Non hanno il mare, ma ora hanno la nautica. Non hanno porti, ma varano. E da oggi, in Ciociaria, si può dire senza ironia: qui si costruiscono barche da sogno. È il paradosso – tutto italiano – del nuovo polo nazionale della nautica che spinge per nascere nel cuore della provincia di Frosinone: a Castelliri, un paese più noto per gli ulivi e le colline che per le onde e le vele.
Eppure è proprio lì che prende forma il Fini 35, un RIB di quasi dieci metri che segna un punto di svolta. Non solo per il settore, ma per l’intero approccio industriale alla nautica da diporto. Un prodotto che non viene dal mare, ma dall’aria: alle sue spalle, infatti, c’è un quarto di secolo passato a progettare componenti in carbonio per la Boeing. È l’industria dell’aerospazio che sbarca nel mondo della nautica. O meglio, è l’industria di provincia che ci insegna – ancora una volta – che l’Italia può sorprendere proprio là dove nessuno la aspetta.
Nasce dalla passione per il mare di Sisto Fini, l’imprenditore di Veroli che maneggia i materiali compositi come se fossero ordinari: fogli sottili un centimetro, resistenti come l’acciaio, leggeri come il titanio. Dopo una vita con la testa sui Boeing ha scelto di inseguire il sogno del mare: applicando l’esperienza sui materiali compositi. Combinazione spaziale.
Un gommone che parla la lingua della tecnologia

Sulla carta è un RIB, in acqua è molto di più. Mettiamo in chiaro i concetti: il RIB è un Rigid-hulled Inflatable Boat. Cioè? È un tipo di gommone con uno scafo rigido, generalmente in vetroresina o alluminio e tubolari gonfiabili che lo circondano. Combinano la stabilità e la robustezza di uno scafo tradizionale con la leggerezza e la galleggiabilità dei gommoni. Questo sulla carta. In acqua il Fini 35 è un’altra cosa: è un RIB che sembra uscito da un laboratorio della NASA più che da un cantiere navale. Costruito interamente in carbonio pre-impregnato, lavorato in autoclave a 120°C dentro camere bianche con umidità e pressione controllate, il Fini 35 incarna la più avanzata cultura dell’ingegneria composita. Non esagera chi dice che nemmeno molte barche da competizione vantano una simile tecnologia.
Il risultato è un’imbarcazione leggera, precisa, resistente, con un risparmio di peso del 20-25% rispetto ai pari categoria in vetroresina stratificata. Ma soprattutto è un progetto industriale con una visione, che guarda alla sostenibilità: zero stirene, zero emissioni da laminazione manuale, massimo controllo in ogni fase della produzione.
Il test: Venezia, onde da due metri, e niente paura

Chi lo ha visto durante i test assicura che il battello ha planato con disinvoltura già a 12 nodi ed ha mantenuto un assetto stabile anche nella navigazione più impegnativa. Ottimi i consumi, solida la percezione a bordo, notevole l’ergonomia generale.
Il layout è classico ma rifinito con grande attenzione: cucina centrale, prendisole a prua e poppa, dinette trasformabile, t-top dal profilo aerodinamico, aria condizionata, tre frigoriferi. Perfino una plancia bagno con estensioni laterali ribaltabili. E sotto coperta, uno spazio weekender essenziale ma ben progettato, con matrimoniale e bagno separato.
Una sfida industriale (e culturale)
Qui si gioca una partita più ampia del semplice varo di un nuovo modello. La Fini Marine non ha solo costruito un RIB, ma ha lanciato una filiera. Un sito produttivo da 6.000 m² (espandibile fino a 11.000), una linea di montaggio già organizzata per sfornare 2–3 unità al mese, un team che lavora con lo stesso rigore delle clean room aerospaziali.

Ma la vera scommessa è culturale: trasformare una terra senza mare in una capitale della nautica. Non per vocazione geografica, ma per visione tecnologica. È la dimostrazione che la qualità non ha coordinate GPS: ha piuttosto bisogno di metodo, ambizione e – perché no – testardaggine ciociara.
Nel Paese dei porti abbandonati, dei cantieri in agonia e delle grandi occasioni perse, Castelliri diventa un caso di scuola. Si parte dalla terra per conquistare il mare. E ci si riesce usando le competenze di un’altra industria, quella dell’aria. Un ribaltamento di paradigma che dovrebbe far riflettere politica, imprenditori e università.
Il Fini 35 è molto più di un battello. È un manifesto. E chi non lo capisce rischia di restare al traino, mentre la Ciociaria – senza mare ma con le idee – ha già iniziato a planare.








