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Federlazio, quando i numeri raccontano più di quello che le Pmi dicono

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Federlazio, quando i numeri raccontano più di quello che le Pmi dicono

18 Giugno 202611 minuti di lettura
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Il presidente di Federlazio Alessandro Sbordoni usa una formula per descrivere la condizione attuale del sistema produttivo laziale: «crescita fragile». È una formula che ha il pregio della precisione: contiene al suo interno una contraddizione che è esattamente quella che emerge dai dati dell’indagine congiunturale realizzata su 500 PMI del Lazio nel mese di maggio 2026. Crescita, sì ma con qualcosa sotto che non regge.

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Dietro i numeri di questa ricerca c’è la fotografia di un sistema economico regionale che sta affrontando simultaneamente tre crisi di diversa natura: una strutturale, che riguarda il costo dell’energia e la carenza di manodopera qualificata; una congiunturale, che riguarda il rallentamento della domanda interna ed estera; e una geopolitica, che riguarda l’impatto della guerra in Iran: l’evento che dall’escalation militare di fine febbraio 2026 ha cambiato radicalmente le percezioni imprenditoriali.

Il Lazio meglio dell’Italia. Ma non abbastanza

Cominciamo dai numeri che danno fiducia, perché esistono e meritano di essere letti prima di quelli che preoccupano.

Il PIL italiano è cresciuto dello 0,5% nel 2025. È un dato modesto in termini assoluti, ma positivo in un contesto europeo difficile. I dati del primo trimestre 2026 suggeriscono un’accelerazione verso il +0,7% su base annua. La produzione industriale nazionale, dopo un lungo periodo di contrazione, mostra «segnali di vitalità» con un +0,4%.

Il Lazio fa meglio. Il PIL regionale nel 2025 è cresciuto dello 0,6% cioè un punto sopra la media nazionale. Il numero di imprese attive è cresciuto del 2,07%, con Roma al +2,54%: il tasso più alto in Italia. L’occupazione regionale è aumentata del +0,6% — 15.000 nuovi occupati in un anno. L’export laziale nel 2025 ha segnato un +9,6% contro il +3,3% nazionale: quasi il triplo. E la spiegazione di quella performance eccezionale sull’export è contenuta in un dato che da solo racconta molto della struttura economica regionale: il settore farmaceutico rappresenta il 50% dell’intero export laziale. Anagni, Frosinone, Latina: il distretto farmaceutico del Lazio meridionale è diventato la colonna vertebrale delle esportazioni regionali.

Fin qui il quadro luminoso. Poi arriva il primo segnale di inversione.

La guerra in Iran e il crollo dell’export

(Foto © DepositPhotos.com)

Nel primo trimestre 2026, il valore delle esportazioni regionali si è contratto dell’11,4%. Un dato che Federlazio attribuisce alle turbolenze geopolitiche di questi mesi ma che nella sua entità è abbastanza significativo da richiedere una lettura attenta.

L’escalation militare in Iran di fine febbraio 2026 ha prodotto due effetti immediati sui mercati internazionali: ha spinto il Brent oltre i 120 dollari al barile e ha rimesso in moto una spirale inflattiva che sembrava essersi stabilizzata. Per un sistema produttivo laziale che dipende dall’export farmaceutico e che importa materie prime in un contesto di costi energetici già elevati, questo doppio shock ha avuto effetti che i dati dell’indagine quantificano con precisione.

Ma c’è qualcosa di più profondo nei numeri sull’Iran che merita di essere isolato e letto con la dovuta attenzione. Federlazio ha confrontato i dati di inizio marzo e quelli di maggio 2026, cioè prima e dopo che l’escalation militare si fosse consolidata nella percezione imprenditoriale. Il risultato è illuminante.

Stagnazione con pressione

La quota di imprese che prevede effetti negativi di medio-lungo periodo è passata dal 4,2% al 27,2%. In due mesi, la percentuale di imprenditori che ritiene la crisi geopolitica una variabile strutturale — non temporanea — è aumentata di sei volte. La percentuale di imprenditori che teme contraccolpi capaci di mettere a rischio l’intera attività aziendale è passata dal 4% al 14%. E il 34% delle imprese prevede di riuscire a mantenersi in equilibrio solo attraverso quella che Federlazio chiama «resilienza forzata», ovvero la capacità di resistere senza crescere, di non perdere senza guadagnare.

È una condizione che la letteratura economica chiama stagnazione con pressione. Non è recessione ma non è nemmeno crescita. È il mantenimento di posizione in condizioni di logoramento progressivo.

Il settore dei trasporti: la sentinella del sistema

Tra tutti i dati dell’indagine, quello che più colpisce per la sua intensità è il 52,5% di PMI del settore trasporti e logistica che nel 2025 ha registrato una contrazione del fatturato. E l’87% delle imprese dello stesso settore che prevede impatti di lunga durata a seguito della guerra in Iran.

Il settore dei trasporti e della logistica funziona come un sensore del sistema economico nel suo insieme: perché tutto passa di lì. Prima di fare una risonanza magnetica, il macchinario ha viaggiato su un camion. Prima di mettere una compressa nella confezione, i principi attivi hanno percorso rotte internazionali. Ma anche prima che un consumatore romano acquisti qualcosa prodotto in Cina o in Germania, quella merce è passata attraverso catene di trasporto che dipendono dal costo del carburante, dalla stabilità delle rotte, dalla prevedibilità dei tempi di consegna.

Quando la logistica ha la tosse, l’intera economia si raffredda. I numeri di Federlazio dicono che la logistica laziale non sta tossendo: sta sviluppando una polmonite. E le previsioni sull’Iran suggeriscono che quella polmonite non è destinata a guarire in fretta.

Il caro carburanti è il fattore scatenante immediato. Ma dietro c’è una questione strutturale che il conflitto iraniano ha reso visibile con una chiarezza brutale: l’Europa e l’Italia non hanno ancora risolto il problema della dipendenza energetica. Cambiato il fornitore (dalla Russia ad altri) ma non eliminata la vulnerabilità. Ogni conflitto in un’area di produzione o di transito dell’energia si traduce immediatamente in un aumento dei costi per le imprese che quella energia la usano.

La carenza di manodopera

(Foto © DepositPhotos.com)

C’è un dato dell’indagine che viene spesso trattato come una nota a margine nei commenti sulla congiuntura economica ma che in realtà rappresenta uno dei nodi strutturali più rilevanti per il futuro del sistema produttivo laziale: il 53% delle PMI incontra difficoltà nel reperire manodopera. Con punte del 76,5% per gli operai specializzati.

Non è un problema nuovo. Siamo sempre meno, ci sono sempre meno giovani, sempre meno mano d’opera. E sempre meno gente capisce che serve una specializzazione per collocarsi nel mondo di oggi. La persistenza di questo fenomeno — e la sua intensificazione — racconta qualcosa di importante su come il sistema formativo italiano e laziale stia fallendo nel raccordo con il sistema produttivo. Le imprese cercano operai specializzati e non li trovano. Le scuole e gli istituti tecnici formano persone con competenze che il mercato non cerca o che non corrispondono a quelle che il mercato offre. Il risultato è una forbice che si allarga ogni anno: da un lato imprese che non riescono a crescere perché non trovano chi sappia fare le cose che servono; dall’altro giovani che faticano a trovare lavoro perché le loro competenze non corrispondono a quelle richieste.

L’analisi di Mocci

Luciano Mocci (Foto: Valerio Portelli © Imagoeconomica)

Il direttore generale di Federlazio Luciano Mocci lo dice con una chiarezza che va ricordata: bisogna «ripensare le politiche attive del lavoro, allineando finalmente i percorsi formativi alle reali necessità tecnologiche delle filiere regionali». L’avverbio finalmente porta con sé tutta la frustrazione di chi questo problema lo osserva da anni e vede che non cambia.

La parola chiave è filiere. Il sistema formativo italiano tende a produrre laureati generalisti o diplomati con competenze standard, mentre il sistema produttivo ha bisogno di figure specifiche per settori specifici. La farmaceutica ha bisogno di biotecnologi, di chimici industriali, di tecnici di laboratorio con competenze certificate. La logistica avanzata ha bisogno di esperti di supply chain e di sistemi automatizzati. Il manifatturiero ha bisogno di meccanici di precisione, di saldatori specializzati, di tecnici di manutenzione predittiva. Nessuno di questi profili si forma spontaneamente — richiedono percorsi pensati insieme tra istruzione e industria.

L’intelligenza artificiale: l’investimento che cresce

(Foto © IchnusaPapers)

In questo quadro di incertezza e logoramento, emerge un dato come il più interessante dell’intera ricerca: il 35% delle PMI laziali ha già pianificato o sta realizzando investimenti in intelligenza artificiale. E il 48% esprime un giudizio favorevole su questa tecnologia. È un dato doppiamente positivo: perché Bankitalia nei giorni scorsi ha certificato la distanza delle imprese laziali rispetto a quelle tedesche e quelle europee, per l’uso dell’AI all’interno dei loro cicli produttivi.

Sono numeri che vanno letti nel loro contesto. Le PMI sono imprese che normalmente investono con cautela, che guardano al ritorno immediato prima di quello di lungo periodo, che non hanno le spalle finanziarie per sperimentare tecnologie il cui impatto è ancora incerto. Eppure più di un terzo di loro ha già deciso di investire nell’AI, in un momento in cui il 34,4% prevede un arretramento del fatturato nel 2026 e il 52,2% si aspetta di mantenere stabili i livelli occupazionali.

Foto Igor Todisco

Cosa dice questo? Dice che le PMI laziali non stanno aspettando che le condizioni migliorino per investire nel futuro. Stanno cercando nel futuro (nella digitalizzazione, nell’AI, nell’efficienza energetica) gli strumenti per resistere al presente. È la resilienza attiva di cui parla il presidente Sbordoni. Non la difesa passiva di chi aspetta che la tempesta passi ma la trasformazione delle condizioni avverse in incentivo a innovare più velocemente.

Gli investimenti in efficienza energetica sono triplicati in un anno — dal 3,8% all’11,4%. La spiegazione è banale e profonda allo stesso tempo: quando il costo dell’energia diventa la prima voce di criticità per il 65,1% delle imprese, ridurre il consumo energetico smette di essere una scelta green e diventa una necessità economica. Il Lazio sta imparando, a caro prezzo, che l’efficienza energetica non è un lusso da affrontare quando tutto va bene — è una condizione di sopravvivenza competitiva.

Il credito: l’ostacolo che nessuno affronta davvero

C’è un tema che emerge dall’indagine con la discrezione di chi sa di toccare un nervo scoperto: l’accesso al credito. Il 67,1% delle PMI ha investito nel 2025: un dato alto, che parla di sistema produttivo vivo. Ma il modo in cui quelle imprese hanno finanziato gli investimenti racconta una storia meno ottimistica: si affidano «quasi esclusivamente a risorse proprie».

Il sistema bancario italiano ha aumentato i prestiti alle imprese. Ma – come nota Mocci – tende a privilegiare «soprattutto le imprese di maggiore dimensione». Le PMI, che costituiscono la spina dorsale del tessuto produttivo laziale e nazionale, devono autofinanziarsi. Il che significa che le imprese con meno liquidità (quelle che ne avrebbero più bisogno) sono anche quelle che hanno meno accesso al credito per investire.

È un circolo vizioso che non ha nulla di nuovo nella storia economica italiana. Ma la sua persistenza, in un momento in cui le PMI sono chiamate a investire in digitalizzazione, AI e efficienza energetica per restare competitive, diventa un ostacolo sistemico. Chi non riesce ad accedere al credito per finanziare questi investimenti accumula un ritardo tecnologico che diventa sempre più difficile da colmare.

Le priorità che le imprese chiedono alle istituzioni

Alessandro Sbordoni, presidente Federlazio

Federlazio ha raccolto le indicazioni delle PMI su cosa le istituzioni dovrebbero fare. L’elenco è chiaro e ordinato per priorità: meccanismi strutturali di sterilizzazione della volatilità dei prezzi energetici; agevolazioni per efficienza energetica e decarbonizzazione; politiche attive del lavoro e formazione allineata alle filiere; sostegno alla digitalizzazione e all’AI; accesso al credito.

Non c’è nulla di sorprendente in questa lista: sono richieste che il sistema produttivo italiano ripete da anni. La novità è nel tono con cui vengono formulate. Il presidente Sbordoni usa una parola precisa: «strutturali». Non più interventi «una tantum» (meccanismi permanenti. Non più sussidi temporanei) riforme che cambino le condizioni di contesto in modo duraturo.

Foto Tama66 / Peter H / Pixabay

È la differenza tra dare a un’impresa un bonus energetico per un anno e costruire un sistema di approvvigionamento energetico che riduca strutturalmente la volatilità dei prezzi. È la differenza tra un bando di formazione professionale e una riforma del sistema degli istituti tecnici che li renda davvero connessi alle filiere produttive del territorio. Ed è la differenza, in sostanza, tra la politica economica come gestione dell’emergenza e la politica economica come progetto.

L’Europa ha appena approvato il Critical Raw Materials Act. Il PNRR ha portato risorse significative. Il Piano Mattei sta provando a ridisegnare le relazioni dell’Italia con l’Africa. Sono segnali che la politica industriale, quella vera, di lungo periodo, è tornata all’ordine del giorno dopo decenni di marginalizzazione. Ma le PMI laziali chiedono che quella politica industriale atterri sul loro territorio, nei loro capannoni, nelle loro linee di produzione. E lo chiedono adesso, non quando la fase di «erosione industriale» sarà diventata irreversibile.

La lettura complessiva

I dati dell’indagine Federlazio descrivono un sistema economico regionale che è strutturalmente più forte della media italiana, più imprenditoriale, più orientato all’export, più capace di investire anche in condizioni avverse. Ma che sta navigando in acque sempre più difficili senza gli strumenti necessari per farlo in sicurezza.

La sede di Federlazio a Roma

Il Lazio nel 2025 ha fatto meglio dell’Italia su quasi tutti gli indicatori. Nel primo trimestre 2026, l’export è crollato dell’11,4%. Non è una contraddizione: è la dimostrazione di quanto sia esposto un sistema economico che dipende dall’export farmaceutico e dalla stabilità delle rotte internazionali in un momento di instabilità geopolitica crescente.

La «crescita fragile» di Sbordoni è la descrizione più precisa di questo stato. Fragile non perché le imprese siano deboli: il 67,1% che ha investito nel 2025 nonostante tutto è la prova del contrario. Fragile perché le fondamenta su cui quella crescita si regge (energia a prezzi stabili, catene di fornitura affidabili, manodopera qualificata disponibile, accesso al credito per le PMI) non sono garantite da nessun meccanismo strutturale.

Costruire quelle fondamenta è il compito che l’indagine Federlazio assegna alle istituzioni. Con una chiarezza che non lascia spazio a interpretazioni: non domani, non quando le condizioni saranno più favorevoli. Adesso, mentre il sistema resiste: prima che smetta di farlo.

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