La Cina controlla quasi tutti i giacimenti di terre rare del pianeta. Lo sa da decenni, lo usa come leva di potere: lo ha dimostrato nel 2010 quando ridusse le esportazioni verso il Giappone durante una disputa diplomatica e il prezzo di alcuni elementi salì del 2.000% in pochi mesi. L’Europa prese nota. E poi dimenticò. Fino a quando la guerra in Ucraina, la crisi dei semiconduttori e la corsa globale all’elettrico non hanno reso impossibile continuare a guardare dall’altra parte. Adesso la risposta europea alle terre rare cinesi passa per Ceccano, provincia di Frosinone. Il Ministero dell’Ambiente ha appena autorizzato il primo impianto industriale del continente per il loro recupero. (Leggi qui la presentazione del progetto: Terre rare, la sfida europea alla Cina passa per Ceccano).

Il decreto direttoriale accende il semaforo verde per la realizzazione del progetto LIFE 22ENV-IT-INSPIREE presso lo stabilimento Itelyum Regeneration di Ceccano. Inserisce così un pezzo della Ciociaria al centro di una partita geopolitica che si gioca tra BruxellesPechino e Washington. (Leggi qui: Ceccano, il giacimento green per sganciare Cina e Russia).

Il problema che l’Europa non aveva voluto vedere

(Foto © Ansa)

Per comprendere il significato di quanto è accaduto, bisogna partire da lontano. Dalle miniere di Bayan Obo nella Mongolia interna cinese, che da sole rappresentano una quota dominante della produzione mondiale di terre rare. Dai giacimenti di Mountain Pass in California, di Van Rhynsdorp e Naboomspruit in Sudafrica, di Mount Weld in Australia. Dalla mappa, cioè, di dove si trovano fisicamente i depositi di quei 17 elementi chimici (neodimiopraseodimiodisprosio e gli altri) senza i quali non è possibile costruire un motore elettrico, un hard disk, una turbina eolica, un sistema di guida assistita, una risonanza magnetica.

La Cina non si è limitata a trovare le miniere: le ha acquistate, le ha sviluppate, le ha trasformate in uno strumento di politica estera. Il controllo delle terre rare è per Pechino quello che il petrolio è stato per i paesi del Golfo: una leva di potere che il mercato da solo non riesce a controbilanciare. Quanto fece la Cina quindici anni fa durante il braccio di ferro diplomatico con il Giappone segnò il mercato e fece schizzare in pochi mesi i prezzi. Come sempre, l’Europa giocò a fare la cicala del mondo, prese nota e quasi subito dimenticò.

La crisi dei semiconduttori

Volodymyr Zelensky (Foto: Gatis Rozenfelds © Valsts kanceleja)

Ci è voluta la guerra in Ucraina, la crisi dei semiconduttori, la corsa globale all’elettrico e la consapevolezza che la transizione energetica non si fa senza i materiali con cui si costruiscono le batterie e i motori, per riportare la questione al centro dell’agenda politica europea.

Il Critical Raw Materials Act — il Regolamento UE sulle materie prime critiche— è la risposta legislativa di Bruxelles: obblighi di diversificazione degli approvvigionamenti, obiettivi di riciclaggio domestico, lista di 47 progetti strategici considerati essenziali per costruire una filiera europea autonoma.

Ceccano è in quella lista. Lo stabilimento Itelyum Regeneration di una città di 22mila abitanti in provincia di Frosinone è uno dei 47 progetti che la Commissione Europea ha identificato come pilastri della sovranità industriale del continente.

La storia di Itelyum a Ceccano

Non è un caso che il progetto sia qui. Itelyum Regeneration ha a Ceccano uno dei suoi impianti storici: quello dove da decenni lavora gli olii esausti, li recupera, li rigenera, restituendo al ciclo industriale materiali che altrimenti andrebbero perduti. È la filosofia dell’economia circolare applicata con la precisione ingegneristica di chi ha trasformato questo principio in un modello di business europeo.

L’amministratore delegato Marco Codognola aveva spiegato la logica del progetto già due anni fa, quando Itelyum aveva presentato l’iniziativa a Roma«L’economia circolare e la sostenibilità fanno parte del nostro DNA. È un onore mettere queste competenze a disposizione nella costruzione di nuove filiere, di importanza strategica nazionale ed europea». Poi aveva aggiunto, con la precisione di chi conosce la posta in gioco: «Il riciclo delle Terre Rare può ridurre la vulnerabilità geopolitica, limitare l’impatto ambientale e favorire l’indipendenza economica». (Leggi qui la presentazione del progetto: Terre rare, la sfida europea alla Cina passa per Ceccano).

Quelle parole erano una promessa. La autorizzazione ministeriale le trasforma in un cantiere.

Come funziona: senza miniere, senza scavare

Il processo industriale che viene realizzato a Ceccano è, nella sua logica di fondo, di una semplicità disarmante: invece di andare a cercare le terre rare sotto la superficie della terra, si vanno a cercare dentro gli oggetti che già le contengono e che sono arrivati a fine vita.

Gli hard disk da processare

Hard disk dismessi. Motori elettrici esauriti. Piccoli e grandi apparecchi elettronici che ogni anno, in quantità crescente, vengono raccolti nei circuiti RAEE, cioè i rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche. Dentro quegli oggetti ci sono i magneti permanenti che li facevano funzionare. E dentro quei magneti ci sono il neodimio, il praseodimio, il disprosio. Sono le stesse terre rare che la Cina estrae dalla Mongolia interna con metodi ad alto impatto ambientale e a costi geopolitici che l’Europa non può più permettersi di pagare.

Il processo che a Ceccano è stato sperimentato per quasi due anni si articola in due fasi. La prima è il disassemblaggio: un impianto dedicato a Ceccano tratta mille tonnellate all’anno di rotori elettrici, separando i magneti permanenti dagli altri componenti. La seconda è l’idrometallurgia, cioè la tecnologia sviluppata e brevettata dall’Università degli Studi dell’Aquila, basata su soluzioni acide organiche a basso impatto ambientale: l’impianto arriverà a trattare duemila tonnellate all’anno di magneti permanenti, ricavandone circa 500 tonnellate di ossalati di terre rare.

Tanto o poco?

I materiali ricavati dagli Hd

Quanto è questa quantità, in termini concreti? Abbastanza per alimentare un milione di hard disk e laptop e dieci milioni di magneti permanenti per applicazioni nell’automotive elettrico. Non è la soluzione al problema dell’intera Europa ma è il prototipo industriale da cui quella soluzione può essere scalata.

Il processo è quasi interamente automatizzato. Le macchine che smontano sono progettate con la stessa logica di quelle che montano: efficienza, sicurezza, zero sprechi. E siccome Itelyum rigenera tutto il possibile, le soluzioni acide utilizzate nel processo idrometallurgico sono riutilizzabili fino a cinque volte.

Il consorzio europeo che ha reso possibile tutto

Il progetto LIFE INSPIREE (significa Innovative Systems for Permanent magnets Integrated REcycling in a circulEr Economy) è il risultato di un consorzio europeo che ha aggregato competenze complementari con la consapevolezza che nessun singolo attore avrebbe potuto portare avanti da solo una sfida di questa dimensione.

Itelyum è il capofila industriale. EIT Raw Materials (il più grande consorzio mondiale nel settore delle materie prime) fornisce la rete e le risorse del sistema europeo. Erion (il sistema multi-consortile no profit per la gestione dei rifiuti) garantisce la raccolta dei RAEE che alimentano l’impianto. Glob Eco porta l’esperienza decennale nel trattamento delle apparecchiature elettroniche a fine vita. L’Università dell’Aquila ha sviluppato il cuore tecnologico del processo. OsaiKU LeuvenTreee e Smart Waste Engineering completano il quadro con le loro competenze specifiche.

È un modello di collaborazione che i documenti europei amano chiamare public-private partnership ma che in questo caso è qualcosa di più: è la dimostrazione che una filiera industriale strategica si costruisce connettendo università, industria, sistemi di raccolta e competenze tecnologiche in un progetto comune. Che nessuno avrebbe potuto realizzare da solo.

Il Ministero e il significato politico dell’autorizzazione

Il viceministro Vannia Gava (Foto: Alessia Mastropietro © Imagoeconomica)

Il decreto con cui il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha autorizzato il progetto non è un atto di routine. Emerge da «un articolato percorso di coordinamento con le amministrazioni competenti e di acquisizione dei necessari titoli autorizzativi». È la descrizione burocratica di quello che nella realtà dell’Italia è spesso la parte più difficile di qualsiasi investimento: convincere tutti gli enti che hanno competenza a muoversi nella stessa direzione nello stesso tempo.

Il viceministro Vannia Gava ha scelto parole precise per descrivere il significato dell’atto: «Garantire l’approvvigionamento di materie prime critiche significa oggi rafforzare la nostra autonomia industriale, energetica e tecnologica. Il recupero delle terre rare dai RAEE è una sfida ambientale, ma anche una scelta di politica industriale che punta a ridurre le dipendenze esterne e a rendere l’Italia protagonista e competitiva».

È raro che un viceministro dell’Ambiente usi il linguaggio della politica industriale con questa disinvoltura. Gava evidenzia un fatto: la distinzione tra ambiente e industria è diventata, nel contesto delle terre rare e della transizione energetica, una distinzione priva di senso. L’ambiente è la fonte, il rifiuto elettronico da cui estrarre i materiali. L’industria è il processo. La politica industriale è l’obiettivo: costruire una filiera europea che non dipenda dalla Cina.

Ceccano nel quadro europeo

Marco Codognola

Il progetto LIFE INSPIREE è uno dei 47 progetti strategici selezionati dalla Commissione Europea nell’ambito del Regolamento UE sulle materie prime critiche. Non 47 su centinaia ma 47 in totale, su tutto il continente, per costruire la filiera delle materie prime critiche che l’Europa ha deciso di considerare prioritaria come condizione della propria sovranità industriale.

Essere in quella lista significa che Bruxelles ha valutato il progetto di Ceccano come uno dei pilastri di questa strategia, insieme ai giacimenti di litio in Portogallo, alle miniere di cobalto in Finlandia, agli impianti di raffinazione di terre rare in Francia e Germania. La Ciociaria è in questa compagnia. Non per simpatia geografica ma per merito tecnico e industriale.

«Questo progetto conferma il ruolo centrale dell’Italia nello sviluppo di tecnologie avanzate», ha concluso il viceministro Gava. È una descrizione accurata di quello che sta accadendo: lL’Italia ha una tradizione industriale nel riciclo e nel recupero dei materiali che pochi paesi europei possono vantare. Itelyum è parte di quella tradizione. E adesso quella tradizione viene messa a servizio di una sfida che è, al tempo stesso, industriale, ambientale e geopolitica.

La posta in gioco: autonomia o dipendenza

Il taglio del nastro nello stabilimento di Ceccano

L’autorizzazione ministeriale per l’impianto di Ceccano è un segnale concreto e di portata europea. La dipendenza dell’Europa dalla Cina per le terre rare non è un problema astratto: è la condizione che rende strutturalmente fragile qualsiasi politica di transizione energetica, qualsiasi investimento nell’automotive elettrico, qualsiasi piano di difesa che presupponga tecnologie avanzate. Un continente che non controlla i materiali con cui costruisce i propri motori, i propri computer e i propri sistemi d’arma è un continente che delega a terzi una quota della propria sovranità.

Il progetto di Ceccano non risolve questo problema da solo. Non potrebbe. Ma è il primo impianto europeo su scala industriale dedicato al recupero delle terre rare dai RAEE. Questo significa che è anche il modello da cui potranno essere costruiti altri impianti, in altri paesi, con tecnologie più mature e costi più bassi. Ceccano non è mai stata pensata come hub delle terre rare europee: ma la storia industriale che ha costruito in decenni di lavoro sul riciclo e la rigenerazione l’ha messa nella posizione giusta al momento giusto.

Le macchine che smontano gli hard disk non fanno rumore. Ma quello che producono, quelle 500 tonnellate di ossalati di terre rare all’anno, è un pezzo della risposta europea alla sfida cinese. È iniziato a Ceccano, in provincia di Frosinone. Non è un caso. È il risultato di una competenza costruita nel tempo e di una visione, quella di Itelyum, che ha saputo cogliere il momento in cui quella competenza diventava strategica.

(Foto di copertina © DepositPhotos.com).

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