Federlazio, brutti segnali per le Pmi: Lazio in stagnazione

Le previsioni non sono buone. Ci sono più luci che ombre, la produzione è ferma, l’industria è sull’orlo della stagnazione. A dirlo è l’indagine congiunturale svuluppata a Federlazio: lo studio annuale sullo stato di salute delle Piccole e Medie Imprese del Lazio.

Luciano Mocci © Imagoeconomica, Rocco Pettini

L’esame si è concentrato su un campione di 450 imprese associate. Ha riguardato il primo semestre 2019. I risultati sono stati presentati oggi dal Presidente Silvio Rossignoli e dal Direttore Generale Luciano Mocci presso la sede generale dell’Associazione.

Nella palude

Dalla stagnazione non si riesce a venire fuori: i numeri lo dicono con chiarezza.

Nonostante le aspettative, il sistema economico nazionale non sembra in grado di contrastare il ciclo avverso. Non riesce ad imboccare percorsi di crescita stabili. Non aggancia una traiettoria di sviluppo.

Anche il Lazio non riesce a porsi in controtendenza rispetto a questo trend. Anzi, anzi lo conferma, sebbene si segnali una buona performance sul fronte dell’export (+ 21%); quasi esclusivamente rivolto ai paesi extra-Ue.

Qualche segnale positivo arriva dalla vitalità delle imprese: c’è un saldo positivo tra le nuove attività e quelle cessate. Il dato rimane positivo anche se si fa il confronto tra il I trimestre 2019 ed il I trimestre 2018. Il dato regionale è +0,11% contro il -0,36% registrato a livello nazionale.

Il tasso di disoccupazione nel Lazio rilevato nel II trimestre 2019 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente è sceso da 11,7% a 11,6%. Mentre le ore di cassa integrazione sono aumentate dal I semestre 2018 al I semestre 2019 del 29,5%.

Gli ordinativi

Nel I semestre 2019 il saldo sull’andamento degli ordinativi nel mercato nazionale si attesta a +1,1 punti, facendo registrare una sensibile ulteriore riduzione dopo quella registrata tra il 1° e il 2° semestre 2018 (+9,3).

Negativi i saldi relativi ai mercati internazionali: sia quelli dal mercato UE che passano da +6 punti a – 2,7, sia ancor più quelli dal mercato extra-UE, che flettono da +8,5 punti del semestre scorso a -9,1 della prima metà del 2019.

Anche il saldo di opinioni sul fatturato dal mercato domestico è negativo. Arretra da 12,6 punti a 1,7. Diventano addirittura negativi poi quelli dal mercato UE (da 9,8 a -2,9) e quelli del mercato extra-Ue (da 6,8 a -1,9 punti).

Coerentemente con quanto visto fino ad ora, anche il saldo di opinioni delle aziende intervistate sull’andamento della produzione fa registrare un certo arretramento. Si attesa a -1,5 mentre era a +1,6 nel II semestre 2018.

Dopo il picco del I semestre 2018, cala per la seconda volta il dato sugli investimenti: sono 32,6% le imprese che dichiarano di averne effettuati nell’ultimo semestre, contro il 37% del semestre scorso e addirittura il 39,8% di quello ancora prima.

Occupazione in calo

Resta ancora positivo il saldo di opinioni tra chi ha aumentato l’occupazione e chi l’ha diminuita. Tuttavia è in significativo calo rispetto allo scorso semestre (da 15,1 punti a 8,2).

Calano un po’ (dal 42,9% al 40,5%) i contratti a tempo indeterminato, mentre crescono quelli a tempo determinato (dal 44,9% a 47,6%).

Diminuiscono i contratti di apprendistato (da 30,6% a 23,8%) e i tirocini (da 18,4% a 7,1%).

Riguardo al tema dello sviluppo delle risorse umane e degli investimenti in formazione, il 22% delle imprese ha dichiarato di aver usufruito delle opportunità di finanziamento rappresentate dai fondi interprofessionali e degli altri fondi pubblici. Erano il 24% nel semestre scorso.

Le previsioni

Lavoro, operaio in fonderia Foto: © Can Stock Photo / rausinphoto

Passiamo ora alle previsioni espresse per il secondo semestre 2019. Per quanto riguarda il mercato interno gli imprenditori si attendono bassi livelli sia di ordinativi (con l’eccezione di quelli dall’UE) che di fatturato (senza distinzioni tra aree geografiche).

Per le previsioni sull’occupazione nel secondo semestre 2019, il saldo atteso diminuisce di molti punti passando da +6,8 a -2,3.

Per quanto riguarda la formazione, nel prossimo semestre l’orientamento sembra improntato a un più debole utilizzo dei fondi per la formazione professionale. Infatti scende al 31% (era 43% lo scorso semestre) la percentuale di aziende che intenderebbe sviluppare iniziative di formazione delle risorse umane interne attraverso le opportunità di finanziamento disponibili.

Torna a diminuire, dal 38,1% al 36,0%, la percentuale delle imprese che ha manifestato l’intenzione di effettuare investimenti nel 2 semestre 2019, dopo la crescita delle previsioni del semestre scorso.

Alle aziende è stato poi chiesto di esprimere una valutazione complessiva sull’attuale situazione economica. Risulta in crescita la percentuale di imprenditori che hanno una posizione più pessimistica (da 76,3% a 82,3%), mentre diminuisce quella degli “ottimisti” (da 23,7% a 17,7%).

L’internazionalizzazione

Dal 2017 l’indagine Federlazio indagine effettua anche un focus specifico sulla internazionalizzazione delle Pmi del Lazio.

Il presidente Rossignoli

Da quanto emerge dall’indagine diffusa oggi, cresce sia pure lievemente (dal 62% al 63%) la quota delle aziende che dichiarano di non operare sui mercati internazionali.

Alla domanda sul perché l’azienda non operi sui mercati internazionali, il 57,1% dichiara che “la struttura aziendale non è attrezzata per affrontare i mercati esteri“, mentre per il 41,8% la ragione è che “il mercato nazionale assorbe completamente la produzione“.

Stando all’analisi Federlazio, “il tessuto delle Pmi locali sconta un generalizzato peggioramento rispetto al 2 semestre 2018. Il quale, a sua volta, aveva già fatto registrare risultati deludenti al confronto con quello precedente. Insomma, tutto concorre a definire quello attuale un quadro di sostanziale stagnazione. Peraltro non attenuato dalle previsioni degli imprenditori per il prossimo semestre.

Alle storiche debolezze strutturali, ovvero la scarsa propensione all’innovazione e alla ricerca, la dimensione troppo ridotta delle imprese, l’inefficiente rete di servizi per il lavoro, se ne aggiungono di nuove. Sono rappresentate da una politica, soprattutto a livello nazionale, che stenta a ritrovare la sua capacità strategica di orientare e guidare lo sviluppo della Pmi.

Politica debole, la Regione di prova

Questo rende ancora piu’ significativo lo sforzo che sta invece mettendo in campo la Regione Lazio con un serie di misure volte ad accompagnare le Pmi in alcuni dei passaggi piu’ critici in questo momento come la digitalizzazione, l’innovazione, l’internazionalizzazione e l’acquisizione di competenze manageriali.

«Si tratta di opportunita’ che, se ben sfruttate, potrebbero consentire alle Pmi di colmare quegli storici ritardi che poi si ripercuotono negativamente sulla loro competitività».

La preoccupazione di Coppotelli 

Il segretario regionale Cisl Lazio Enrico Coppotelli

 Numeri che preoccupano il segretario generale della Cisl del Lazio Enrico Coppotelli . Per il quale la fotografia dell’economia laziale riportata oggi da Federlazio «è estremamente preoccupante, soprattutto per lo stato di salute del capitolo formazione nelle PMI. Un capitolo molto delicato perche’ impatta non solo sulla capacita’ produttiva del nostro tessuto industriale ma sulla capacita’ dei lavoratori e delle lavoratrici di stare sul mercato del lavoro e di poter operare in sicurezza».

Analizzando i numeri, Enrico Coppotelli ritiene che «l’aumento dei contratti a tempo determinato (dal 44,9% a 47,6%) e’ un fattore di debolezza dell’intero sistema, non solo per il lavoratore che viene legato all’azienda il minor tempo possibile, solo quando serve e con nessun obbligo formativo da parte dell’impresa».

Anche i numeri sulla Formazione, per Cisl rappresentano un segnale di debolezza. «Purtroppo si continua pensare la formazione come una ‘palla al piede’, un costo per l’azienda: -2% le imprese che hanno usufruito delle opportunita’ di finanziamento rappresentate dai fondi interprofessionali e degli altri fondi pubblici. Le previsioni non confortano».

Guardando al futuro, il Segretario ritene che «Su questo fronte c’è moltissimo lavoro, soprattutto culturale, da fare: ma bisogna fare presto. La piaga delle morti sul lavoro si combatte, anche e soprattutto, con tanta formazione. Il contrario di quello che si sta facendo ora».