pratiche, specie nelle scuole, ma poi chi lavora con questi obiettivi deve scavalcare vere e proprie barricate poste dalle istituzioni e dai cittadini male informati. Convinti che si voglia realizzare un immondezzaio dove interrare e avvelenare. Nel nostro caso, noi facciamo l’esatto contrario: cancelliamo la necessità di avere discariche».

Ad oggi, per la Tecno Riciclo Ambiente, il problema burocratico non sussiste più, ma ce ne sono altri. Tutti in salsa ciociara. Come ad esempio lo stato delle strade nella zona indu-striale di Anagni. (leggi qui Le strade dell’area industriale? Le rifacciamo noi: ma scalateci le spese dalle tasse) Anche qui l’imprenditore ha un aneddoto: «La figuraccia più grossa la facemmo quando venne un consorzio di recupero in azienda. La delegazione non arrivava e dopo poco scoprii, attraverso una telefonata, che i vertici nazionali del consorzio avevano spaccato una gomma in una buca».

Anche questo è un problema e molto sentito dagli imprenditori: «Le zone industriali – spiega Mattozzi – non sono il male, basta renderle praticabili e controllate e possono diventare un fiore all’occhiello come accade altrove. Non in nord Europa, ma basta andare nel vicino nord Italia».

Un altro sogno nella visione positiva del territorio di Giuseppe, che continua senza mollare un millimetro. «Tutti gli sforzi che stiamo mettendo in campo sono figli della nostra voglia di fare, noi vogliamo davvero migliorare il nostro territorio». E la TecnoRiciclo Ambiente ha cominciato proprio dal suo territorio: con l’adottare una rotatoria, con la programmazione di eventi con scuole e centri anziani. E con un progetto, in sinergia con un’università, per realizzare arredi urbani da una parte delle plastiche che oggi vengono seppellite nelle discariche. Quelle che sì, inquinano sul serio.

Un mondo nuovo da realizzare con gli scarti del mondo stesso. Un mondo che per Giuseppe ha una immagine ben precisa: «Sogno che gli impianti di stoccaggio e trattamento dei rifiuti in futuro possano essere dei centri di aggregazione. Mamme, papà e nonni che portano la loro immondizia, ricaricano il loro badge ed i bimbi che giocano in un parco ricavato all’interno“.

Magari con i giochi frutto di riciclo.

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