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Catalent, Unindustria porta il caso sul tavolo di Draghi

14 Aprile 20225 minuti di lettura
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Si chiama Vaccine Manufacturing and Innovation Center e si trova nell’Oxfordshire, contea dell’Inghilterra Meridionale. Il centro è ancora in costruzione. È lì che finirà il progetto da cento milioni che Catalent aveva previsto ad Anagni ed ora ha deciso di trasferire dopo due anni di inutile attesa delle autorizzazioni. (Leggi qui Catalent si è stufata: i 100 milioni (e 100 posti) volano in Inghilterra).

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L’acquisto del Vmic è stato perfezionato il 6 aprile scorso. Lì Catalent ha annunciato che investirà fino a 160 milioni di dollari (circa 120 milioni di sterline). Completerà la costruzione della struttura, la doterà di “capacità all’avanguardia per lo sviluppo e la produzione di terapie e vaccini biologici“.

Per il progetto di Anagni significa una sola cosa: le possibilità di ripensamento sono pari a zero. Lo conferma ad Alessioporcu.it il presidente di Catalent Biotherapeutics Mike Riley. «La nostra priorità è completare la costruzione il prima possibile per poter iniziare i programmi per i clienti nel 2022».

Innovazione e ricerca

Il Vmic dove verrà trasferito il progetto di Anagni

Il progetto saltato ad Anagni prevedeva un centro di sviluppo sulla produzione innovativa di materie prime biologiche. Avrebbe garantito il rinnovo del contratto di 100 giovani ricercatori, formando nuove alte professionalità nel campo dell’industria e della ricerca farmaceutica. Il tutto in collaborazione con le università di Cassino e di Roma. Ora lo faranno ad Oxford. Ed i cento in servizio ora ad Anagni da domani non avranno più il posto di lavoro. 

Spiega il presidente Mike Riley: «Questa acquisizione consente a Catalent di collaborare con la ricca comunità accademica e scientifica biomedica incentrata su Oxford, con il suo talento di livello mondiale. Si tradurrà in una struttura che offre opportunità per trasformare l’innovazione in trattamenti reali per i pazienti nel Regno Unito, in Europa e oltre»”.

Unindustria porta il caso sul tavolo di Draghi

Angelo Camilli

Gli industriali sono furiosi. Proprio per i concetti confermati da Riley: quel progetto avrebbe creato ad Anagni un polo di eccellenza e di sviluppo. E fa il paio con il caso Acs Dobfar, il gruppo farmaceutico che aveva centrato il bando per la reindustrializzazione dell’area ex Videocon. Dopo tre anni, stanca di aspettare le autorizzazioni ha rinunciato ad un progetto da 50 milioni di euro.

Unindustria è piena di file con i casi di associati che in provincia attendono da anni le autorizzazioni per poter attivare i loro investimenti. Il presidente Angelo Camilli ha deciso che Catalent è la goccia con cui trabocca il vaso. Ha deciso di portare la questione sul tavolo del premier Mario Draghi e del ministro per la Transizione Ecologica Roberto Cingolani.

Denuncia che nel Lazio viene perduto «tutto questo valore potenziale, per l’inefficienza della burocrazia italiana e di tempi autorizzativi fuori da ogni logica». Aveva lanciato l’allarme da tempo, fatto intervenire Confindustria nazionale affinché avvertisse il Ministero e la Regione che si rischiava di perdere tutto. Ma nessuno ha risposto. «Unindustria e Confindustria hanno seguito con attenzione il caso e incessanti sono state le azioni su tutti i livelli nazionali e locali per scongiurare questo epilogo imbarazzante per l’intero sistema Paese».

Conseguenze per tutto il tessuto produttivo

Angelo Camilli (Foto: Sara Minelli © Imagoeconomica)

Angelo Camilli conferma che il caso Catalent non è l’unico. Ci sono decine di imprese che hanno rinunciato ai fondi per l’efficientamento energetico: gli avrebbero consentito di consumare meno, risparmiare sulle bollette, abbassare le emissioni. Ma avrebbero dovuto rimettere mano alle Autorizzazioni Ambientali. Che richiedono non meno di due anni di iter e sono una roulette russa. Meglio non avventurarsi.

«Purtroppo la vicenda di Catalent è la più eclatante ma non è e non sarà l’ultima finché non si interverrà sulle tempistiche eccessivamente lunghe di rilascio delle autorizzazioni. In particolar modo quelle ambientali, necessarie all’insediamento o anche solo alla normale continuazione dell’attività d’impresa».

La Pubblica Amministrazione è diventata un nemico. «A pagarne le conseguenze è l’intero tessuto produttivo italiano. Si trova a combattere contro una pubblica amministrazione anti impresa, a rinunciare, spesso, a nuovi investimenti che significano innovazione, lavoro di qualità e crescita economica».

Attese incompatibili

Unindustria prende posizione. Dice che la situazione è intollerabile. «Chiediamo con forza tempi degni di uno Stato che vanta ancora la seconda manifattura d’Europa. Non si può ritenere accettabile che una richiesta di autorizzazione rimanga ferma su una scrivania senza risposta per due anni. Queste attese non sono compatibili con la vita e lo sviluppo di un’impresa, ma più in generale di un paese civile e industrializzato».  (Leggi anche Catalent, la rabbia di sindaco e industriali: “Ignorati fino alla fine”).

Nelle file di Unindustria c’è chi inizia a chiedere chi pagherà per tutto questo. In termini di occasioni perdute, sviluppo mancato. Angelo Camilli chiede una radicale semplificazione delle autorizzazioni. Soprattutto termini certi per le pratiche, superati i quali deve scattare una sanzione economica severa in caso di inadempimento. Ma le sanzioni, sotto altra forma già esistono: una delle principali voci nei bilanci dei Fondi sono i risarcimenti per gli inadempimenti da parte dell’Italia. E si torna al tema: chi paga?

Camilli chiede «con forza al Presidente del Consiglio Mario Draghi e al Ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani di intervenire immediatamente. Per evitare altre Catalent sul nostro territorio nazionale. In un momento così difficile come quello che stiamo attraversando, un intervento sullo sblocco delle autorizzazioni ambientali sarebbe certamente un messaggio positivo per l’Italia».

È con amarezza che conclude: «Ci sono cortei e contestazioni davanti ad una fabbrica che annuncia di chiudere. Non c’è mai nessuno davanti alle porte di un’azienda che rinuncia ad aprire».

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