Ciociaria: si torna nei campi e non è una notizia negativa, ecco perché

Nel nostro caso il ritorno all’agricoltura non può che essere accolto positivamente, perché la marcia in più di questa provincia è rappresentata proprio dalla sua terra generosa e, in alcuni casi, ancora incontaminata. I campi sono una straordinaria opportunità imprenditoriale per i ciociari, non una condanna.

Con la disoccupazione lanciata al 16,8% (+ 12,1% rispetto al 2013), il dato più alto nel Lazio, le opportunità di lavoro in Ciociaria prospettano un inevitabile ritorno nei campi (+50,2%, il dato più alto del Lazio).

Non è una novità, se si pensa che l’agricoltura è stata il principale impiego della popolazione autoctona nel corso dei secoli fino alla metà del ‘900. A partire dagli anni ’60, difatti, con il boom industriale reso possibile dalla Cassa del Mezzogiorno, migliaia di nostri conterranei passarono dalle campagne alle catene di montaggio delle fabbriche.

Guardando il bicchiere mezzo pieno non si tratta certamente di un declassamento, bensì di un’occasione. Sono molti, del resto, i prodotti “made in Ciociaria” proponibili sul mercato nazionale e soprattutto internazionale. Quattro vengono dall’area orientale della Provincia, la cosiddetta Alta Terra di Lavoro o, se si preferisce, Valle di Comino. E sono: il pecorino di Picinisco, il tarfufo di Campoli, il Cabernet e il fagiolo cannellino di Atina. Lungo l’asse autostradale, invece, abbiamo il peperone di Pontecorvo, altra delizia delle nostre terre. Come non menzionare, poi, la mozzarella di bufala di Amaseno, la steccata di Morolo, la ciambella sorana, l’amaretto di Guarcino e soprattutto il vino Cesanese.

Non è tutto: sono tante anche le delizie prodotte privatamente (nel sorano, ad esempio, si producono ottimi salumi) e che potrebbero avere un grande futuro se si spingesse un po’ di più nella promozione del food ciociaro a livello globale. Tra l’altro non c’è un momento mediatico migliore di quello attuale, visto che sia la Tv sia i giornali, cartacei o digitali che siano, dedicano enormi spazi al cibo.

I canali giusti vanno creati soprattutto via web, ma con strategie di comunicazione in grado di raggiungere davvero potenziali clienti asiatici piuttosto che russi o americani, e non con la realizzazione del solito sito fine a sé stesso, che, una volta esaurito il contributo istituzionale, viene abbandonato perché al momento del dunque, ovvero della propagazione delle nostre proposte enogastronomiche in più lingue e con una meticolosa cura dell’interazione social, non si sa più come procedere. Il ritorno all’agricoltura, in buona sostanza, non è una condanna ma una grande opportunità imprenditoriale.