Nel cuore della Ruhr, in Germania, una miniera di carbone chiusa da decenni è diventata uno dei poli culturali più visitati d’Europa. La Zollverein non produce più “oro nero” ma lavoro, turismo, identità. Non ha rinnegato il proprio passato industriale: lo ha trasformato. A pochi chilometri dal Cassinate, senza clamori e senza slogan, anche Coreno Ausonio sta provando a fare qualcosa di simile, partendo da ciò che ha sempre avuto: territorio, storia, cammini.
Il Cassinate non è in crisi da ieri. È in crisi da così tanto tempo che l’emergenza è diventata normalità. Industria fragile, lavoro intermittente, futuro incerto. E una politica che continua a parlare di alternative senza mai trasformarle in sistema.
Una crisi che va oltre l’economia

Da troppo tempo il territorio vive una crisi che non è più soltanto economica ma strutturale. Aziende in difficoltà, lavoratori in cassa integrazione, famiglie sospese in un limbo che dura da anni. E una politica che fatica ad andare oltre la protesta o la dichiarazione di principio, senza riuscire a tradurre l’indignazione in progetti concreti, credibili, duraturi.
La radice del problema è nota: un’economia costruita quasi esclusivamente attorno a un’unica filiera industriale, quella dell’automotive, con Stellantis (prima FCA, prima ancora Fiat) come perno centrale. Una monocultura produttiva che, quando scricchiola, lascia scoperto tutto il territorio.
Da qui il dibattito ciclico sulle “alternative”, che riaffiora puntualmente nei momenti più bui e poi si spegne, senza lasciare tracce strutturali.
Quando il turismo diventa progetto

Quando si parla di alternative, la parola magica è sempre la stessa: turismo. Lo era negli anni Duemila, lo è oggi. Valorizzare il patrimonio, intercettare i flussi legati a Montecassino, raccontare le bellezze del territorio. Una narrazione rassicurante. Ma il rischio, parafrasando Mina e Alberto Lupo, è che restino solo «parole, parole, parole».
Perché il nodo vero non è cosa dire ma quando e come si passa ai fatti. Troppo spesso il turismo si riduce a iniziative episodiche: convegni, cartelloni, brochure patinate. Tutte cose utili, ma insufficienti se non inserite in una visione complessiva.
Eppure, altrove, funziona. La miniera di Zollverein lo dimostra: un sito industriale riconvertito senza snaturarlo, diventato attrattore culturale ed economico. Un passato trasformato in risorsa.

E qualcosa di simile, in scala diversa ma con la stessa logica, sta accadendo a Coreno Ausonio, lungo il Cammino di San Filippo Neri. Un percorso che oggi porta persone, lavoro, continuità. Posti letto occupati, ristorazione attiva, comunità coinvolta.
Non a caso il sindaco Simone Costanzo ha salutato con soddisfazione l’ingresso del Cammino nel Catasto regionale dei Cammini del Lazio: 120 chilometri, sette tappe, da Cassino a Gaeta. Un progetto riconosciuto perché costruito prima di essere proclamato.
La lezione che non si può ignorare
Il Cammino che rievoca il percorso spirituale compiuto da San Filippo Neri nel 1532, da Cassino fino alla Montagna Spaccata di Gaeta, si sviluppa per circa 120 chilometri, articolati in 7 tappe. Attraversa dieci Comuni del basso Lazio: Cassino, Sant’Ambrogio del Garigliano, Sant’Andrea del Garigliano, Vallemaio, Coreno Ausonio, Ausonia ed Esperia, nella provincia di Frosinone; Formia, Itri e Gaeta nella provincia di Latina.

Un’intuizione nata dalla mente di Filippo Scalisi e diventata progetto insieme alla delegata del Comune di Coreno Cristina Cristino ed a tutta l’associazione nata intorno all’idea.
La lezione è semplice e scomoda insieme: il turismo funziona quando è progetto, non slogan. Quando nasce dal territorio, coinvolge le comunità, investe nella formazione e crea lavoro stabile.
Non è una bacchetta magica. Ma può diventare una risposta concreta a una crisi che non può più permettersi di vivere solo di annunci. Perché il futuro, a volte, non va inventato: va riconosciuto in ciò che abbiamo sempre avuto e non abbiamo mai messo davvero a sistema.








