Fintech, ma quanto ne sappiamo? (di A. Mirabella)

Fintech, cos'è e quanto ne sappiamo? Perché è importante saperlo. I dati recentemente pubblicati da Bankitalia, analizzati a Frosinone da Armando Mirabella

di ARMANDO MIRABELLA

Di recente abbiamo analizzato il momento che vive la digitalizzazione della nostra Pubblica Amministrazione ((Leggi qui)).

Lo studio “Fintech in Italia” sottotitolo: ”Indagine conoscitiva sull’adozione delle innovazioni tecnologiche applicate ai servizi finanziari” editato in questi giorni di dicembre 2017 dalla Banca d’Italia ci permette di fare una verifica di come nel  nostro paese la tecnologia sia utilizzata per rendere possibile l’innovazione finanziaria.

Lo studio è uno strumento particolarmente importante per chiedersi due cose: l’Italia ha deciso di competere con l’Europa ed il mondo in materie decisive per lo sviluppo dei prossimi 10 anni come pagamenti istantanei,  crowdfunding, big data, l’identificazione biometrica o blockchain? La domanda ovviamente ne sottende un’altra: sulla materia ci interessa creare una occupazione diretta e indiretta che oggi non c’è?

Ad oggi siamo in pesantissimo ritardo: sui 25 miliardi di dollari spesi nel 2016 in innovazione tecnologica utile alla innovazione finanziaria il 55% lo tirano fuori in Nord America, il 34% in Asia e il 9% in Europa, dove però, la parte del leone la fanno Regno Unito, Germania, Francia e Olanda. In questo senso non può stupire che, per esempio, in Italia meno del 15% di tutte le transazioni che vengono fatte avvengono con soluzioni digitali, mentre in Francia sono più del 50%.

La questione è seria perché tutti i giorni, più voltre al giorno, noi paghiamo oggetti e servizi: c’è quindi un mercato enorme che può solo crescere: “già adesso – si legge nel documento della Banca d’Italia – le innovazioni Fintech semplificano strutturalmente le modalità di fruizione dei servizi finanziari da parte delle clientela, consentendo di compiere con semplicità operazioni finanziarie in ogni momento ed ovunque ci sia connettività, utilizzando i propri dispositivi mobili: in questo senso esse facilitano l’avvicinamento anche delle coorti di popolazioni più anziane e meno alfabetizzate informaticamente”.

Il contesto internazionale aiuta a capire in che direzione si va utilizzando gli smartphone. In Indonesia (255 milioni di abitanti) Wedlite permette di chiedere un prestito per il matrimonio; in India (1.3 miliardi di abitanti)  i taxi di Oio Cab si possono pagare solo con lo smartphone che in Kenya (45 milioni di abitanti) attraverso M-Changa permette campagne di crowdfunding tra i vicini per pagare le spese scolastiche e i funerali.

Dallo studio condotto da Banca d’Italia su 93 soggetti (i 13 maggiori gruppi bancari, 53 meno rilevanti e 23 imprese operanti nel settore) si evince che tre quarti hanno deciso di fare investimenti sui progetti Fintech, ma di soltanto 135 milioni di euro complessivi (si pensi che il solo costo di gestione delle apparecchiature IT nel 2015 è stato di 4 miliardi), sostanzialmente focalizzati sull’Italia (110 progetti), con giusto uno sguardo in Europa (20) e uno solo oltre i confini europei. Tre i filoni maggiormente coinvolti: 1) Lo sviluppo di strumenti e tecnologie per il processo di riconoscimento della clientela e la conclusione a distanza delle operazioni 2) i servizi di pagamento (si pensi agli instant payments) 3) tecnologie di supporto come big data, intelligenza artificiale, open banking, cloud computing e Internet of Things.

I numeri della occupazione rilevati dalla ricerca fotografano il nanismo attuale: “Gli interventi organizzativi – si legge a pagina 22 – adottati per lo sviluppo e l’integrazione dei servizi Fintech sono risultati molto contenuti in termini sia di unità organizzative sia di personale esplicitamente dedicati. Soltanto 10 intermediari, di cui 6 banche, hanno infatti istituito unità organizzative ad hoc e pure le risorse umane dedicate appaiono limitate (500 risorse Full Time Equivalent nelle banche e 60 negli intermediari non bancari); raramente è stata segnalata (solo da parte di una banca) la presenza di un Chief Innovation Officer. Le competenze predominanti in queste strutture sono prevalentemente riferibili all’area business e all’area informatica (rispettivamente pari al 40 e al 33 per cento) mentre più ridotte risultano le competenze giuridiche (11 per cento).”

A pesare c’è incertezza e inadeguatezza delle regole, anche a livello internazionale, in particolare per l’utilizzo di tecnologie biometriche e per l’identificazione (anche attraverso l’utilizzo di webcam) e l’autenticazione dei clienti. Altro aspetto su cui intervenire è quello per il quale “le norme che disciplinano l’esercizio di attività bancaria  e finanziaria – si legge nel documento – sono state concepite avendo presente un’operatività di tipo tradizionale e pertanto, non considerano le modalità innovative, molto spesso inedite, con cui tali attività possono essere prestate. Con riferimento alla normativa fiscale, una delle principali preoccupazioni dell’industria è legata all’assenza di incentivi agli investimenti tramite piattaforme di crowdfunding”.

Due strade interessanti sono state percorse oltremanica. Nella prima è con molte informazioni e in pochi mesi che Financial Conduct Authority (grossomodo il corrispondente della nostra CONSOB), permette alle startup di ottenere delle licenze in modo abbastanza semplice. Le licenze vengono poi controllate, ma le aziende Fintech possono operare in modo piuttosto immediato. Addirittura più importante è che alle startup di sua Maestà Britannica sia permesso accedere ai servizi del Sistema Interbancario per svilupparne di nuovi.

Su tutti gli scenari futuri grava il peso di un dubbio: il Fintech può essere lo strumento attraverso il quale gli Over The Top (Google, Facebook, Apple) possono fare il loro ingresso nel sistema finanziario? Oppure possono semplicemente fornire agli attori tradizionali oggi in campo servizi tecnologici e/o finanziari? Il pericolo è serio “poiché – come si legge nel rapporto di Via Nazionale – le grandi imprese Over TheTop sono esse stesse i motori dell’innovazione, dispongono di enormi liquidità, hanno costi operativi esigui, esercitano un’indiscutibile attrazione sui consumatori più ricettivi: pur partendo da una posizione privilegiata, gli intermediari potrebbero perdere progressivamente centralità nel sistema finanziario”.

A oggi, quando ancora l’offerta di pagamento di questi colossi non è diffusa in modo pervasivo, gli intermediari tradizionali, le banche, per fare massa critica offrono i servizi Fintech, in fase di lancio, gratuitamente. Ma si può fare peggio, si può essere all’interno di un paese che ha scelto di non avere una politica industriale (formazione, investimenti, strategie) rispetto ai temi dell’innovazione finanziaria nel settore del credito, dei pagamenti e degli investimenti finanziari. Nel XXI secolo.